Carcere, recitazione, rappresentazione: che ti sia di lezione

Ma quanto mi piace la radio? Tantissimo.

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Ho avuto la fortuna di avere un maestro, un grande maestro. Si chiama Alberto Gozzi  e tiene un blog che si chiama Radiospazio Teatro. Mi ha insegnato il gusto di creare scene sonore e di capire i cambi di ritmo. Non so quale sia la sua opinione sui miei progressi – ma so di stare mettendo quello che penso di avere imparato da lui nell’attività di montaggio delle puntate che compongono il radiofumetto “Antigone: 25 anni di storia italiana visto da dietro le sbarre” realizzato dal blog Dentro e fuori in collaborazione con gli studenti del Polo Universitario della Casa Circondariale “Lorusso Cotugno” Torino.

Quanto mi piace la radio? Da impazzire. Non sto a spiegarne le ragioni perché non le conosco. L’ho sempre ascoltata, m’è sempre piaciuta, ha sempre fatto parte della mia vita, in maniera concreta, pratica e quotidiana. E so che se mai un giorno ci sarà davvero un’apocalisse nucleare o chi sa quale altro disastro che raserà a zero le nostre risorse tecnologiche, so che ci saranno una manciata di matti che rimetteranno assieme due transistor pur di poter trasmettere e dire e farsi conoscere e farsi raggiungere (dall’ascolto degli altri).

Vi invito a seguire i link e ascoltare le puntate. Quanto sono bravi questi carcerati? Questi carcerati recitano. Alcuni incontrano enormi barriere linguistiche. Quasi tutti non possiedono alcun tipo di preparazione. Io non so questi cosa facessero prima di divenire detenuti – a volte m’incuriosisce, il più delle volte no. La cosa che mi colpisce è come la recitazione, la rappresentazione di una realtà diversa da quella sensibile sospenda il tempo collettivo, sempre e imprescindibilmente da quanto possa o non possa interessare l’attività alle persone che vi fanno parte. Alcuni li ho visti gasati, altri distaccati – altri lo hanno fatto perché lo dovevano fare. Però lo hanno fatto tutti bene. E le puntate reggono, la storia tiene, l’ascoltatore sospende volentieri la sua incredulità – di fronte all’italiano recitato dai rumeni, di fronte alle forti cadenze dialettali, alle difficoltà di lettura – perché la storia e i personaggi ci sono, a prescindere.

Per me questa esperienza è fantastica. Mi riporta indietro a quando non avevo stabilito di mettere certi problemi in cima alla lista di priorità che forse hanno un po’ ingrigito la mia esistenza. A quando pensavo che il racconto e la messinscena fosse innanzitutto gioco – e che l’esistenza reale e concreta fosse un po’ subalterna a quella immaginata. Quando tutto sommato le bollette erano solo soldi da portare a uno sportello – il lavoro una sfida con me stesso – lo stipendio un premio per i miei sforzi – e tanta altra vuota e infantile retorica. La cosa straordinaria è che la possibilità di immaginare e creare mondi nuovi e realtà alternative, intermittenti, misteriosi e sempre mutevoli si annida in ogni luogo in cui ci sia una persona. Che sia un anziano signore, un detenuto, una casalinga o un gruppo di bambini, l’uomo avrà sempre il potenziale e il desiderio segreto e mai completamente represso di vivere la sua vita per immaginarne un’altra.

Per nessuna ragione in particolare – solo per il proprio divertimento.

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Preda e predatore

Ti sveglierò
sussurrandoti all’orecchio
che è finita,
la carovana si è fermata,
se c’è qualcosa da vedere
che non sia cenere, che non sia neve
che, altrimenti, puoi riposare,
continuare a sognare.

Non aver paura
non c’è un me senza di te
da immaginare,
non riuscirei a continuare
senza il tuo caldo e forte cuore
da cui farmi riscaldare
non ci sarebbe nessun viaggio
nessuna terra da attraversare

ma solo freddo e solo neve
e solo fame da alleviare
nessun amico o familiare
ma solo preda e predatore

nessuna storia da raccontare
nessuna lezione da imparare
nessuna vita da desiderare
nessuna casa da abitare

nessuna voce, nessun amore
ma solo preda e predatore.
Nessuna voce, nessun amore,
ma solo preda e predatore.

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Lifegate: ascolto musica che non mi basta più

Lifegate: ascolto musica che non mi basta più

Da anni ho un problema (serio): faccio fatica ad ascoltare musica. Il che è paradossale perché, di fatto, sono anche un autore di canzoni. Proprio qui sopra, c’è il bannerino che vi porta direttamente alla pagina del blog relativa al mio disco, composto di canzoni scritte da me.

Le canzoni non nascono dal nulla. Difatti, non ne scrivo più molte. Un po’ perché ho bisogno di avere prima qualcosa da dire; e un po’ perché, non ascoltando più musica, sento di aver perso i riferimenti. Non ho smesso di suonare (quello mai): passo la giornata a fare esercizi per sciogliere le dita. Ascoltare musica, però, è la cosa che faccio meno. In assoluto.

Ci sono due ragioni, due racconti interessanti, che mi piacerebbe esporre e che sono legati a questo tema. Il primo è il racconto del passato. Ho trascorso molto tempo con le cuffie nelle orecchie. Più tempo di quanto io ricordi. In gita non avevo mai un dispositivo portatile abbastanza potente da permettermi di ascoltare musica senza essere disturbato dagli altri. Peggio ancora, non ne avevo uno col doppio ingresso – e non potevo ascoltare musica con i miei amichetti. Tuttavia, nei miei anni felici delle medie, ero solito ficcare una cassettina al venerdì notte o al sabato mattina per registrare le prime puntate di “Cordialmente” su Radio Deejay (solo per dire quanto sia stata longeva quella trasmissione, si parla di 21 anni fa); e assieme alla puntata (che peraltro riuscivo a registrare solo a metà) beccavo un sacco di musica. All’epoca Deejay era il vero tramite del pop mondiale, con un occhio particolare verso la musica britannica, che tirava tantissimo in quegli anni, complice il Brit-Pop. Mangiavo tanta di quella musica che non sarei in grado di raccontare; e il mio cervello super spugnoso se la ricorda tutta – a volte torno a cercarla, perché quelle note e quelle melodie devono evidentemente avere un effetto benefico sull’emissione di un certo tipo di enzimi della serenità. Facendo fast forward sul walkman dei ricordi si passa agli anni in cui mettevo alcuni superdischi degli anni ’90 a volume bassissimo, per costringermi a stare quieto per ascoltarli, e riuscire finalmente a dormire (da piccolo ero discretamente insonne) per arrivare agli anni in cui nel mio mangiacassette c’erano i dischi dei Nirvana e alcuni capolavori a cavallo tra metal e crossover (come Roots Bloody Roots dei Sepultura) sparati a tutto volume, mentre passeggiavo da solo, diciassettenne, per le strade del mio paesino molisano, completamente dissociato, fumatore incallito molto più di ora. La mia fame di musica mi ha portato avanti fino quasi ai trent’anni. Da giovane grungettaro un po’ tamarro sono partito dalla fulminea conversione ai Radiohead e mi sono fatto il giro del rock alternativo prima e poi di tutti i classici del rock, i Beatles, gli Stones, Dylan; e poi sono passato al blues acustico, a Nick Drake, al fingerpicking, al progressive. Ho inseguito il mio amore per la musica nera con fortune alterne, provando ad ascoltare più blues di quanto riuscissi, più jazz di quanto fossi in grado, cercando di impallinarmi nel funk, inseguendo il senso e l’origine del soul, riscoprendo la mia passiona smodata e molto istintiva per il rap – sempre nel tentativo di isolare e di valorizzare quell’unico tratto genetico nel mio corredo che s’attiva con la musica africana e afroamericana; senza mai riuscirci del tutto e senza mai arrendermi veramente. Per non parlare delle miriadi di concerti a cui ho assistito. Una fame che non m’ha lasciato pace per anni – e poi s’è placata; e quando s’è placata, ho scritto “Continuo a mangiare troppo” – perché la mia fame per la musica mi aveva reso praticamente bulimico, incapace di darmi un’identità, una passione, ma solo mangiare, mangiare, mangiare.

In mezzo c’è stata la psicanalisi. Nell’esercizio psicanalitico ho dovuto bocciare la cuffietta come un’abitudine nociva, un esercizio di isolamento dal mondo di cui mi dovevo liberare per provare a integrarmi nella realtà, per sconfiggere i pensieri autodistruttivi, la rabbia, il senso di lontananza, lo smarrimento. Non ascolto più tanto musica con le cuffie. Il più delle volte, la terapia è servita: ho bisogno di passeggiare in mezzo alle cose. La musica così esperita era una forma di autoesilio in mondi sempre diversi ma sopratttutto sempre lontani: un modo per stare in mezzo agli altri senza starci veramente, il pretesto perfetto per non cercare mai di capirli, per scappare in modo “artistico” dalle relazioni.

Poi c’è stato il lavoro. Quando penso, quando scrivo, quando mi concentro, la musica mi disturba – infatti, scusate un attimo, devo spegnere la musica adesso.

I due strumenti che utilizzo più spesso e volentieri per ascoltare musica che non sia sempre la stessa, per evitare di diventare una sorta di isolato musicale, rinchiuso tra le quattro mura dei suoi artisti di riferimento e i suoi ricordi migliori, sono Spotify e LifeGate, con una leggera preferenza per la seconda. Spotify purtroppo ha il limite che la musica spesso devo sceglierla io e quella che mi consiglia spesso e volentieri non mi appassiona e richiede un mio grado di attenzione nella selezione che troppo spesso m’interrompe nelle altre attività in cui sono impegnato. LifeGate invece è una radio che ho imparato a conoscere e ad apprezzare molti anni fa. Per il tipo di atmosfera che voglio creare attorno alla mia quotidianità e alle mie attività mi propone dei brani perfetti. Tuttavia, mi sono accorto di una cosa: molte delle canzoni che passa non mi piacciono. Oltre a sopportare poco il fatto che una notevole percentuale della sua selezione musicale consiste in brani con una forte post produzione della voce, con molti echi, raddoppiamenti, rimbombi che alla lunga mi annoiano, molte delle canzoni che sento su LifeGate mi danno l’idea di seguire una “direzione artistica” molto specifica, a volte troppo, con l’effetto di produrre nel mio ascolto disattento una certa ridondanza.

Mi si chiederà: ma allora perché l’ascolti? Ecco, proprio questo è il punto: in un periodo della mia vita caratterizzato dalla noia e dalla difficoltà di trovare nuovi tracciati di ricerca, nuove dimensioni estetiche da approfondire, rincorrere, affinare, LifeGate ha il grande merito di lanciarmi, di tanto in tanto, in mezzo a una selezione per lo più anonima, una perla – una canzone spesso non indimenticabile, ma speciale. Un suono, una chitarra, una voce, un ritornello, una melodia, un piccolo capolavoro semisconosciuto che, nel minuto in cui è terminato, è subito dimenticato; ma che per quei due minuti e mezzo di passaggio, è stato in grado di riportarmi in quella dimensione magica, persino formativa, nella quale ho trascorso gran parte della mia preadolescenza, adolescenza e post adolescenza.

Una dimensione che non si ricrea più semplicemente nell’atto spontaneo di pigiare il tasto play, quale che sia. Una dimensione che è diventata difficile da ricreare proprio come un sommeiller che sente di aver bevuto troppo vino – probabilmente non tutto il vino che c’era da bere; ma che a un certo punto decide di alzare bandiera bianca. Il suo obbiettivo non era assaggiare tutto quello che c’era da assaggiare ma vivere la magia della rappresentazione: quell’assaggio invocava territori da esplorare, campi verdi e filari verdi e rigogliosi, una terra umida e piena di fragranze, una giornata di sole, un dolce declivio, la sensazione di passeggiare in quell’ambiente silenzioso e pacifico, come sognava Russell Crowe in quel bel film borghesotto che era “Un’ottima annata”. Non più fame, ma semplice, onesto, schietto, rilassato, gradevole e appagante desiderio del bello.

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Scrittura e Libertà contro i Venditori di Successo.

Scrittura e Libertà contro i Venditori di Successo.

Foto: Lance Neilson

Stiamo cercando venditori di successo nella tua zona.

È tutto quello che si cerca nella mia area del mondo: gente che si in grado di vendere cose che nessuno è più in grado di consumare. Ho letto un articolo e interessante e di recente ho anche avuto modo di ascoltare delle testimonianze diretta in radio sul consumo di libri. Perché si cerca di pompare un mercato che produce troppo per un pubblico che non ne vuole? E tutti che si chiedono perché le persone non acquistano libri. A volte le risposte si trovano allo specchio. Gli specchi fanno parte del mio immaginario semiotico da sempre, anche se non ho un nessun tipo di rapporto reale e concreto con loro. Tuttavia, restano oggetti che incarnano bene un’idea che mi martella in testa: quella del guardare se stessi. Osservarsi, conoscersi, valutarsi, volersi bene. Mi chiedo se le persone leggano poco perché troppe persone gli hanno detto che se non leggono non va bene. È abbastanza ovvio che non sarà l’unica motivazione, tuttavia ricordo che non ho mai letto Cent’anni di solitudine perché troppe persone me l’hanno consigliato; e io nei libri non ho mai cercato l’omologazione, tutt’altro: nei libri ho sempre trovato la libertà di essere me stesso senza condizioni.

Sono rimasto chiuso dentro a una scatola per parecchio tempo. Forse ci sono ancora chiuso dentro. Nel mio desiderio di non avere limiti creativi mi sono rifugiato dentro confini molto sicuri e già noti. Per esempio: quelli della scrittura. La gioia di scrivere, la prosa saltuaria, è anche la gioia di poter dedicare mille parole a niente. Dentro ci sarà una storia, una riflessione, un ricordo, una richiesta, una promessa e chissà quant’altro. Lo stesso vale per i gesti che si possono rivolgere agli altri; e alle decisioni che si possono prendere sulla propria vita – e alle trasformazioni.

“Trasformazione” è un concetto chiave che aleggia nei miei pensieri e che riaffiorerà ancora, settimana dopo settimana. Nella mia letterina immaginaria a Babbo Natale, ho chiesto di trovare sotto l’albero il potere di trasformare gli eventi: di essere in grado di afferrarli per gli spigoli più duri e di osservarli con calma e attenzione, ed essere in grado di studiarne gli aspetti virtuosi, scremarli e trasformarli in soluzioni pratiche ed efficaci. La scrittura vorrei fosse anche questo, in tutte le sue forme: vorrei allontanarmi dall’idea che ci si debba fare qualcosa di utile. La scrittura, in realtà, utile non lo è – e chi vi dice il contrario sta mentendo o, peggio ancora, si sta illudendo; e guai a esserlo. L’inutilità della scrittura è qualcosa di sacro e da proteggere ed è quello che rende i prodotti dell’attività di scrivere così preziosi: l’atto di volontà dello scrittore è un’azione completamente gratuita e priva di senso. A voler fare del bene agli altri oppure a se stessi, è noto, ci sono tante altre cose che si possono fare con un grado assai maggiore di concretezza e di efficacia sul breve tempo.

Chi però ha il tempo e il privilegio di potersi sedere ed esercitare l’inutile atto della scrittura, potrà trarre vantaggio dallo straordinariamente utile potere di trasformazione sul lungo periodo che la scrittura possiede. Non so dire, oggi, se questa trasformazione è sempre “positiva” – non sono neanche sicuro che una trasformazione abbia per forza un valore così radicalmente polarizzato. Non so se scrivendo si diventa persone “migliori” – non sono sicuro si diventi persone per forza diverse. Nell’esperienza personale, posso dire che scrivere costringe all’esercizio di mettere dei pensieri in fila. Scrivere con un obbiettivo, poi, è un’attività (sebbene inutile) decisamente faticosa: i pensieri possono essere anche arbitrariamente messi in fila, come in questi brevi esercizi; ma quando hai in mano il progetto di un saggio o un romanzo o una qualsiasi forma di scrittura che abbia un inizio, uno svolgimento o un fine, è richiesta una dura disciplina mentale e un impegno concreto e continuato che non si può sottovalutare. Per questo io provo una grande ammirazione e rispetto per chiunque riesca in questa impresa di sedersi, immaginare l’idea e portarla a termine in un periodo di tempo relativamente compresso. È segno di grande determinazione, voglia e impegno. (Mi chiedo: e quelle opere che invece richiedono decine d’anni? Forse il valore della determinazione e dell’impegno aumenta ancora, in quei casi.)

Ciò detto, sono dell’idea, condivisa da alcuni, che al momento i libri siano troppi e che la richiesta di leggere di più sia troppo interessata per essere esaudita. Il male che si fanno le persone che sfoggiano con vanto il proprio personale record di non aver mai aperto un libro è un male il più delle volte autoinflitto; e il potere della maggioranza non si rovescia mettendosi le mani nei capelli: la verità è che i libri sono oggetti prodotti dagli uomini dotati di un potere che gli uomini non colgono a pieno. Uno dei loro poteri è di affascinare e dominare chi li incontra. Non bisogna avere paura che le persone non leggano o non amino leggere; ma solo aspettare il momento in cui le persone incontreranno, anche solo accidentalmente, un testo scritto, una pagina: sarà quello il momento in cui la scrittura opererà il suo magico incantesimo.

D’altro canto, il rischio è un altro: che la scrittura, costretta dentro scatole troppo strette, di “utilità”, di “scopo”, di “prodotto”, di “forma”, un poco alla volta cominci a scolorire, e le scritture (proprio come sta capitando alle voci, soprattutto nel linguaggio televisivo e giornalistico) comincino ad assomigliarsi tutte le une alle altre; tutte agganciate all’esigenza di “dire qualcosa” o di “raccontare qualcosa” o di “essere un qualcosa”. Con mio sommo dispiacere, ho scoperto negli anni che la scrittura intesa come produzione di oggetti editoriali vendibili sul mercato non esercita alcun potere trasformativo su di me e non la percepisco come un’esigenza esistenziale urgente e da soddisfare. La scrittura, intesa nella sua forma più libera e sì veicolata a un esito, cioè alla trasformazione, quella sì: è un bisogno quasi corporale. Ho passato davvero tanto, tanto tempo a chiedermi se mai sarei riuscito a venirne a capo. Oggi qualche idea la sto avendo e sto provando a metterle in fila per vedere se alla fine produrranno, tutte insieme, un disegno oppure no: si comincia con lo scrivere per amore, come gesto di altruismo. Cosa voglia dire questa affermazione, è un altro viaggio affascinante e interno alla mia scrittura – che non vedo l’ora di intraprendere.

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“Room”: scrivere per amore

Room: scrivere per amore

Sono andato a controllare: il primo articolo di questo blog risale all’11 aprile 2012. Tuttavia, io credo sia molto più vecchio. Si è sempre chiamato Jack & Arianna e, in una forma e in una piattaforma o l’altra, credo che sia nato su per giù nel 2008 – ma non voglio dire sciocchezze. La verità è che questo spazio è un confessionale di cui mi sono sempre curato in modo discontinuo e capriccioso. Ciononostante, lunedì ho scritto e martedì sera ho visto il film Room e nello spazio tra questi due eventi ho pensato molto “martedì ho scritto, potrei rifarlo anche martedì prossimo”, accorgendomi solo tempo dopo dell’ironia dell’aver sbagliato giorno. Certo, il desiderio è rimasto: se questa prosa facesse un salto di qualità e da “saltuario” divenisse almeno “settimanale”? Mi è sempre piaciuto l’aggettivo che avevo scelto da affiancarle e credo non lo abbandonerò, ma mi piacerebbe poter fare evolvere questa necessità di fondo che spinge sempre, tutti i giorni – perché scrivere una volta alla settimana, per la verità, non basta. Proprio per niente.

Oltre allo scrivere, ho pensato anche tanto all’amore – e certo che Room da questo punto di vista è stato un forte incentivo ad incrementare la mia attività. Credo che le due cose non siano casuali. In Room c’è tantissimo amore, ma più ancora c’è lo scambio di amore, l’offerta di amore. Tutti ci aiutiamo amandoci, perdonandoci, sostenendoci e insegnandoci a vivere. In qualche modo, in mezzo a questa lettura, ci sia anche un po’ di scrittura. La scrittura del bimbo che ricostruisce il mondo usando le uniche parole in suo possesso; e la scrittura, differente poiché tacita e distaccata, quasi annalistica, di ogni madre che, a volte anche suo malgrado, osserva i progressi del proprio figlio nei primi anni di età, fino a quando non diventa abbastanza grande da potersi liberare con più frequenza e autonomia del suo sguardo, della sua vigilanza.

Amore è una parola tanto tabù quanto inflazionata. Conosco persone che ne hanno orrore, alcune per scetticismo nei confronti di una sua efficacia semantica; altre per una cosa che assomiglia molto all’ossessiva deferenza – e lo considerano alla stregua di un gioiello dal valore inestimabile, da esibire solo nelle occasioni più solenni nell’arco di un decennio; altri non ci credono; altri maneggiano il vocabolo e quello che si presume rappresenti (molto arbitrariamente) con ostentato cinismo, con una maschera di distacco; altri se ne difendono. E altrettanti che ci restano aggrappati con fiducia e con passione, anche quando quella stessa parola assomiglia più a una vecchia e vuota scatola di cartone consumato.

Amore, purtroppo, è tutto il contrario di queste cose. Tutta la letteratura e l’uso e l’abuso che se n’è fatto l’hanno reso uno dei vocaboli dalla tradizione più densa e più lontana. È stato necessario più volte glossarla e spezzettarla e ancora descriverla nel dettaglio più e più volte, analizzandola con strumentazioni via via più sofisticate, in grado di cogliere con lo sguardo quel momento esatto in cui una microscopica particella di un composto tutto sommato elementare sospira. Cos’è quel sospiro? È nostalgia? È malinconia? È rassegnazione? È fatica? È sfiducia? Oppure è amore?

Nonostante il suo spirito così libero e menzognero e i suoi contenuti così indefinitamente vasti e allo stesso tempo sfuggevoli e aleatori, non mi pare di aver vissuto un’altra epoca che abbia avuto così tanto bisogno di amore come questa: amore inteso come il gesto di donare la propria forza agli altri; e di raccontare la propria storia dal punto di vista dell’apprendimento attraverso l’errore e il dolore. Far sapere tutti che si è umani, ancora: creature limitate, fragili, spesso impotenti, dalla biologia incredibilmente complessa e che non è nostra facoltà comprendere del tutto, tanto meno controllare. Gli atti d’amore sono così difficili perché così semplici ed elementari, che basta un sospiro a spezzarne tutta la magia. Dei tanti modi in cui si può scrivere, c’è anche quello di scrivere per amore. Mi chiedo se lo scrivere non sia intrinsecamente un atto di amore (anche se solo di amore verso se stessi). Questo non mi è dato saperlo. L’urgenza è un’altra: quella di trovare una semplicità, una chiarezza nella scrittura; e infine un’offerta. In poche parole: scrivere per amore.

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Trump: degli specchi e del saper vincere

Per caso mi capita di avere del tempo per scrivere che avrei potuto invece sprecare giocando a Nba 2k17: presto! Alla tastiera! Raramente mi capita di aver voglia di buttare giù due righe con tanto entusiasmo e disponibilità. D’altro canto, è difficile trovare il tempo per pensare veramente; e può darsi che quello che ho a disposizione questa volta non sia abbastanza – non per scrivere, ma per pensare.

Sento molte storie attorno a Trump mentre cerco di raccogliere le cime dei fili che si sono ingarbugliati quando siamo stati a chiamati a votare per il referendum costituzionale; forse la cosa peggiore che mi sia stato chiesto di fare negli ultimi tre o quattro anni. Sento che ricontano i voti, sento che parlano di russi che avrebbero avuto una forta influenza sull’esito delle votazioni. Mi viene in mente dell’orgoglio che c’è nel sostenere che in America, una volta deciso chi ha vinto le elezioni, ci si mette tutti al servizio del Presidente senza dire né “a”, né “ba”. Questa volta però ho la sensazione che si sia arrivati a dire “co”: “Abaco”, quello con cui ricontano i voti di Trump, disperatamente, per dimostrare che ha imbrogliato, che non è vero, che gli Stati Uniti non sono così. Invece, i racconti che mi sono arrivati, dalle persone che sono andate là; e quello che vedo raccontato nei loro prodotti di massa, le famose “serie tv” e i film ultracostosi, mi sembra che si tratti proprio di una popolo arrabbiato, consumista e superficiale, che vota Trump perché, senza dirlo e forse nemmeno senza saperlo, rivede sé stesso, rivede la propria storia, sin dai tempi del Far West, di uomini crudeli e soli al mondo, che devono difendersi dalla natura selvaggia e dagli altri uomini, tutti con il bisogno irrefrenabile di conquistare un pezzo di terra e difenderlo; altri, come Trump, con la fame insaziabile di mangiarsi anche la roba degli altri. Per questo, quando Ted Cruz è caduto, di cui sentivo parlare un gran bene attraverso la carta stampata e la radio, ho sentito un brivido come una scossa farsi tutta la colonna vertebrale avanti e indietro: questo (Trump) è forte. Man mano che i giorni passano in seguito all’esito del voto americano, mi convinco sempre di più che sia giusto così. Trump è il popolo americano – non c’è altro uomo, oggi, che possa rappresentarlo. Così come non c’è stato un altro come Obama, prima. Due persone così diverse che è impossibile metterle a confronto. Non ci sono opposti o paralleli: solo due diverse variazioni sul tema dell’essere americani. Solo che il tempo di Obama è finito. Il tempo che non finisce mai pare essere quello del cattivo gusto.

Sia ben chiaro che sono opinioni personali, senza hard data a sostenerli. Sono riflessioni, sciocchezze, cose da dimenticare presto. Cose che io ho bisogno di fissare nero su bianco e poi andare avanti; dei picchetti che, se piantati opportunamente, forse un giorno terranno su una tenda se non un grande gazebo, dal quale proteggermi – da cosa? Forse dal tempo.

Il cattivo gusto di chi sbeffeggia sé stesso, come capita nel mio paese. Lo specchio e il saper vincere: lo specchio è l’esito delle votazioni, quali che siano. Il saper vincere è quello a cui non assisto mai. Forse la mia idea è sbagliata. Forse c’era chi se lo meritava. Ma sentire ridere D’Alema, così, di gusto, mi ha aperto una voragine nera nel cuore. Cosa c’entra ridere? Cosa c’entra che sia una bella o una brutta giornata? Cosa c’entra essere o non essere politici? Chi sono loro e chi siamo noi? Non vedo alcuna differenza.

Esistono degli animali che riconoscono la propria immagine allo specchio. È il risultato di un vecchio esperimento che mi ha sempre affascinato. Sono pochi gli animali che sanno di vedersi. Gli altri credono di vedere qualcun altro. Per le fazioni dei cani e quelli dei gatti, interesserà loro sapere che nessuno dei loro amici animali possiede la facoltà di capire che sta guardando se stesso. Mi viene il sospetto che questa facoltà, che appartiene a tutte le “scimmie antropodi”, sia stato revocato agli italiani. Odio me stesso mentre lo scrivo: mi sento così retorico, così qualunquista, così gratuito! Eppure.

Eppure ci sono italiani che gioiscono della sconfitta di altri italiani. Tutti i giorni, ovunque. Lo fanno pubblicamente. Lo fanno nel modo più sguaiato e maleducato che gli viene in mente in quel momento. Si sta parlando, detto in modo grezzo, del mio culo. Del culo della mia famiglia, dei miei amici, degli amici dei miei familiari e degli amici dei miei amici. Una catena lunghissima che ci unisce tutti quanti. In mezzo a tutte queste persone, ci sono anche membri della “Casta”: politici, imprenditori, avventurieri, mafiosi. Siamo tutti vicini gli uni agli altri. Essendo italiani, poi, siamo vicinissimi – anche fisicamente, ma soprattutto culturalmente, anche se non lo riconosciamo mai. Eppure continuiamo a parlare dei nostri culi, detta male: della nostra possibilità di campare, di prosperare, di riprodurci, di tramandarci, di raccontarci, di sfamarci, di creare, di costruire, di preservare, difendere, amare, tutelare, offrire (sì, anche offrire)… Quella risatina e quel dire che bella giornata sia stata annulla tutto, se lo risucchia nel desiderio di una persona, che poi ogni persona ha i propri desideri risucchianti. Giù, giù, nella pancia di cinquanta milioni di balene, ciascuno fa Stato a sé, ciascuno vittima designata del volere di qualcun altro; nessuno è mai assieme all’altro. Nessuno si rivede mai nella vita altrui: come tanti bambini inermi, abbiamo tutti bisogno dell’accudimento di una volontà più alta, che non è la nostra, né quella dei nostri cari, ma di qualcun altro – forse un essere soprannaturale o forse un uomo politico potente e imbattiibile. Qualcuno che ci dia il pretesto di essere ancora piccoli e indifesi fino alla fine dei nostri giorni.

E io che sono ossessionato dall’idea che ci vuole una comunità – io che ne ho bisogno, di questa comunità, della capacità di includere, di integrare, di stare assieme, di aiutare, di supportare (anche in forma passiva: essere inclusi, essere integrati, essere in compagnia degli altri, essere aiutati, essere supportati) eccetera, non vedo via d’uscita da questo desiderio di far vedere quanto si aveva ragione. Abbiamo vinto! Alla faccia vostra!

Questo va benissimo, c’è qualcuno che ha vinto. Ha vinto la possibilità di prendersi cura di me – e di tutti gli altri, nessuno escluso. Possiamo occuparci di questo adesso?

Possiamo tornare assieme?

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Un po’ per invidia, un po’ per curiosità: ritorno nella StanzadiGreta

Era da un po’ che non trovavo l’occasione di mettere mano alla tastiera e scrivere un po’ a ruota libera. Molta acqua è passata sotto ai ponti: dischi, racconti, altre morti eccellenti ed elezioni controverse. In ogni grande evento mi sono seduto e mi sono messo a pensare: vorrei proprio scrivere due righe a riguardo? Ne varrà la pena? Che cosa posso raccontare in più di queste situazioni? Vuoi o non vuoi, è stata la mente stessa a lasciar perdere, ad arrendersi all’evidenza dei fatti che altro non c’era da dire, di nuovo da scoprire e di profondo da rivelare. Nel frattempo il mondo è andato avanti per cazzi suoi, mi sembra che i ricchi siano più ricchi e i poveri più poveri. “Che ne sarà di me?” è la domanda che rimbomba sempre forte nelle pareti del mio appartamento; e la risposta, come sempre, è nello spiegarsi del tempo.

È da anche molto tempo che non fumavo a casa – e ne approfitto in virtù del fatto che la mia compagna è lontana da casa e posso spalancare tutto e far cambiare aria, lasciando entrare in casa il freddo pungente di questi giorni a Torino e tutti i rumori dei cantieri sotto casa. Fumare aiuta a scrivere certe volte. Sarà che ti abbassa la pressione e ti fa entrare con dimensioni pigre della mente che si esprimono con molta più scioltezza – o forse è semplicemente per un’immagine bohèmienne dura a morire.

A ogni modo, la premessa non è fuori luogo. L’Interrogativo è il soggetto: perché? Perché scrivere, o suonare, esprimersi o raccontare? A volte, semplicemente, il bisogno di dire o l’aver qualcosa da dire appartiene a un gesto spontaneo e con un forte grado di inconsapevolezza. Certe volte le opinioni e le sensazioni sono cose del momento, da lasciar archiviare con il resto della quotidianità. A volte basta una voglia molto elementare a saper racchiudere un progetto, una sensazione e una riflessione sulla realtà in un bel racconto. A volte basta il desiderio di lasciare qualcosa di piccolo ma prezioso in eredità. E arrivo qui al punto: a volte non è il caso di parlare di se stessi ed è meglio dedicare il proprio spazio a un’attività che colpisce, a un’iniziativa che dice più cose delle parole che possono essere inventate o immaginate in una singola giornata.

A tal proposito, a questo link: http://www.unfoldingroma.com/musica/4249/lastanzadigreta/ potete trovare un’interessante intervista a un gruppo di musicisti che presenta un progetto a cui hanno laovorato per molto tempo. Troverete tutte le informazioni o gli spunti del caso tra le righe dell’articolo, molto interessante e molto scorrevole. La ragione per cui ho trovato l’ispirazione per dedicare un po’ di tempo alla scrittura (a me stesso, di riflesso) è che ho la fortuna e il privilegio di conoscere questi ragazzi da diverso tempo, sin dalle origini del loro progetto e forse anche un po’ prima. La loro idea di musica, leggera, spiritosa e solo superficialmente elementare è sempre stata, per me, occasione di piacevolezza e di intimità. Il loro progetto, il loro ultimo progetto, prossimo all’uscita, che s’intitola Creature Selvagge, io l’ho vissuto da lontano, complice tanto un cambiamento di direzione nella mia esperienza di vita quanto un mix di emozioni contraddittorie che mi hanno spinto a prendere le distanze. Da un lato c’era una umile invidia, nel vedere come delle persone con cui sono cresciuto sono state in grado di veicolare con così puntuale efficacia delle idee molto semplici ed efficaci, sapendo far coincidere giocosamente una certa tradizione con le loro menti musicali (tutte raffinatissime) e sapendo anche far coincidere un’eredità del passato con i generi più contemporanei senza mai perdere di vista il proprio divertimento. Dall’altro, ho anche cercato di conservare una certa curiosità e una certa aspettativa verso le loro nuove escursioni – e in concomitanza con certe sovrapposizioni di impegni, sono riuscito a conservare questa aspettativa fino a questi giorni – e mentre scrivo ancora non ho avuto modo di ascoltare la musica nuova e mi gongolo del sapore dell’attesa, la pregustazione dell’esperienza che vivrò, che so sarà di certo, come sempre, piacevole e onesta – discreta, come capita solo con quelle esperienze artistiche che custodiscono con cura sapiente il proprio valore nascondendolo tra le pieghe della performance.

Infine, la ragione per cui rimando all’intervista e all’imminente uscita del loro lavoro sta nella premessa: l’Interrogativo. La cosa più bella di poter raccomandare il lavoro di qualcuno è nella perizia con cui quella persona (o quel gruppo) ha saputo dare forma e forza al proprio progetto partendo dalla forza di un’idea, sapendo costruire attorno all’idea un campo che non è solo fatto dell’arte stessa e della musica, ma anche di un’insieme di attività che ripropongono quella idea e in realtà la nutrono. Alcuni dei versi delle loro canzoni, riportati dall’articolo io li trovo davvero belli; e in quei versi stessi intravedo l’evoluzione del loro percorso e mi rallegro, per loro, persone che so quanto tengono al loro lavoro e so quanto impegno e quanta passione hanno investito per fare sì di ottenere, al termine della lavorazione, il prodotto migliore che fosse nelle loro possibilità di ottenere in quel dato momento; e, infine, sempre conoscendo il loro potenziale e il loro talento, sono sicuro che il disco sarà sicuramente di una qualità preziosa, da custodire e da cui prendere spunto e ispirazione.

Di musica e di parole ce ne sono tante. Nel modo in cui faccio esperienza della quotidianità, è una cosa che rilevo costantemente e mi mette sempre in difficoltà: il “mangiare troppo”, l’ossessione che sto rielaborando e che un giorno mi lascerò alle spalle, nasce proprio dalla sensazione di essere diventato (non solo io, ma anzi un po’ tutti) una sorta di otre che è costretto costantemente a contenere tutte le note e tutti i pensieri e le riflessioni che scrosciano e si rovesciano sopra ciascuno di noi giorno dopo giorno, evento dopo evento, trauma dopo trauma. Il bello di questo progetto, l’ispirazione che mi dà a scrivere e a riflettere e a trasmettere quello che provo e che penso, è che dietro a questa iniziativa, dietro a questa giocosa attività che restituisce l’amore verso la musica e la voglia di stare insieme, c’è una consapevolezza e un’umanità e soprattutto un intento che vanno riconosciuti e in qualche modo imparati e integrati. Per provare sempre, nel proprio piccolo, a dare qualcosa, un qualsiasi qualcosa, di qualsiasi dimensione o proporzione, che però sia fatto di sostanza, di una qualche forma di verità, di esperienza concreta e costruttiva, da reinvestire, da accudire e far crescere – insieme. Vi lascio con un il video di una loro canzone, estratta proprio dall’album che sta per uscire.

In bocca al lupo ai ragazzi per tutto quello che verrà, e buon ascolto a voi.

 

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“Il mio gatto mi fissa”: un racconto. Decima e ultima parte

Questa è la decima e ultima parte di un racconto a puntate. Le altre puntate le potete trovare a questo link

Tutti hanno sostenuto, presto o tardi, che c’è stato nella mia vita un periodo “prima di lui” e un periodo “dopo di lui”. Molti mi avevano caldamente incoraggiato a perdonarlo, quando le acque s’erano calmate. Lui aveva insistito tanto, comportandosi in un modo che altre persone attorno a me avevano giudicato degno di perdono. Per me non c’era mai stato alcun dubbio, non c’era niente di cui discutere e neanche qualcosa da condannare o da perdonare. Era stato commesso un errore; un errore che prevedeva un solo tipo di risposta; ma era passato davvero troppo tempo. Troppo tempo per parlarne ancora. Troppo tempo per occuparsene. Il ricordo era stato lavato via. Quella foto era tutto quello che era sopravvissuto: poco più di un’effigie, un simulacro.

A quel punto, feci un balzo. Mi lanciai contro la porta di casa, spalancandola. Mi fiondai giù dalle scale condominiali, scalza, in pigiama. Mi lanciai fuori dal palazzo e feci qualche passo, correndo, sul marciapiede, prima da un lato e poi dall’altro. Intanto, aveva cominciato a piovere. Una pioggia fredda e sottile. Una di quelle piogge che non senti neanche cadere, ma che ti bagna dalla testa ai piedi senza che tu te ne accorga. In preda alla preoccupazione, in quella condizione, zuppa d’acqua e senza niente ai piedi, mi misi a urlare:

«Fufi! Fufi!»

(Il mio gatto si chiama Fufi… embè?)

Delle persone si affacciarono per vedere. Qualcuno si fermò per domandarmi. Io ero rimasta mezza nuda e fuori casa. Qualcun altro, dal condominio, mi venne a portare una giacca mentre mi rifiutavo di tornare su. Per fortuna la porta di casa era rimasta aperta. Sconvolta, continuavo a guardarmi attorno e a spostarmi nervosamente da un lato all’altro del marciapiede, sporgendomi in là fino al corso, spaventata all’idea di scoprire che fosse accaduto qualcosa di terribile là dove le auto passano con più frequenza e vanno più veloce… Fufi non era mai uscito di casa senza di me, non aveva mai veramente abitato la strada. Magari ogni tanto mi facevo accompagnare a buttare l’immondizia, ma lui non si allontanava mai da me. E adesso lui era sparito. Alla fine, dopo tante insistenze, la vicina di pianerottolo, che era rimasta vicino a me per un paio di ore abbondanti, mentre io deliravo per la disperazione e continuavo ad agitarmi confusamente, riuscì a convincermi a riportarmi al mio appartamento, soprattutto perché mi sentivo esausta e non sapevo più che fare. Mi feci una doccia e mi vestii e andai a sedere sul divano. Rimasi sul divano con le mani sulla testa per diverse ore. Poi la pioggia si calmò e si fece la sera, e uscii.

Andai avanti così per diversi giorni. Uscivo di casa e urlavo per tutto il quartiere “Fufi! Fufi!” nel tentativo di ritrovarlo, di intercettarlo. Vennero a parlare con me vicini e vigili. Per alcuni, soprattutto alla sera, ero diventato un fastidio. Ricevetti anche telefonate da amici e da mia madre. Un giorno provò a chiamarmi anche lui, ma non risposi al telefono. Ci fu uno scambiò di messaggi. Gli dicevo che ero convinta mi avesse rubato il gatto e la fotografia. Mi diede della pazza e da allora non lo sento più. Non avrei mai potuto pensare a un finale migliore di questo.

Venne mia madre in casa a prendersi cura di me. Per qualche tempo, mi portò a lavorare, mi fece da mangiare, tenne la casa pulita. Poi, a un certo punto, senza preavviso, senza che io o chiunque altro se ne accorgesse, tutto è cambiato, di nuovo. Ultimamente esco alla sera solo quando voglio, vado in palestra una volta alla settimana e solo se mi va. C’è chi mi ha fatto i complimenti, incontrandomi, che non mi vedeva così bene da un sacco di tempo. Al lavoro, anche, le cose vanno meglio. Mangio bene, frequento belle persone, leggo. Sì, va meglio.

Sul frigo, però, c’è ancora quello spazio bianco. Un vuoto.

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“Il mio gatto mi fissa”: un racconto. Parte 9

Questa è la nona parte di un racconto a puntate. Le altre puntate le potete trovare a questo link

Il giorno dopo… il giorno dopo era sabato. Mi svegliai con calma, tardi, per le nove e trenta (nove e trenta nella mia vita è più che tardi… è praticamente il pomeriggio). Andai in bagno tranquilla. Guardandomi allo specchio, mi ricordai che la notte precedente m’ero buttata a letto senza struccarmi. Così, ne approfittai per farlo piano piano, con il piacere di fare i gesti con calma, con lentezza, senza sentire il fiato delle altre cose da fare sul collo. Buttandomi l’acqua in faccia per sciacquarmi, sentii sulla pelle un effetto rigenerante, gradevole e profondo; come se, assieme all’acqua sporca, stessi lasciando scivolare, giù nello scarico, una maschera che m’ero dipinta sul viso tanto tempo fa e che non era più venuta via. Respirai profondamente. Mi misi dei vestiti morbidi e comodi per stare in casa, e decisi di farmi una colazione a modo. Aprii con cura gli scuri, per lasciare la luce in casa, e misi sullo stereo una bella musica rilassante. Andai in cucina, presi una scodellina; e dalla dispensa tirai fuori quei cereali che mi ero comprata in quella fase fitness ipocrita” della mia vita, nella quale avevo comprato un sacco di roba inspida da mangiare nella convinzione che avrebbe contribuito a fermare il mio allora apparentemente inarrestabile processo di ingrassamento. Scaldai un po’ di latte, mi sedetti a tavola e mi misi con calma a raccogliere i piccoli fiocchi d’avena col cucchiaino. Senza pensare a nulla, se non che la vita al sabato mattina fosse meravigliosa – e che c’era tutto il tempo del mondo per rendersi conto che fuori, in realtà, era una giornata parecchio triste, grigia e umida, e che probabilmente l’avrei trascorsa per la gran parte chiusa in casa a poltrire. Gatto permettendo.

Appena mi sovvenne il pensiero, capii. In quel momento, in quello spazio unico che era la mia cucina abitabile, col suo piccolo fornello a gas, il suo lavabo, la vecchia dispensa e il tavolo; e il soggiorno con il divanetto, il mobiletto con la tv e lo stereo e le due librerie svedesi appesantite e pendenti, non si respirava alcun disagio: completamente sparita, l’aria pesante che aveva gonfiato la casa sembrava essere stata fuggita via da qualche forellino nel muro, come un pallone nel quale è finita una spina e che, nottetempo, si accascia su se stesso. La casa era ancora tutta in piedi, naturalmente, ma era… bella. Si stava bene, era sabato e io non avevo voglia di fare niente, se non riposare la stanchezza e lasciarmi i brutti pensieri andare via. E questa sarebbe stata una cosa normale, ma non nel mio appartamento negli ultimi mesi. Mi alzai circospetta dal tavolo, lasciando lì la ciotola piena a metà. Dimenticando di infilarmi le ciabatte, percorrevo lentissima la casa in punta di piedi, scalza. Fuori, nel cielo, un potente tuono detonò – e il cielo si fece più nero. Con la stessa lentezza con cui stavo camminando, muovevo anche la testa a destra, a sinistra, in alto e in basso, scrutando. Con grande lentezza, circumnavigai il divano, ficcai la testa dietro al televisore; arrivai fino in bagno, aprii con estrema delicatezza la porta. Lo stesso feci con la stanza da letto, girandoci attorno, sollevando piano le coperte e guardandoci sotto; cercando sotto la vecchia cassettiera e i comodini, aprendo una a una le ante dell’armadio (hai visto mai…). Sporsi il capo verso la porta a vetri del balconcino; e poi, come un ladro d’altri tempi che gira con estrema cura la sensibilissima manopola di una cassaforte, girai la maniglia – fui investita da un’aria sottile, gelida e carica d’umidità. Cercando di proteggermi il più possibile dietro i vetri, allungai il collo per guardare a destra e a sinistra. Poi, troppo presa dalla preoccupazione, mi buttai fuori con un gesto solo, poggiando i piedi nudi sulla pietra fredda e bagnata del balcone, aggrappandomi alla ringhiera e gettando lo sguardo oltre, verso la strada sottostante.

Ovunque avessi guardato, non v’era più traccia di lui. Il gatto era sparito. Rincasai con un pesante senso di sbigottimento e confusione. Traballai verso il centro della stanza e mi guardai attorno. Il gatto non si trovava più. Cosa diavolo era accaduto. In quella posizione, volgendomi verso destra, lo sguardo mi cadde sulla porta del frigorifero. Lì, in mezzo alla mia foresta colorata di foto, post-it e calamite, c’era un buco rettangolare, uno spazio bianco rimasto scoperto dopo tanto tempo. Mi risvegliai dal mio stordimento e guardai meglio: c’era rimasta soltanto una pallina verde magnetica, senza nulla di appeso.

Lì c’era una foto. L’avevamo scattata in vacanza, fuori città. L’avevamo scattata “all’antica”, chiedendo a un passante di farla per noi. Non sapendo bene lo spagnolo, c’eravamo un po’ arrangiati a gesti. Avevamo le facce sconvolte e bruciacchiate da sole. Eravamo stanchi per il tanto girare ma eravamo contenti. Sfoggiavamo ciascuno un grande sorriso che partiva da un orecchio e dopo una grande curva raggiungeva quello dall’altro lato. La giornata era soleggiata e indossavamo calzoncini e sandali da turisti vagabondi. Alle spalle avevamo degli zainetti dove ci avevamo messo le guide, le cartine, dei cambi di calzini, dell’acqua, delle giacche a vento, delle mele. Avevamo delle t-shirt colorate. Non era passato molto tempo, cronologicamente. Eppure, era una foto di una vita e mezza fa. Al gatto lui piaceva parecchio. Avevano popolato e illuminato questa casa con la loro vivacità. Giocavano assieme, si coccolavano e si prendevano cura di me. Prima se n’è andato via lui. l’avevo buttato fuori di casa. Mi aveva mentito e non glielo avevo saputo perdonare. Non volevo perdonarglielo. Mi aveva mentito e mi aveva mancato di rispetto. Qualcosa di cui non parlo volentieri; e di cui ho preteso gli altri non parlassero, almeno non in mia presenza. Quella foto era rimasta lì, per tutti quei mesi, perché io l’avevo guardata, e poi avevo guardato il frigo intero e avevo pensato che quello fosse il suo posto; che era un mio diritto conservare almeno un ricordo, piccolo. Il mio cuore non ce l’aveva fatta a farla sparire, come tutto il resto. Era utile e non lo guardavo nemmeno io. Un talismano omeopatico: un ricordo del passato che mi proteggeva dal passato.

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“Il mio gatto mi fissa”: un racconto. Parte 8

Questa è l’ottava parte di un racconto a puntate. Le altre puntate le potete trovare a questo link

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Riccardo mi guarda, ammutolito. Le ultime cose le ho dette o le ho pensate? Quante ne ho dette? Quante ne ho pensate? Lui gira la cannuccia dentro il suo cocktail, facendo tintinnare il ghiaccio mezzo squagliato, e tace. C’è una qualità intensa del suo sguardo, quando si concentra in chissà quali pensieri, quali fantasie paranoiche, aspirazioni silenziose, moti d’animo conturbati, che gli conferisce un certo magnetismo, una certa sostanza, di uomo. Certe volte vorrei stesse fermo, in posa, come un quadro romantico. Ne fanno ancora molti di uomini così, sorprendentemente. Quando li incontri, vorresti sempre qualcosa di speciale per loro. Ma sono troppi; e a volte non mi sembrano ci siano abbastanza cose speciali per accontentare tutti quanti.

R Non so… a volte ho l’impressione che se ti lasciassi andare, un pochettino, non tanto, forse alcune cose della tua vita si aggiusterebbero, tutto qui.

E beve. Restiamo in silenzio, io e il mio amico. Mi dispiace di averlo ferito – mi dispiace aver detto quello che ho detto, qualunque cose io abbia detto. Eppure sento che non è colpa mia. È colpa del gatto.

Tornai a casa quella sera esausta dei miei stessi pensieri. I ricordi s’erano fatti pesanti e ingombranti; e mi mettevano addosso una grande tristezza.

Entrai a casa con il gesto automatico della mano che fruga nella borsa e trova le chiavi e le infila nella toppa come in un unico movimento, tipico di chi ha la testa completamente da un’altra parte. Con lo stesso consapevole automatismo, chiusi la porta alle mie spalle e fissai il chiavistello. Continuando a non pensare – ma anzi supplicando di non pensare, mi tolsi i vestiti e mi infilai il pigiama e mi infilai a letto. Curiosamente, non sentii la presenza ingombrante del gatto, né mi pare di vederlo nella sua abituale posizione acciambellata nel suo cestino. Forse s’era parcheggiato sul divano, di là, in soggiorno – forse su un davanzale, chi lo sa. Chiusi gli occhi e finalmente mi lasciai andare.

Erano passati nove anni da quel giorno in cui mi presi carico di quella bestiola, figlio di una cucciolata che il gatto di un’amica di un amico di una collega aveva partorito e di cui, come spesso capita, stava cercando di sbarazzarsi distribuendone gratuitamente ad amici di amici e conoscenti di conoscenti. La notizia mi giunse perché nell’ufficio in cui allora lavoravo come stagista era cosa arcinota che stavo per trasferirmi in una casetta tutta mia, frutto delle fatiche di chi studia e lavora contemporaneamente, regalo che mi facevo per la mia imminente laurea; e che il primo elemento che in una mia casa ideale non poteva mancare assolutamente fosse un gatto. E gatto fu, infatti. La notizia mi giunse spedita come se fosse stata prodotta specificamente per me. Quando lo presi tra le mani, me ne innamorai perdutamente. Per quel gatto, negli anni, avrei litigato con chiunque, in particolare con mia madre. Come un figlio, come un fidanzato, come un amico vero, e più di tutte queste cose insieme: il gatto era il mio correlativo, la creatura arcana a cui avevo dato in custodia la mia anima; e io, in cambio, mi prendevo cura di lui. Lo avevo fatto diventare un adulto sfamandolo e proteggendolo da qualunque pericolo o minaccia. Allora, però, era solo un batuffolino bianco, con una macchia scura sulla testa e un’altra più grande sulla schiena. Lo portai via che era praticamente ancora attaccato alla pancia della mamma. Fui semplicemente avida di possederlo quanto prima; e chissà quanto fu il mio istinto a volerlo strappare alle cure materne per facilitare e velocizzare il passaggio di consegne. La prima notte, adagiato sulla scatola di un mio vecchio vestito, accomodata con una coperta morbida di lana, il cucciolino pianse tutta la notte quel verso amorfo simile a un acuto vagito lamentoso. Ancora mezzo cieco, si trovava in un mondo piatto, buio e senza confini, una grande terra che spaventava per i suoi confini mostruosi: il primo giorno della sua vita sarebbe stato anche l’ultimo in cui avrebbe provato una simile inermità nei confronti del creato. Sin dal giorno successivo, infatti, cominciò il suo lento percorso di esplorazione. Esplorazione innanzitutto del suo corpo, una zampina dopo l’altra, rotolandosi e incespicando, con quella sua pelosa tenerezza che mi aveva resa completamente succube del suo irresistibile fascino; e poi, una volta che le piccole zampe erano finalmente sicure dei suoi appoggi, i suoi primi camminamenti – via, alla scoperta delle unghie! Tornando dal lavoro scoprivo che ogni giorno il micio s’era avventurato un po’ più in là nell’esplorazione della casa; e che, man mano che il suo viaggio lo portava a varcare nuovi confini, i segni del suo passaggio s’erano fatti più tangibili e distruttivi: muri graffiati, il divano squarciato, un calzino dilaniato. Il micino prendeva le misure con il suo talento distruttivo, e un poco alla volta scopriva anche il suo potenziale atletico. Prima con dei piccoli saltelli in avanti, gli agguati ai miei alluci, i salti sulle mie gambe – alle quali poi cercava di aggrapparsi goffamente e senza successo, lasciando in compenso dei piccoli e dolcissimi segni rossi sulla mia pelle. Poi imparò a raggiungere le superfici più alte: la sedia, il divano, il tavolo… cercando anche di superare se stesso, raggiungendo con un sol balzo il davanzale della finestra, e provando anche a raggiungere gli scaffali della libreria – con il risultato iniziale soltanto di rovesciare libri per terra, nel tentativo di usarli come appigli a mò di alpinista. Con la caparbia di chi è dotato di infallibili istinti e un sacco di tempo a cui dedicarsi, infine fu in grado di superare entrambe le prove; per accedere finalmente al momento finale del suo percorso formativo: e cioè di saltare di superficie in superficie, dal davanzale al divano, dalla libreria al davanzale, dal tavolo al bancone della cucina. Era diventato un gatto fatto e finito, non ancora adulto, ma ormai una creatura in tutto e per tutto, con la sua routine e le sue piccole idiosincrasie, i suoi gusti (ovviamente, costosissimi) in fatto di cibo e di compagnie.

Fui fortunata. Conosco persone che si sono messe in casa gatti completamente pazzi e sociopatici. Alcuni troppo aggressivi, altri troppo timidi; alcuni completamente terrorizzati dalla vita umana, altri troppo curiosi per riuscire a controllarsi; gatti che per curiosità provavano a buttarsi giù dalle finestre, gatti che non riescono mai a liberarsi del peso della gravità, gatti che scappano, gatti che ingrassano a dismisura, gatti che di notte impazziscono, e corrono e saltano senza sosta; gatti che graffiano, gatti che invadono i tuoi spazi continuamente, gatti che perdono troppi peli, gatti che ci mettono una vita a capire l’uso della lettiera, gatti che rompono perché vogliono uscire, gatti che si perdono, gatti che vogliono fare rissa con altri gatti… ecco, il mio gatto non è mai stato nulla di tutto questo. Magari tutte queste cose assieme, ma ciascuna presa un poco alla volta. Il mio gatto non ha mai cercato di scappare, non ha mai preteso qualcuno che gli aprisse e gli chiudesse la porta a comando (a parte quella del balconcino), ha sempre miagolato quando aveva fame ma il suo appetito lo ha sempre protetto dall’obesità, pur essendo castrato. Non ha mai fatto casino miagolando, anche se quando stava male, naturalmente si faceva sentire. È sempre stato guardingo dagli sconosciuti, ma mai spaventato: gli sconosciuti li guardava da una certa distanza, si avvicinava, gli annusava, non si concedeva subito. Pur essendo un maschio, forse perché l’ho castrato presto e la voglia non gli è mai del tutto venuta, non ha mai preteso di esplorare un mondo che non fosse il suo. Tutto sommato in casa ci stava bene: non è mai stato uno di cui quei gatti che deve saltare da una parete all’altra in continuazione. Una volta imparate le sue acrobazie, magari si divertiva un po’ di giorno e di notte, ma non era una furia scalmanata; non ho mai dovuto portarlo dal veterinario per arti rotti per gli effetti di chissà quali peripezie. La casa me l’ha distrutta, sì, come tutti i gatti: coperte lacerate, maglioni belli da buttare, il divano più e più volte rifoderato; forse l’unico vizio che si è concesso nella sua vita gattesca. Un gatto equilibrato, moderato, pulito, affettuoso ed espansivo senza diventare morboso e appiccicoso. Un gatto che, dal mio punto di vista, aveva trovato un suo equilibrio e un suo piacere nel vivere in casa con me: sapeva cosa prendere e sapeva a cosa rinunciare. Mi sarei potuta lamentare di lui? Lui era il custode della mia anima, o forse lui era il suo stesso completamento. Negli anni in cui scoprivo me stessa e scoprivo di essere una persona meno solida e meno sicura di quello che m’ero illusa; anni in cui avevo scoperto di poter alzare la voce con grande facilità, anni in cui avrei allontanato persone e avrei cercato di scappare da problemi che puntualmente sono riusciti a scovarmi, ovunque io fossi andata. Anni in cui scoprivo il mio disordine, esteriore e interiore, anni in cui mi trasformavo in una persona fondamentalmente sola, arrabbiata e forse un po’ troppo confusa; in quegli anni avevo il privilegio di un compagno speciale, che aveva sempre conservato una sua integrità, un suo equilibrio, una sua innata capacità di stare al mondo senza rinunciare a nulla e senza abusare di nulla. Il mio gatto era un amico prezioso; e volte forse un ospite migliore di me con le persone che mi venivano a trovare. Di molte persone e situazioni avevo smesso di fidarmi. Ma del gatto mai. Mi aveva messo nella condizione di sapere che non mi dovevo preoccupare, che lui sarebbe stato bene, che le sue grane erano poche, piccole e gestibili. Il mio gatto, quello stesso che oggi mi odia, e mi guarda, e io non capisco che vuole. Quel sogno appena iniziato, quella discesa nel passato, mi aveva accompagnato dolcemente nella terra del sonno. Avevo chiuso gli occhi e la mia giornata era volta al termine.

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