La notte dei biografismi

Correre. L’ansia del nevrotico. Galoppa il tempo. Gli eventi cadono uno in testa all’altro.
Quante cose sono cambiate, sono già trasformate mentre io ero girato a comprare le sigarette.
Il lavoro. Amato e odiato lavoro. A volte vorresti scappare, a volte non esiste posto migliore (per nascondersi? Per sentire il calore delle persone?).
Il teatro. Otto, nove, dieci spettacoli (e solo un paio di repliche). Ho cominciato con un software freeware che portava il computer a novanta gradi e piantava il computer se aprivo un’altra applicazione. Ho viaggiato per nove mesi con un mac senza la ventola sinistra. Poi un software con il quale ho dovuto fare acrobazie col mouse. Mi caricavo dietro un mixer per usare due canali. Adesso ho dei controller digitali che pesano la metà e progetto di usare nuovi software.
Il primo spettacolo aveva una ventina di effetti. I più recenti ne hanno una settantina.
Casa vecchia, casa nuova. A settembre ho traslocato e montato i mobili in una settimana, con mia madre. Mi alzavo alle sette, caricavo la roba, e alle dieci andavo a dormire. Nell’estate ho chiesto a un amico di aiutarmi, dimenticandomi dei suoi problemi di ernia.
Sono stato in Africa dopo dieci anni. Un’esplosione di emozioni, pensieri, confusioni.
Da dove vengo? Qual è il mio posto?
Ancora una volta.
La solitudine dell’Africa. Il silenzio dei suoi paesaggi. Le strade, la polvere, gli alberi.
Il verde, il verde ovunque. Osservare ruspe e bulldozer creare aree di sabbia rossa, quella sabbia che si attacca ai vestiti e che quando viene via vorresti riaverla indietro. Quella terra qui non esiste, così calda. Al sole esplode di luce scura. Il blu diventa più intenso, il rosso più cupo, il verde più profondo. Ho pianto per la prima volta in trent’anni perché mi allontanavo da mio padre. Mi sono sentito in colpa per averlo lasciato da solo. Mi sono sentito male (per la prima volta) perché senza di lui mi sento solo. La mia roccia, la forza intramontabile che tiene assieme le fila della nostra famiglia, la trascina di peso, senza farsi tante domande, senza concedersi una tregua. Il senso di una missione, noncurante del tempo e dello spazio.
La musica, l’intreccio di persone e idee. Ho ricopiato il mio repertorio su un foglio bianco. Quanto ho visto trenta canzoni, ho provato la vertigine. Una valigia strapiena di trucchi e di emozioni. Capire testi scritti anni prima per quello che cercavano di dirmi. La maturità nella ricerca del suono e del senso. La libertà di lasciarsi trascinare in un messaggio. Fare l’amore col proprio strumento, paziente, fedele, compagno. Contro i rumori del traffico di via balbo, contro il silenzio della casa vuota nella solitudine.

Uno scivolo che non s’è fermato nemmeno per un istante. Lo zen e la psicanalisi. La meditazione che va e viene. E il disagio, la frenesia di ritrovarsi dietro una frase. La ricerca dei nomi per guarire il presente. La vanità degli sforzi, la profondità degli intenti – gli incontri. Immerso nella crema del tempo, movimenti bloccati, frasi confuse, scambio di energie, a volte conturbanti, spesso liberatorie. Scoprire sempre una porta che ti porta più lontana, l’inconcepibile profondità della tana del bianconiglio.

L’incontro con il diavolo, in sogno. Mi ha tirato su per una caviglia. La paura. Il risveglio affannoso. Il timore di riaddormentarsi. Ho sperimentato situazioni che ancora non sono in grado di apprezzare per davvero. L’altro giorno giravo con una giacca leggera e la camicia infilata nei pantaloni. Adesso ho la sciarpa stretta alla gola e il cappello calato sulla testa. Quando mi sono girato c’erano solo più fantasmi. Ho suonato una canzone di dieci minuti dal vivo, ho scaricato tutta la mia passione su quel brano, tutta la mia storia precedente, che mi sbircia da dietro le tende, mi sussurra delle cose che non vorrei ascoltare.

È stato un anno che non sono ancora capace di lasciare andare via. Ho avuto fortuna e non ho ancora restituito tutto quello che sento di dover dare. Vorrei trasferirmi in un’altra città e poi in un’altra ancora. Se mi trovo in una situazione, quale che sia, desidero insistentemente di poter finire in un’altra. Ci sono ancora delle maschere nascoste nelle rovine della mia anima, questo luogo polveroso dove una volta si ergevano templi maestosi e che adesso sono solo pezzi di colonne e calcinacci ammucchiate, dove i piedi affondano e le mani raccolgono dai cumuli oggetti da decifrare, smorfie che mi sembrano aliene: eppure le fattezze di quest’uomo sono proprio le mie.

Informazioni su Francesco Rigoni

Web Content Editor, Social Media Manager, Musicista, Insegnante di inglese, Autore. Vive a Torino.
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Una risposta a La notte dei biografismi

  1. andrea delamarne ha detto:

    fatti abbracciare.

    Mi piace

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