Il turno

Quando rientro a casa, da qualche tempo, mia madre finge di non vedermi. «Ciao» grido appena spalancata la porta, invaso dal rumore esagerato del televisore, tenuto a volume alto apposta per non ascoltarmi. Mia madre è di là che spignatta, fa finta di niente. Il fritto. E pastella. Pastella con gamberi, pastella con pollo, pastella con tacchino, pastella con broccoli, pastella con cavolo. Pastella con fragole. Pastella con frutta candita. Più è bizzarro l’ingrediente soggetto a pastellatura, secondo i miei standard nutrizionali (e quindi condivisi dai componenti della mia famiglia, e trasmessi di generazione in generazione, con qualche timida e sparuta innovazione), maggiore è il disappunto nei miei confronti. Otto e un quarto «Ho fatto aperitivo con i colleghi.» Ma sto biascicando? Non me ne sto accorgendo, però respiro un po’ a fatica. Mia madre da sotto il bombardamento di chiacchiere catodiche mi lancia una provocazione. Capisco soltanto la sillaba “ti” e quattro lettere finali, che mi sembrano un “-asca”. Intuisco nella confusione una leggera inclinazione interrogativa, e una palpabile tensione empatica, galleggiante nell’olio. «Toccava a me pagare stasera» le rispondo. Per un caso, in TV c’è un buco. Un’immagine fissa, il logo della emittente, impappinata lì, a fare da scudo per l’imbarazzo di un momento di empasse dei programmi, e un silenzio irreale, come se davvero, per la prima volta sin dalla sua invenzione, il carrozzone dei palinsesti avesse esaurito i suoi argomenti. Sembra sempre la prima volta; e, come ogni volta, disegna una finestra di tempo infinito, durante il quale forse una persona e tutte le persone insieme trascorrono il corso di una vita intera, nascita, sviluppo, maturità, invecchiamento e infine morte. Una sospensione narrativa nella quale si potrebbe incuneare un intero romanzo, quel gioco di scatole cinesi che autori e autori e autori e (dio, che noia, anche questo) altri autori ancora hanno esplorato e smontato e sbriciolato e poi ricomposto. In quel buco infinito, la scusa di un’altra lettura da ombrellone, un film che faccia ridere o una cagata americana, per non pensare. Un’altra occasione per restare morti sotto questa pietra tombale che è il cielo. E altre espressioni di meraviglia e intrecci simili a questi appena elencati.

Mia madre è di un’altra stoffa, di un’altra generazione, ha vissuto una vita fatta di elementi più concreti. In quella stasi cosmica, lei ci infila una frase, una sola, che probabilmente, nelle sue intenzioni, doveva essere un commento tra sè e sè, una provocazione “da mamma”: che se la senti, ne discuti; e se no, quanto meno, ci si è sfogati. E comunque la frase era: «L’hai detto anche ieri.»

Gelo polare. Ecco la pubblicità caoticissima di un salone d’auto e la sua musichetta composta ad hoc a nascondere la mia fuga.

Informazioni su Francesco Rigoni

Web Content Editor, Social Media Manager, Musicista, Insegnante di inglese, Autore. Vive a Torino.
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