Incontri

Sono sicuro che tu mi avevi già adocchiato prima di oggi. Mi avevi scorto camminare per strada, nel 1974. Avevo un giubbotto di jeans e i pantaloni a zampa d’elefante, i capelli lunghi e il barbone, e cacciato in testa uno stupido cappello da pescatore. Quell’anno lì mi avevano mostrato un film che s’intitolava “Serpico” e io non c’avevo capito più niente. Sono sicuro che tu abbia pensato che ero carino, avevi fantasticato su come sarebbe stato uscire e chiacchierare in una domenica di primavera con uno come me. Facevo ridere tantissimo, ma soprattutto ero una persona equilibrata, capace di stare al mondo. Avevi avuto lo stesso pensiero dieci anni prima, nel 1964, avevamo incrociato i nostri sguardi in chiesa. Il prete mi aveva appena appoggiato l’ostia consacrata sulla superficie della lingua: «Corpus Dòmini nostri Iesu Christi custòdiat ànimam tuam in vitam aetèrnam.» «Amen», e stavo andando a sedermi a posto. È stato un attimo nel quale abbiamo stentato ad accorgerci l’uno dell’altra. C’è stato un momento di elettricità, una piccola scossa, e come un soffio di vento può spostare di quel millesimo un delicato strumento elettronico, e alterare in modo radicale le sue funzioni, così quella mattina qualcosa nei nostri cervelli (o nei nostri cuori?) aveva cambiato sintonia. Mi ricordo che una sensazione del genere la provai nel 1945. Stavo tirando un carretto lungo una stradaccia mezza scassata per scendere a valle. Con me ci stavamo i miei due fratelli più piccoli e mio padre. Tiravamo su carbone, patate, riso, e poi ce ne tornavamo da mia madre. Sul carro c’avevamo messo quei pochi ortaggi e il latte che riuscivamo a mungere dalle due capre che tenevamo in casa. Mi sei passata affianco, scendendo a tua volta, dall’altro lato della strada. Avevi una cesta in testa, e guardavi con aria molto seria il percorso da seguire. Con un braccio reggevi la cesta e l’altro ti scendeva, rilassato lungo il fianco sinistro. La tua carnagione era indurita dal vento e dal freddo e dalla polvere e dal sonno. Ma i tuoi lineamenti erano dolci e suadenti come il declivio delle montagne che ci lasciavamo alle spalle. Avevo ammirato i tuoi lineamenti nel ’33 in un bistrot parigino. C’ero entrato per caso, per fumarmi una sigaretta in santa pace e bermi un bicchiere di vino rosso denso, e ascoltare un po’ di musica. Quand’ho sceso le scale mi sono ritrovato in mezzo a una bolgia impazzita di gonne e tacchi che svolazzavano, e un ritmo sincopato che non s’abbinava un granché bene al mio umore. Ho fatto due passi indietro per evitare di venire risucchiato dalla baraonda, e nel frattempo attendevo la fine del pezzo sperando, di lì a poco, in un lento di quelli struggenti, con un sax che piange e piange e piange, che mi facesse piangere con lui. La band, tuttavia, non sembrava aver intenzione di buttarsi giù quella sera, e nel girarmi ti vidi raccogliere l’ordinazione di una coppietta che, entrata evidentemente molto presto, s’era accaparrata un tavolino isolato e intimo, in fondo alla sala. La coppia non mi diceva niente, se non che era vero amore e queste cose succedono anche tra quelli poco interessanti (anzi, soprattutto tra loro, che è il loro riscatto e forse anche un po’ la loro vendetta); tu invece, pur vestita interamente di scuro e l’aria di chi si era rotta le palle del jazz e di questa faccenda che la vita è una cosa da vivere, splendevi e davi luce alla sala più di quelle quattro lampadine attaccate al soffitto. Ti guardai, pensai che in una serata diversa da queste mi sarei avvicinato a te: ma questa sera, niente.
Tu mi accolsi nella tua casa nel 1913 quando il fuoco bruciava dall’altra parte del fiume e il nostro piccolo villaggio si trasformò in un pugno di cenere e ricordi da dimenticare. La tua famiglia era ricca e viveva lì da molto più tempo della nostra. Allora eravamo poco più che ragazzini, tredici anni. Mi ricordo di te che mi osservavi dall’alto di quella scalinata, così imponente ai miei occhi poveri, e mi giudicavi con un disprezzo che non avevo mai visto in faccia a nessun altro. Povero, invasore, forse anche stupido, sgraziato, orribile. Ho sentito il tuo desiderio nei miei confronti scavarmi come la punta di un unghia, dal coccige fino a salire su, alla nuca. Un brivido che per un bambino è anche un mistero, una silenziosa iniziazione a un modo completamente diverso. Allora decisi che ti avrei avuta.
Tu sapevi invece che io ero già tuo nel 1895, a Londra, quando mi permisi di aiutarti a superare una grossa pozzanghera fangosa porgendoti il dorso della mano. Tu mi sorridesti, ma io ero tutto un rapimento e occhi su occhi su occhi che coglievano tutto, come le immagini in movimento che in quegli stessi anni imperversavano le pagine dei giornali, e che andavano a integrare la fotografia sul piano della fissazione della realtà. Ma cosa c’era allora di più reale di quegli occhi castani e di quei riccioli? Quelle guance tonde e dalle estremità rossicce? Cosa c’era di più dolce del tuo polso, così delicato? Che, al momento della separazione, era come un baratro, come il taglio del cordone, e tanta voglia di piangere e di piangere, di gioia e tristezza e in sostanza di confusione, come a dire “sono anche io al mondo, finalmente, adesso”. E tu tutte queste cose le capisti con un lampo del tuo sguardo civettuolo e della tua malizia, che già ti faceva intuire che ci saremmo incontrati, ancora una volta, almeno, nei giorni che sarebbero stati.

Informazioni su Francesco Rigoni

Web Content Editor, Social Media Manager, Musicista, Insegnante di inglese, Autore. Vive a Torino.
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2 risposte a Incontri

  1. andrea delamarne ha detto:

    non ricordo neanche quando e se nella mia vita ho letto qualcosa di così bello e limpido come qui adesso. porco giuda.

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  2. Francesco Rigoni ha detto:

    Inutile dire che, rileggendolo, t'ho pensato

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