Biancospino e la Sfera

Rosafiore cercò di avvisare Biancospino del pericolo «Ti prego, lasciamolo qui, andiamocene, non mi piace questo silenzio!» Ma l’attenzione di Biancospino era tutto attratta dall’oggetto luccicante che era apparso dal nulla al centro del campo di lattuga, il campo del papà e dello zio, della mamma e della nonna, dove tutti brucavano da generazioni senza incorrere in un brivido, senza essere capaci di rispondere a un’obiezione. Il rumore di tutte le fantasie che Biancospino cercava con fatica e malavoglia di contenere nei confini della sua immaginazione si fece insostenibile, ed era un fischio acutissimo e prorompente, che rendeva ogni azione più articolata e difficoltosa. L’oggetto era una palla metallica, di colore giallo e luminoso, scintillante alla luce del sole, con una spaccatura in mezzo, sottile, che disegnava una linea dritta al termine del quale formava un piccolo buco circolare leggermente più grande. All’interno della sfera, si poteva scorgere un palla più piccolina, dello stesso materiale, che sembrava riposare all’interno di quella sicura protezione. Biancospino disegnava dei cerchi camminando guardingo attorno all’oggetto, mentre Rosafiore lo aspettava al limitare del piccolo spiazzo che si era disegnato lì attorno, tra le lattughine fresce e le sterpaglie. Biancospino, attratto e spaventato, allungò un dito per sfiorare l’oggetto misterioso, e un fremito di terrore gli percorse la schiena quando sentì la superficie liscia e fredda. Ritrasse subito la mano, e sentì l’inebriante emozione di incertezza dargli alla testa. Sentiva che voleva fare una sciocchezza. Rosafiore che lo teneva a distanza vedeva i suoi occhi fiammeggiare di una luce strana, assente, l’attenzione tutta rivolta alla novità, bramosa di possederla.
«È bellissimo.» disse Biancospino mentre non le staccava gli occhi di dosso.
«Ti prego, Biancospino, andiamocene, è troppo pericoloso!»
«Sei hai così tanta paura, puoi andartene, io non mi muovo da qui.»
Rosafiore si sentì ferita da quelle parole così taglienti, e assieme quelle stesse parole la ancoravano in quella situazione: non poteva separarsi da Biancospino, non più, doveva restare accanto a lui e… fare, qualcosa, a un certo punto. Non ci sono parole per spiegare, la sua pelle parlava per lei, le sue budella in fermento.
Biancospino fece un grosso respiro e cercò di riprendere la calma, cosa che funzionò appena. Ma nel momento in cui sentì un minimo di rilassatezza sulle gambe, e la possibilità di muoversi di nuovo, si avvicinò con cautela all’oggetto e rimase immobile per un secondo, fissandolo con grande attenzione. Dopo di che, ci appoggiò sopra la mano destra, lentamente, con la cautela con cui si trasportano i fuochi di artificio di Billy Granger, la cui attrazione per il malto lo aveva sempre reso un soggetto da cui diffidare. Accarezzò l’oggetto, che non ebbe nessuna reazione, se non quella di spostarsi, leggermente, in avanti. Allora Biancospino decise che poteva anche tentare di fare qualcosa in più: avvicinò anche la mano sinistra alla superficie, e, prima con la punta dei polpastrelli, e poi piano piano con le intere falangi; infine, con il palmo, la toccò di nuovo, e la accarezzò un poco. Biancospino sorrise. L’oggetto al contatto era freddo e insensibile, ma liscio, completamente levigato, senza alcuna presenza di imperfezioni, di salti o di bolle, di buchi o di graffi, di segni o di macchie. Non era come gli oggetti che costruivano i suoi amici del villaggio, i cucchiai di nonna Elsa, il pomello della porta di casa sua. Questo era perfetto. Qualcosa di molto sottile e di teso, molto teso, venne pizzicato in fondo all’anima di Biancospino, e trillò, risuonando per tutto il suo corpo; ed era un suono bellissimo e perfettamente bilanciato, armonicamente melodioso. Ma era un suono solitario, che soltanto lui poteva ascoltare (o forse era il contrario, che tutti avrebbero potuto ascoltare, ma non lui?). Rosafiore lo stava guardando ancora con molta diffidenza, e cominciava a sentirsi sola, e inutile, e cominciava a fare freddo, mentre Biancospino insisteva a giocare con il “coso”; il quale, francamente, a lei cominciava ad apparire come un disturbatore noioso e senza molto da dire. Voleva dire qualcosa ma ancora non ci riusciva, mentre Biancospino faceva tutti i suoi esperimenti: ne cercava di esplorare con le mani l’intera superficie, facendo un po’ di pressione, cercava di intuirne il peso. Rischiò di caderci sopra, quando, appoggiandosi, esso si mosse piuttosto liberamente, quasi rifuggendo dal suo peso. Rosafiore a quel punto, mentre Biancospino ridacchiava tra sè e sè, e girava attorno la sfera, la spingeva col dito, sbirciava dentro la fessurina l’altra piccola sfera addormentata, ebbe un moto di rassegnazione: se ne sarebbe andata senza dire niente, tanto Biancospino non era più là, Biancospino aveva trovato un altro gioco a cui giocare, Biancospino era il solito Biancospino con tutti quei pensieri per la testa e neanche un briciolo di affetto per gli altri. Gli aveva appena girato le spalle che la voce di lui la paralizzò all’istante, lì dove si trovava: «Vieni a toccarla anche tu, è bellissima»
Si girò lentamente, imbarazzata, in colpa per aver voluto abbandonarlo così, a se stesso. «Non mi sembra una buona idea, veramente».
«Non dire sciocchezze, vieni qua.» Biancospino fece tre passi, la raggiunse, la agguantò per il polso e la trascinò verso la sfera. «Toccala.» «No, davvero, non è il caso» «Toccala, coraggio!» «Biancospino, lasciami mi fai male!»
Allora la spinse di peso, ancora tenendola saldamente per il polso, e piazzò la sua mano sulla superficie della sfera. Rosafiore si fece prendere da uno strano straniamento. Non avrebbe saputo dire a che altro tipo di oggetto paragonarlo, quale altra esperienza del genere aveva avuto nella sua vita. Forse la pancia di sua madre, quando nacque sua sorella: ma quella pancia era calda, e morbida. Questa superficie invece non aveva pori, e nessuna temperatura, ed era dura, non si poteva schiacciare, e se la premevi, non c’era nessuna risposta, nessun piccolo spasmo o spostamento, nessun gonfiarsi o sgonfiarsi, nessuna risatina. Rosafiore si sganciò dalla presa di Biancospino e perlustrò l’oggetto curiosamente. Poi, a un certo punto, le venne in mente un ricordo. Il ricordo di una sensazione simile, di quella durezza impersonale e pure così affascinante nella sua impeccabile fattura: una lama. Quello era il pensiero che cercava, l’analogia. Voleva dire a Biancospino che non c’era niente da fare, che lei non voleva avere nulla a che fare con quella cosa e che voleva lasciarla lì e voleva tornare nella sua casetta da sua madre e suo padre e i suoi fratelli e brucare la lattuga e svegliarsi un giorno dopo l’altro senza il pensiero che ci fosse un oggetto che potesse risultarle così alieno e differente e misterioso e insieme così stranamente preoccupante, proprio come la lama di un coltello con la quale ti tagli da bambino per caso e poi capisci che non la vuoi più toccare; ma a quel punto accadde qualcosa di strano. Perché Biancospino, a sua volta, si era messo a giocare di nuovo con le sensazioni della sfera, ancor più esaltato perché era riuscito a trovare una compagna di avventure; e proprio in quel momento, la sfera ebbe una reazione; e all’altezza della spaccatura, si aprì, lentamente, schiudendo, come un fiore, un po’ alla volta separandosi in quattro lembi, ciascuno adagiandosi per conto proprio per terra, con un movimento freddo, deciso, ma non affrettato, e delicato; e un poco alla volta, scoprendo l’altra sfera, quella piccolina, quella che sembrava proteggersi al suo interno, che sembrava dormire i sonni più sereni del mondo. Come un fiore di ninfea schiuso, ora la sfera superiore era completamente aperta; e giacente sulla sua superficie, la seconda sfera, più piccolina. Un poco alla volta, anche la sfera cominciava a mutare, come liquefandosi, la sua superficie di metallo sciogliendosi in un altro materiale più simile alla limonata (una limonata densa di limone, di un colore giallo acceso e scintillante, che colava via un poco alla volta, infiltrandosi all’istante nella terra del campo, scomparendo nel nulla).
Quando che la sfera ebbe completato la sua liquefazione, al centro del giallo fiore metallico schiuso, stava una creature di fattezze umane, un esserino minuscolo (sarà misurato non più della lunghezza del braccio di Biancospino), magro, anche lui di uno strano colore giallo, acceso, accoccolato a se stesso, gli occhi piccoli e chiusi, i lineamenti lisci come la superficie della sfera, le sopracciglia appena accennate, senza capelli e senza vestiti. Dormiva di un sonno indisturbato. Una strana aura, dello stesso colore suo e della sfera, sembrava proteggerlo tutto attorno, come un mantello, o una coperta, o una laccatura invisibile. Difficile da spiegare: questo alone, di colore vago, aumentava e diminuiva di intensità ritmicamente, crescendo e rimpicciolendo, come di una cosa viva, di una cosa con un suo ritmo interiore. Come di un respiro.

Informazioni su Francesco Rigoni

Web Content Editor, Social Media Manager, Musicista, Insegnante di inglese, Autore. Vive a Torino.
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