Julie e Lucien

Julie stringeva i fianchi di Lucien mentre nel frattempo le ultimi flebili scintille del sole si rintracciavano sul luccichio della carenatura. Poi più niente: soltanto una lunga autostrada e il rumore del vento che soffia nelle orecchie. Dimmi una parola, Lucien, pensa Julie. Dimmi una parola che dia pace al mio cuore. In questo momento c’è la velocità e anche il silenzio, e fanno paura. Julie guarda attorno a sé il buio, che è la solitudine della sua vita, e la coglie come aveva colto al mattino quella margherita, sdraiata in riva al lago, e aveva cercato di appuntarla tra i capelli di Lucien, che si era scostato e aveva protestato, e per cambiare discorso le aveva messo le mani attorno ai fianchi e se l’era schiacciata addosso, e poi s’erano baciati, e il sole caldo batteva sulle loro pelli e sembrava che il sangue, riscaldato dall’atmosfera, fluisse con più spinta, e che questa spinta infondesse in loro un’euforia particolare, il desiderio di mangiarsi tutti i minuti, di arrivare fino in fondo senza accorgersene. Adesso, col buio, nessuno voleva vedere il domani. Lucien non parlava ma guidava e basta. Non ce l’aveva con Julie ma solo con la fatica di regalarle sempre un’emozione in più, per convincerla a non spegnersi, a non chiudere il proprio cuore, e restare in casa con la madre, protetta per sempre. Forse non in questi termini precisi, ma Lucien pensava questo. Che per Julie, come tutte le donne prima di lei, era importante saper lasciare la loro vita emozionale scorrere, e per scorrere, bisogna darle modo di sentirsi al sicuro. E così adesso taceva, perché anche se sentiva, senza che si parlassero, tuttavia, sentiva, che Julie aveva un momento di smarrimento, anche lui sentiva tanta fragilità, e pensava solo a tenere dritta la moto, e a lasciare che un viaggio tranquillo facesse il resto. Cosa dovrò fare di me, pensava Julie. Oggi siamo stati fuori in gita ed è stato bellissimo, ma domani o dopodomani ci sveglieremo e saremo incastrati gli uni con gli altri dentro la linea sette del tram, in un mattino uggioso, con le macchine dei guidatori stanchi, distratti e maleducati che passano velocemente sopra le pozzanghere profonde senza accorgersene, bagnando i passanti, e gli ombrelli che sbattono gli uni contro gli altri, e le spallate per trovare il proprio posto, e la signora anziana a cui lasciare il posto e poi da osservare, specchiandosi. Sarà così, e in quale altro modo? Esiste un manuale per arrivare in fondo a queste fatiche con la gioia nel cuore, con un sentimento di piacere di vivere da trasmettere? È la vita un bene da difendere a tutti i costi? Questo dono che è il più importante, i confini del prima e del dopo, che prima e dopo non c’è niente, nemmeno un ricordo, nemmeno un’astrazione che abbia un senso. E mentre ci sei dentro desideri un po’ che cambi, un po’ che non sia così, un po’ che finisca, ma a ogni angolo nel quale scruti c’è solo un muro di buio profondo, quel nero dove le cose non hanno forma né ragione d’essere, semplicemente s’annullano nel silenzio. È abitabile quel silenzio? E Lucien? Cosa dice Lucien di questo? Mi amerà ancora quando io sarò madre e riuscirò più ad avere tutti i pensieri che oggi ho per lui? Lucien non dice niente, Lucien guida.

Informazioni su Francesco Rigoni

Web Content Editor, Social Media Manager, Musicista, Insegnante di inglese, Autore. Vive a Torino.
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