I mattoni della casa del tempo

Sostanzialmente, sono felice per quello che mi sta accadendo in questo periodo, anche se la luce in fondo al tunnel non s’intravede ancora. Forse la notizia migliore è proprio questa, e cioè che in questo momento sono io stesso a illuminare il tunnel con la luce che sgorga da me medesimo; e sono grato per questa possibilità che mi è stata offerta (da chi è questione che lascio volentieri ad altri dibattere), perché mi consente, forse per la prima volta nella vita, di osservare le pareti di questo passaggio nel quale mi sto avventurando; e mi consente anche di ridere, o almeno sorridere, dell’aspetto spoglio e un po’ primitivo di questo condotto, che qui prendo a rappresentare le circostanze esterne e interne entro le quali mi destreggio in questo frangente incertissimo della mia esistenza. Cosa c’è da ridere? Si potrebbe avanzare come spunto per approfondire il discorso; ebbene, il riso scaturisce dallestrema insicurezza con la quale si insiste a interpretare ogni faccenda del mondo, una chiave di lettura che condivido con i miei coetanei e non solo che c’è stata inculcata da uneducazione televisiva che si fa sempre più pervasiva nella cultura popolare, ma soprattutto (e anche peggio) nella cultura personale. Forse dipende da un fallimento di una tradizione spirituale che oggi non vedo o vedo parecchio indebolita e invecchiata (ma qui lo suggerisco e non intendo più farne menzione) nel suggerire senza mostrare il fianco allincertezza che ciò su cui sarebbe, per tutti, invariabilmente, prioritario e fondamentale concentrarsi è il momento presente, lesatto secondo indicato sul quadrante dellorologio, quale che sia (perché, per lappunto, dopo ciascun secondo cessa di essere quello e diventa inevitabilmente un altro, unico e irripetibile), e che i diversi livelli del discorso valgono come approfondimenti sulle faccende umane che dovrebbero, in teoria, aiutare a capire quanto sia alto il valore di quel secondo stesso già solo per il fatto di essere se stesso, e che in secondo luogo la stessa esistenza umana è caratterizzata da attività e pratiche e moti danimo e slanci a cui dovrebbe sempre essere lasciato il passo rispetto invece al insistito e deludente fuga nella paura e nellangoscia di esistere. Anche se la paura nei confronti della morte è quello stimolo primario che permette lo sviluppo di quelle stesse attività pratiche moti danimo e slanci, essa non può essere un pensiero cosciente fisso: la paura della morte è istintiva, ma la morte di per sé non è nostra nemica. Anzi, tanto più il pensiero della morte abita i nostri pensieri, più o meno consapevolmente, tanto più il giorno della sua venuta savvicina, come se fosse un cane al guinzaglio il cui unico desiderio sia quello di scorrazzare, e noi invece non facciamo altro che trattenerlo al guinzaglio, con tutte le nostre forze, e così lo teniamo affianco a noi il più possibile. Camminare a fianco della morte, tuttavia, non può che essere una pratica da scoraggiare, perché avendo la morte al nostro fianco ci immergiamo nella sua area mefitica e non possiamo far altro che interpretare gli eventi che occorrono durante il corso dellesistenza dal suo punto di vista, che è quello dominante. Se quello che ci accade attorno è così intimamente legato ad essa, difficilmente possiamo incontrare qualcosa, tenendo la morte così vicina a noi, che possa distrarci dalla sua potente influenza. Inoltre, la morte, essendo un fatto della vita inevitabile e slegato da regole fisse e organizzabili in una sistema olistico, non viene scoraggiata o indebolita dalla nostra pur devota sorveglianza. Essa continuare a colpire, secondo la sua logica imperscrutabile, le persone che ci stanno accanto e quelle che portano con sé dei valori per noi pieni di significato. Sapendo che nei nostri paraggi c’è una forza così cieca e inarrestabile, cosa ci rimane di fare, in alternativa alla disperata nevrosi nella quale sembriamo tutti, chi più chi meno, nuotare affannosamente in questo periodo un po scalcagnato? Ebbene, proprio la singolarità di quel frangente di vita (di esistenza vera, reale, tangibile), che è un secondo (per non voler entrare nel merito dei decimi centesimi millesimi eccetera) e che è unico incontrovertibilmente. Se ogni giorno è unico nella storia dellumanità, e non tornerà mai indietro, il secondo è il mattone su cui possiamo costruire la casa del tempo nella quale abitiamo. È evidente allora, usando una metafora abusata ma assolutamente efficace, che è proprio la cura con cui costruiamo il nostro edificio che diventa il cuore pulsante ed essenziale della nostra comparsa al mondo. Se nella nostra casa del tempo pioveranno dentro angosce, ansie, paure, litigi per questioni inutili; e tutte le traversie della vita faranno sbattere le finestre senza che gli infissi possano resistere al loro impatto, è chiaro che il pensiero della morte sarà soffocante e abitare, come un cane randagio che sinvaghisce di noi, senza essere ricambiato, luscio della nostra casa del tempo. Abbaierà e noi sapremo che è lì fuori, aspettando il giorno in cui apriremo la porta per accoglierci, lui sì felice, noi decisamente. Perché la casa del tempo deve poter accogliere la morte quando sarà il momento opportuno, sapendo che gran parte delle cose che capitano, in quei secondi irripetibili della nostra esistenza, non sono intemperie inarrestabili, ma semplici perturbazioni, che pure sono necessarie lungo il cammino della vita, proprio come i giorni di pioggia si devono alternare ai giorni di sole, e le ore notturne devono alternarsi alle ore diurne. Questo non significa morire. Quando la casa del tempo sarà terminata, allora la morte potrà incombere, ma a quel punto non saremo interessati al suo potenziale devastante: certo ci metterà nella condizione di provare dolore, di gettarci nello sconforto; ma saranno questi sentimenti che noi avremo imparato a conoscere e a non averne paura. E così saremo pronti anche ad avvicendarci con gli altri, sperando che anche chi viene dopo di noi abbia la stessa cura di cui noi abbiamo avuto della nostra casa del tempo. Questo è quello che sto imparando in questo periodo strano e apparentemente decadente della mia vita. Così che mi sorge il dubbio che forse il tunnel potrebbe non finire e che, allo stesso tempo, non sono così interessato a saperlo, perché grazie alla luce che io stesso emano sono in grado di vedere dove mi sto muovendo, e posso decidere quanto andare avanti e quanto camminare, se aggirare gli ostacoli e come o se ho bisogno di trovare una soluzione differente. Forse posso anche cominciare a scavare per costruire un tunnel tutto mio, buffo, primitivo e sgangherato a sua volta. Qualunque cosa sia, limportante è riuscire a illuminare anche il secondo che è appena passato, perché posso apprezzare la sua assoluta unicità, come un diamante che ho loccasione di impugnare una sola volta, e che, per questa ragione, devo ammirare velocemente ma senza perdermi neanche una sua sfaccettatura e neanche un suo riflesso luminoso, e poi guardarne un altro, e un altro ancora

Informazioni su Francesco Rigoni

Web Content Editor, Social Media Manager, Musicista, Insegnante di inglese, Autore. Vive a Torino.
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