“In viaggio con la Mehari” per ricordare Siani



“Quando fu ucciso, Giancarlo Siani, non fu immediatamente riconosciuto per quello che era e che ora sappiamo essere, ovvero un ragazzo di 26 anni caduto per la verità. Non andò così. Una moltitudine di cronisti, una moltitudine di persone che all’epoca aveva nomi e voci ma che ora è rimasta una codarda moltitudine senza volto, pensava fosse impossibile che la camorra potesse prendersela con un “ragazzino” e non con quei cronisti in prima linea e in prima pagina, con quelli che ogni giorno sul fronte di guerra raccontavano cosa accadeva nelle strade e nelle segrete stanze della camorra. In più una parte degli inquirenti trovava insopportabile il pensiero che un giovane giornalista, che da poco aveva avuto accesso alla sede centrale del Mattino, venisse considerato pericoloso, più pericoloso di loro. Si innescò un meccanismo assurdo per cui si provava addirittura invidia di quella morte. […]


Riaccendere la Méhari, ripartire, è il più bel dono che Paolo Siani possa fare non solo alla città di Napoli, ma al paese intero. Riaccendere quella “spiaggina”, quell’auto allegra, che permette al vento di venirti in faccia, che non mette barriere tra il dentro e il fuori, è un dono fatto a un paese che per dieci anni non si è comportato bene. Che per dieci anni ha dimenticato la vita di un ragazzo, che per dieci anni ne ha banalizzato la morte, che per dieci anni ne ha minimizzato il lavoro. La Méhari che riparte è il contrario del rancore, il contrario di un legittimo sentimento di vendetta che Paolo Siani potrebbe provare. La Méhari che riparte è la vittoria della possibilità di raccontare. Io non credo più da tempo nella possibilità di cambiamento di una città, di un territorio così incattivito anche in quelle che dovrebbero essere le sue parti sane, le sue parti migliori. Credo però negli individui, in quella singola ragazza, in quel singolo ragazzo, in quella persona che si sottrae, che non diventa crudele, che non si lascia mangiare dai giudizi facili. Che non arriva a invidiare persino la morte di una persona. Credo nel professionista che facendo bene il proprio lavoro sa che sta cambiando le cose in meglio. Riaccendere la Méhari mi sembra questo: permettere che il lavoro di un ragazzo, che il lavoro fatto bene di un ragazzo, fatto talmente bene da procurargli una condanna a morte, non si interrompa con la sua morte. Capire, ricercare, comprendere, raccontare, vivere, questo non è stato possibile fermarlo. E oggi riparte.”

– Altre informazioni:

Informazioni su Francesco Rigoni

Web Content Editor, Social Media Manager, Musicista, Insegnante di inglese, Autore. Vive a Torino.
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