La posterità e le sue gatte da pelare.

A 1:01:00 di questo video dell’incontro “Informazioni e sentimenti nell’era di Facebook”, avvenuto nel corso del Blogfest 2013, Massimo Gramellini, autore che, chi mi conosce lo sa, non amo, ha espresso questo concetto:

«Ho fatto una cosa che un romanziere vero considererebbe un insulto, una bestemmia, cioè io ho buttato via frasi, pagine che ho scritto perché le ritenevo troppo difficili per un lettore che leggesse quel libro con uno stato d’animo tranquillo… perché io penso sempre che chi legge un libro come un giornale non è uno che è in vacanza, è uno che magari tutto il giorno ha lavorato, è stanco e alle nove di sera, quando apri il mio romanzo, non puoi costringerlo a lavorare mettendogli parole difficili o frasi cerebrali, anche se magari c’è… Joyce va bene se lo leggi ad agosto – beh forse neanche lì – però diciamo… Joyce alle nove di sera non c’è un essere umano al mondo che può aprire quelle pagine sconnesse… sarà arte, però è un’arte sicuramente che richiede una fatica che io non mi sento di tutto cuore; intanto non ce l’ho, quell’arte ma, anche l’avessi, cercherei di non farla pesare al pubblico.»

Come tante delle uscite gramelliniane, anche questa porta con sé una valanga di considerazioni e, da un certo punto di vista, di chiacchiere. Se vogliamo proprio contestualizzare il suo discorso, questa frase si riferisce alla scelta di un autore del pubblico a cui rivolgersi. Assumendo che la scelta del destinatario del proprio discorso (scritto o orale) sia una strategia assolutamente normale e sensata, forse tra le tante cose che mi inquietano, è la descrizione del pubblico gramelliniano… Quasi come se la distanza tra un essere umano e Joyce fosse naturalmente insormontabile, quasi come se non ci fosse, da parte di un autore, la responsabilità anche di sfidare il lettore, di invitarlo, di accoglierlo, di dargli l’opportunità, insomma di proporgli anche un discorso più arduo, partendo dal presupposto che questo lettore semplicemente non sia all’altezza di affrontarlo – vuoi per ragioni di contesto: l’orario di lavoro, la stanchezza, gli impegni, eccetera… A me pare che questa sia una di quelle pietre (o meglio: la dimostrazione tangibile dell’esistenza di vere e proprie pietre) che costituiscono un muro di separazione tra le persone e la possibilità di confrontarsi con sé stessi e la propria intelligenza.
Lanciato questo input, le interpretazioni sono davvero infinite. Qui sotto il video dell’incontro. Per ascoltare la frase di Gramellini dalla sua stessa voce, bisogna andare al minuto 1:01:00 circa. 


In conclusione, ringrazio il gruppo “Buongiorno un cazzo”: resistenza culturale a Gramellini e al gramellinismo; il quale, al di là degli slogan forti, da svariati anni (!!!) svolge un vero lavoro di analisi e critica verso un certo tipo di giornalismo, rappresentato a Torino dalla figura di Gramellini in modo particolarmente significativo e con largo successo di pubblico (in espansione su tutto il territorio).

Informazioni su Francesco Rigoni

Web Content Editor, Social Media Manager, Musicista, Insegnante di inglese, Autore. Vive a Torino.
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