Quel piccolo salto di qualità

In attesa di quel piccolo salto di qualità.
Una piuma che, galleggiando da chissà dove (sarà saltata fuori dall’imbottitura di un cuscino?), sfiora le narici, distrae il sonno, risveglia di soprassalto; ed è giorno.
La città è la stessa. I negozi sono gli stessi; il mercato è uguale. Anche il traffico è più o meno lo stesso. L’aria è pungente, perché è inverno. Il cielo è chiaro. Una giornata soleggiata d’inverno. Io ho addosso i guanti, e la giacca pesante, e le scarpe robuste perché basta un po’ di umidità e il marciapiede ghiaccia.

C’è poco rumore. Strano. Mi concentro: c’è il parlottare della gente, i motori delle automobili, e dei motorini. Sento le ruote di bicicletta. Due bambini ridono, un cane abbaia. Passa il tram e trema tutto. Identico a ieri, ma strano. Entro al supermercato. Signori anziani, guardano le etichette, ci mettono un po’ a servirsi ai banconi. Si piegano lentamente. Non intralciano, però. Passo tranquillo. Sorridono anche. “Buongiorno”, mi viene da dire. “Buongiorno”? Ho mai detto “buongiorno” a un anziano al supermercato? Faccio spallucce e proseguo. Prendo il pane, la pasta, i biscotti (mai senza). Prendo una pezzo di formaggio stagionato, due fettine di carne bianca, due pomodori e un po’ di insalata verde. Il latte. Mi reco alla cassa, passano i prodotti sullo scanner. Guardo il prezzo. Com’è possibile?

Lo fisso bene. La cassiera sorride, e lo ripete scandendo bene le cifre. “Prego?” Lei ripete la cifra. “Ma… è poco.” mi scappa da dire. Lei mi guarda con un po’ di sorpresa. “Per fortuna, no?” Mi dice.
Io apro il portafoglio… sta bene anche lui, tutto sommato. Spendo la mia cifra e non mi spiace affatto.
Torno a casa, poggio le buste, metto in frigo quello che va in frigo (tengo fuori dal frigo quello che va tenuto fuori dal frigo). Faccio attenzione per non distrarmi, che se poi mi distraggo tendo a innervosirmi. Vado alla fermata dell’autobus. L’autobus è in orario. È pieno di persone. Faccio un po’ di fatica a entrare, ma vengo aiutato, le persone mi sorridono e mi fanno un po’ di spazio. Io le guardo, perplesso. Due fermate più in là sale una signora e un ragazzo gli cede il posto. La signora ringrazia, ma ci sono i posti per gli anziani: va a chiedere a una ragazza con le cuffie nelle orecchie se può lasciarle uno dei sedili gialli. La ragazza sorride “Prego, signora” e la lascia sedere.

Avrei voglia di tirarmi uno schiaffo ma meglio di no. Mi tolgo un guanto, mi infilo una mano sotto la manica e mi dò un pizzicotto. Mi ha fatto male! Scendo dall’autobus e mi ritrovo davanti a un vigile che discute con un signore, ma nessuno dei due alza la voce. Mi fermo alla fermata, fingo di aspettare una coincidenza. Origlio, e nessuno dei due menziona il governo.

Questo non è un sogno, è un incubo. Mi infilo in un bar e ordino un caffè. Il caffè è buono! Accidenti.
Prendo un giornale, lo apro. Notizie interessanti. Maledizione.

Pago (ancora una volta, senza essere particolarmente turbato dalla spesa) ed esco un po’ bruscamente, confuso. Sbatto con un tizio piuttosto robusto e l’aria un po’ cattiva. “Mi scusi, tutto bene? Non l’avevo vista…” mi domanda. Sono impietrito. Perché non mi dice di stare attento dove vado? Perché appena gli rispondo il mio tremulo “Sì…”, cercando di sfoderare qualcosa di simile a un mezzo sorriso (per la verità: due labbra piuttosto tirate), lui saluta – cordialmente! – e se ne va?

Mi sento strano, mi sento male. Sarà stato il caffè. Barcollo verso un parco dove bambini e cani giocano serenamente, ciascuno al suo posto. Non ci sono cartacce per terra, i cestini sono stati svuotati. Gli alberi spogli sono fragili sculture di cristallo opaco che innalzano gli arti verso il cielo, scintillando. Com’è bella la mia città. Com’è bella…

Non riesco a trattenermi. Dietro uno di quegli alberi così esteticamente impeccabili, mi inginocchio e dò di stomaco. È un conato di sofferenza, seguito da un rantolo gutturale, di come quando stai male per davvero, di come quando quella cosa che ti tieni dentro là non ci può più restare. Via tutto, purificazione forzata. Un signore dietro di me mi chiede se sto bene e io nervosissimo sto tastandomi le tasche del cappotto, dei pantaloni, le tasche interne, alla ricerca di un fazzoletto. Una mano guantata di nero me ne porge uno di carta. Ringrazio e mi pulisco e mentre mi pulisco ripenso al guanto e mi volto e… mio dio! Un poliziotto.

“Mi scusi, sono terribilmente mortificato”
“Non fa niente” dice lui. “Si sente bene?”
“Sì, non so cosa mi ha preso, non sono riuscito a trattenermi…”
“Non importa, forse però dovrebbe tornare a casa. Abita lontano?”

Mentre mi parla, io non sento quel tono di voce, quello del poliziotto, da poliziotto. Quello che è infastidito, perché non sono affari suoi ma lo devono essere; perché è una giornata di merda; perché questo qui vomita dei parchi pubblici; perché questo qui ha l’aria di essere un poco di buono; perché questo qui, se vomita in un parco pubblico in pieno giorno, dev’essere per forza un debole (ma poi ce l’ha, la faccia da debole); perché questo qui è una rogna; perché questo qui non va aiutato ma va ammonito; perché io sono un poliziotto e ho un’autorità morale che lui non ha. Niente di tutto questo; e il mio stomaco non reagisce bene. Mi volto di scatto e mi abbandono a un altro conato.

“Signore, si sente bene? Non vuole dell’acqua magari?”
“No, no, sto bene. Mi dispiace, mi dispiace…”
e lui, con dolcezza, porgendomi un altro fazzoletto: “Se non si sente bene dovrebbe tornare a casa, faccia attenzione”
“Mi dispiace per, per…”
“Non si preoccupi, adesso cerco un ausiliare e vediamo cosa si può fare.”

Alla parola “ausiliare” poco ci manca che non mi accascio di nuovo. Devo scappare da qui. Saluto, ringrazio, impacciatissimo. Vorrei prendere un altro mezzo per tornare a casa, ma no. Cosa sarebbe poi, se avessi un’altra crisi dentro un autobus? E se fossero carini con me anche in quella circostanza?

Sento lo stomaco che trema. Attorno a me, nessuno mi guarda storto. Neanche al parco nessuno mi aveva guardato storto. I bambini giocavano, i signori che accompagnavano i bambini tenevano d’occhio i bambini; anche i cani giocavano, e i signori che avevano portato fuori i cani, badavano ai cani. In giro poca gente. Soprattutto, in giro poca gente di corsa. Che dolore, che crampi. Lavoratori solleciti con la loro brava cartellina in mano, controllano gli indirizzi, citofonano senza tante smorfie. Autisti coscienziosi che rispettano i semafori e i pedoni. Ciclisti osservanti delle regole stradali (anche perché – noto – ci sono molti più tracciati per le bici di quanto ricordassi). Vigili, un po’ annoiati, ma sereni. Nessuno gli lancia occhiatacce; nessuno dà loro del cornuto, tra sé e sé.

Dove sono finito. Non sarò mica in Trentino Alto Adige? Non sarò mica finito in Svezia? Mi sono svegliato in Svezia? Ma no, sono a casa mia, non sono tutti alti e biondi. Fa freddo ma non così il freddo. Il sole tramonterà alle sei e mezza, sette di sera. Va tutto bene. Va tutto bene.

Che dolore, che fitte! Va tutto bene!
Sono arrivato al portone di casa. Sulla strada del ritorno, credo che un signore cinese che si è affacciato per un attimo dal suo negozio per prendere un po’ di aria, mi abbia sorriso. Credo l’abbia fatto. Poi è arrivato un fattorino e i due si sono parlati con calma, anche se il signore cinese masticava la lingua a fatica. Il ragazzo che faceva il fattorino ha parlato piano e si è fatto capire. Io ero già lontano, altrimenti temo che avrei imbrattato le scarpe a tutti e due. Sono sotto il portone di casa che mi frugo le tasche che sembro un matto e non trovo le chiavi. Le persone sono distese. Una signora anziana – una signora anziana, non ci voglio credere! – si ferma e mi chiede se ho bisogno d’aiuto.

“No, signora, è che non trovo le mie chiavi di casa… Eccole qua!” Le estraggo dalla tasca con un gesto rapido e un po’ esagerato, con un sorriso sempre più tirato, le labbra quasi doloranti dallo sforzo, semi-congelate. La signora mi sorride e dice “Ha visto che è andato tutto bene? Buona giornata, caro ragazzo”, e se ne va.

Sto per infilare le chiavi nella toppa, quand’eccola, la scorgo: una piuma che cade dall’alto. Chissà da dove arriva. Sarà mica sbucata fuori dal cuscino? Comincia a farsi vecchio anche lui… Non importa, volteggia piano, senza preoccupazioni, basculando, sospinta dai capricciosi arzigogoli del vento. A volte sembra precipitare, poi si riprende. Segue una traiettoria che parrebbe incerta; e invece, in fondo, senza che la fisica possa dare risposta di un fenomeno del genere (o forse solo con calcoli molto complicati; o forse con una regola semplicissima e lineare, cosa ne so io di fisica…),  il suo percorso è chiaro, sembra essere stato disegnato prima ancora che lo percorresse, come discendendo lungo un filo al quale è legata; e atterra sulla punta del mio naso.

Mi ridesto. È notte e fa freddo. Il silenzio è rotto dal camion dei rifiuti che, passando, fa tremare i vetri della mia camera. Il cane dei vicini abbaia, isterico, fino a quando gli spazzini non svuotano i bidoni sotto casa. Poi il camion si allontana e il cane si placa. Vado in cucina e vedo le buste della spesa ancora da sistemare. Quand’è che sono andato a farla? Qualcosa di schifoso sgocciola giù dalla plastica, scivola sul bordo del tavolo, e cade piano, piano, goccia dopo goccia, sul pavimento. S’è già formata una chiazza. Sento che potrei avere una crisi di nervi e invece… niente.

Giusto, un piccolo crampo allo stomaco.

Informazioni su Francesco Rigoni

Web Content Editor, Social Media Manager, Musicista, Insegnante di inglese, Autore. Vive a Torino.
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