Lo sceriffo mi ucciderà entro la fine dell’anno

Poco fuori Marksmenville c’è la mia lapide. Lo sceriffo ha detto che questo è l’anno in cui mi farà fuori. Non ha detto che mi arresterà. Non ha detto che mi processerà e mi impiccherà. Ha detto che mi farà fuori. C’è una lapide col mio nome e io non sono neanche riuscito a vederla perché la zona è assediata di amici e soldati e gente tirata su da lui stesso, per tenere gli occhi aperti giorno e notte. Sarà così per tutto l’anno a venire. Questo è l’anno in cui mi becca. L’ha detto lui ed era serissimo. L’ha detto lui e io c’ero: proprio a Marksmenville, al Saloon. Avevamo le pistole puntate gli uni contro gli altri ma io non volevo sparare e lui non voleva sparare. Io urlavo ai miei soci di non sparare e lui gridava ai suoi tirapiedi di non premere i grilletti. Noi avevamo bevuto il nostro e loro stavano facendo il pieno del loro. Noi si usciva per correre via, col favore della notte; e loro rinunciavano a inseguirci perché, per quella volta, del sangue era stato risparmiato; e tutti sanno che a Marksmenville i miei uomini, fin quando ne ho avuti, avevano l’ordine preciso di non torcere un capello a nessuno. Quella sera lo sceriffo mi guardò dritto negli occhi e, con un sorriso, mi ha promesso, mi ha garantito, giurato, che lui mi avrebbe fatto fuori entro la fine di quest’anno. Entro dodici mesi mi avrebbe fatto le penne. È difficile ricostruire quella voce, quella frase, con una manciata di parole. Era perentoria ma non come quella del prete che promette punizioni per tutti i peccatori; era sicura di sé, ma non come quella del mandriano che cerca di piazzarti la sua vacca come un affare certo; era suadente ma non come quella di Billy Joe, il giocatore di carte più bravo della contea, che vinceva e basta e non si faceva beffe di nessuno, con quell’eleganza che solo un baro sopraffino può avere. Non era arrabbiato. Non stava bluffando. Non era una sparata, ma non era nemmeno una promessa: se prometti, c’è sempre il dubbio che tu non possa mantenere. Invece lo sceriffo aveva un’altra voce, un’altra sicurezza, un altro taglio sulla faccia, oltre a quello che gli fece quel pellerossa cinque anni fa e che gli riga il volto da metà guancia fino a metà collo. Una smorfia storta. Non è la smorfia del pazzo del villaggio che ti garantisce che presto lui spiccherà il volo e farà la cacca in testa a suo padre che lo riempie di botte (non fosse altro che suo padre è morto cinque anni fa, nella stessa zuffa con i pellerossa dello sgarro dello sceriffo, e amava suo figlio come il più grande regalo avesse ricevuto dalla vita). Non è la smorfia di Jessica, la prostituta, che ha trovato rifugio presso il Saloon ed esce pochissimo durante il giorno, perché Marksmenville è un posto davvero troppo piccolo per una così e appena mette il naso fuori riceve sputi e insulti da tutte le altre donne; ed è arrivata a chiamare il prete nelle proprie stanze pur di poter seguire una messa di tanto in tanto (e, come diceva Jackie Il Furbo, quello che se n’è scappato con la mia fetta di bottino l’ultima volta, era forse l’unico caso in cui qualcuno entrava in camera sua ed era lei a pagare); fino a che, siccome qualcuno (cioè tutti) si era lamentato, cominciò lei ad andare in chiesa, ma di notte, e il prete officiava lì per lei, e lei pagava queste prestazioni a peso d’oro (e io c’ero, e l’ho visto). La smorfia dello sceriffo non è la stessa dei suoi tirapiedi; che, quando lui pronunciò la famosa frase sulla mia morte entro la fine dell’anno, mi guardavano con aria di sfida, di soddisfazione, quasi orgasmando, entusiasti all’idea di stare con un capo così spavaldo, così risoluto; la loro gioia era la loro cieca fiducia in lui. La loro smorfia somiglia, piuttosto, a quella del cane di Sam, il tizio che ha la campagna a un miglio dal paese, e che non si capisce bene come faccia a essere ancora vivo; che a un certo punto quel suo cane, quella volta che aggriedì suo fratello che era venuto a trovarlo dopo dieci anni, lo ha ammazzato senza battere ciglio. Il fratello si era difeso dandogli un calcione, e sarebbe bastato; ma Sam non era dello stesso avviso: era tornato dentro casa a prendere il fucile e lo aveva impallinato senza dire nemmeno una parola, pum, un colpo secco in testa. E quel cane era un cane che non piaceva a nessuno e tutti furono felici di ciò, ma era un cane fedele al suo padrone, eccome se lo era: lo è stato fino alla morte; e i tirapiedi avevano proprio la smorfia e gli occhi di quel cane, di quelli convinti di fare nel giusto, e che il loro male era giustificato dal fatto di stare nel giusto. Senza sapere che un giorno il loro padrone li fucilerà tutti. So che lo sceriffo lo farà pur di avermi.
La smorfia dello sceriffo è una di quelle cose che non si erano ancora viste in paese. Lo guardo e penso alle scorribande in giro per le vallate circostanti; mi sforzo di rintracciare negli sguardi che ho incrociato negli assalti alle diligenze o ai treni postali, dei miei soci, dei rangers, dei derubati. Credo di averlo visto un giorno, in città, uno sguardo così. Era lo sguardo di una donna meticcia, credo fosse mezza messicana, che in una fiera teneva un banchetto con sopra una boccia di vetro e due sedie. Diceva che là dentro ci guardava l’avvenire. Di sfuggita, mentre io e i ragazzi ce ne andavamo via, pieni di birra e affamati di pollastrelle, con la coda dell’occhio la scorsi, mentre parlava a un tizio che mi dava le spalle. Parlava seriamente, ma sorridendo. Sorrideva perché sapeva già. Sapeva già perché aveva visto. Non stava facendo una previsione. Non stava tirando a indovinare. Non stava promettendo e non stava neanche inventandosi delle balle. Lei aveva messo un piede nel futuro.

Quello. Lo sguardo dello sceriffo. Quel maledetto diavolo! Lo sapeva, lo aveva visto. Lo aveva già vissuto, ed era successo entro la fine di quest’anno: alla fine era riuscito ad ammazzarmi. Per questa ragione, una volta tanto, avevo una paura così fottuta di lui.

Informazioni su Francesco Rigoni

Web Content Editor, Social Media Manager, Musicista, Insegnante di inglese, Autore. Vive a Torino.
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