Le foto del cane

Un signore ben vestito entra in un caffè e ordina una cioccolata calda. Una signora gli si fa vicino proponendogli di abbonarsi alla sua rivista. Il signore le risponde molto garbatamente:
«La ringrazio, ma questa cioccolata è l’unico piacere che posso permettermi nella vita, in questo momento»

Il racconto dovrebbe essere sempre così. Semplice, breve, appuntito. Racconta quello che deve raccontare e poi se ne va. Ultimamente, ho preso l’abitudine di nascondermi dietro le frasche per spiarti da lontano. (Le frasche, evidentemente, sono metaforiche. A volte sono panchine, a volte automobili, a volte sono giornali aperti, come nelle pellicole di una volta). Sono diventato uno stalker? Tecnicamente, temo di sì. Nelle intenzioni, dipende. Il mio desiderio non è quello di avvicinarmi né di farmi sgamare. Ho paura tu mi abbia già scoperto. Ma io, come tutti i drogati, invece di desistere, di tanto in tanto rischio anche qualcosa, solo per vedere quanto in là posso espormi prima di fare una brutta fine. Magari sporgendomi un po’ troppo, oppure scegliendo una posizione troppo vicina, rischiosa. Una volta ti ho spiato parcheggiando l’auto qualche metro da casa tua e restandoci chiuso dentro. Grazie a dio eri sovrappensiero. Non hai notato l’auto, non ti sei presa la briga di riconoscere la persona che era seduta dentro. Altrimenti sarebbero stati cazzi amari per me.

Un signore ben vestito decide di entrare in un centro scommesse, per curiosità. Naturalmente, il suo ingresso desta l’attenzione di tutti. La persona alla cassa gli fa notare che per stare lì deve giocare per forza. Il signore punta qualche moneta su un risultato impossibile di una partita di calcio. Solo che alla fine si scoccia di quel posto e se ne va. Tornando alla vita di tutti i giorni, si disinteressa dei risultati delle partite e riprende la sua routine quotidiana. La partita è finita secondo il suo pronostico, ma non ha mai raccolto la sua vincita.

I racconti devono andare via leggeri. Non descrivendo gli eventi tramite le emozioni ma le emozioni tramite gli eventi. Io per esempio mi sto divertendo molto a fare un album di foto del mio cane. Il cane è scomparso qualche mese fa e ha lasciato un vuoto indescrivibile dentro di me. In famiglia sono l’unico ad aver patito così. Quando me lo hanno detto ho pianto e mesi dopo ero ancora lì che ci pensavo. Nel frattempo già raccoglievo foto. La maggior parte di esse sono in formato digitale, quindi porto i file a stampare su carta fotografica per riuscire a creare un album come quelli che si facevano una volta. Non essendo stato in vita il cane questo grande soggetto di interesse fotografico (né di interesse in generale), non credo esistano molte altre sue foto di quelle che ho già raccolto. Passo la domenica a sfogliarle in religioso in silenzio. A volte sto lì un’ora intera, seduto in poltrona, e le guardo una alla volta con molta attenzione. Sono quasi tutte figure intere o primi piani. Non c’è quasi mai molta scenografia da vedere. Un prato, un pavimento, le gambe di un tavolo, un tratto di spiaggia, le ruote di un auto. Il più delle volte c’è solo il cane, al centro: sdraiato, in piedi, seduto, sempre con la bocca aperta, sempre con lo sguardo da un’altra parte, sempre leggermente mosso. Non stava mai ferma, quella bestia! A volte, invece, guardo una foto ogni tanto, mentre passo il resto della giornata occupandomi delle mie faccende casalinghe.

Un signore ben vestito un giorno decide di dare uno schiaffo alla moglie sulla guancia, per vedere l’effetto che fa. La moglie, una volta ricevuto il ceffone, reagisce male e lo prende a male parole. Lui non capisce: il suo gesto non è mosso da sentimenti particolari di ostilità nei confronti di lei, ma solo da una candida e ingenua curiosità esistenziale. La moglie lo aggredisce a pugni e poi scappa in camera da letto piangendo, fa le valigie e se ne torna da sua madre. L’uomo ben vestito, perplesso, quella notte dorme sul divano.

Ho fatto domanda per lavorare in India. L’ho fatta online e per questa ragione non credo andrà bene. Ho chiesto di andare a fare il concierge di albergo. Non so nulla di alberghi e non ho mai fatto il concierge ma con la crisi che c’è vorrei cambiare aria. Ho mandato la domanda tramite un sito di volontariato internazionale. L’albergo è a Delhi e mi sembra un posto interessante. Non che l’abbia visto: nella domanda di lavoro il nome dell’albergo non c’è e ci sono delle generiche informazioni relative allo stipendio, che non so se sia sufficiente o meno per sopravvivere lì; però sono fiducioso. Sono giovane e ho tanta voglia di dimostrare il mio valore. Se mi chiamano io vado, che me ne frega. Non ho niente da perdere.

Scrivere è sempre una battaglia persa in partenza. Ci sono un sacco di persone che mitizzano strenuamente il fatto di essere scrittori perché alimentando il proprio mito personale sperano di poter essere ricordati al mondo come altre grande celebri figure di letterati come Edgar Allan Poe o Italo Calvino. Il problema è che quelle persone oltre a scrivere facevano altro di lavoro e molto spesso non sapevano se sarebbero rimasti o meno nella memoria delle persone. Il più delle volte erano così egoisti e sociopatici che, in realtà, non gliene fregava proprio un accidenti. La scrittura è sopravvalutata perché essere letti dipende sempre da un tiro di dadi. E anche se qualcuno legge il libro che si ha scritto, bisogna poi vedere se si riconosce nelle esperienze e nelle parole. Bisogna anche vedere se l’autore stesso, dopo aver scritto il libro, si riconoscerà ancora per molto in quei pensieri e quelle parole. Ogni prodotto artistico, come un figlio, ha un’identità e una vita propria. Nel momento in cui si crea un’opera quella inizia a intraprendere un percorso proprio di diffusione, critica e percezione. Quello che diventa, il più delle volte, deve essere accettato passivamente dal suo creatore. Proprio come un figlio, non è mai l’esito esclusivo della volontà del genitore, ma la combinazione di tante esperienze piuttosto casuali. E se di questi tempi fare figli ha smesso di avere lo stesso fascino di prima (così dicono), perché dovrebbe averne ancora creare un’opera d’arte? C’è molta confusione sull’argomento.

Un signore ben vestito un giorno va in spiaggia, con i suoi abiti discreti, ordinati ed eleganti. Un giovanotto in costume da bagno, bello e prestante, lo guarda sottecchi e sorride. La ragazza che gli corre dietro, giovane, procace e mezza nuda, gli sussurra qualcosa all’orecchio. Il signore ben vestito guarda il mare con un sorriso beato e si abbandona a un grande e distensivo sospiro.

Io non credo di arrivare da nessuna parte con la mia scrittura. Né con un altro qualsiasi dei miei talenti. Non in modo lineare. Non seguendo il pensiero comune. I miei traguardi sono sempre ottenuti in modo trasversale. C’è molta gente che mi apprezza ma molta altra, a cui pure potrebbe interessare, che non ne sa nulla. Devo dire che ti trovo bene, adesso che ti osservo da lontano. Sei una persona intraprendente, brillante, socievole. Non hai paura di impegnarti per qualcosa a cui tieni e alla fatica. Ogni giorno fai conoscenza di qualcuno di interessante e vai a letto che sei esausta ma soddisfatta. (Quest’ultima parte, in realtà, nonostante sarei curioso di saperlo, è una mia supposizione: mi sarebbe possibile spiarti in quella circostanza). Tutte qualità che conoscevo già ma ora che ti seguo con più attenzione le apprezzo di più e meglio. Chissà come mai quando stavamo insieme non apprezzavo questi lati di te. Pensavo fossi una stronza bigotta. Probabilmente è ancora ciò che sei. Probabilmente è ciò che il mondo che frequenti sostanzialmente è. Però vederti calata in questa realtà muoverti con questa armonia (tu la percepisci, la armonia? Da fuori è evidente) rende l’immagine più comprensibile, più naturale e logica. Vivi in un mondo cucito su misura per te. Non è una brutta condizione, per nulla.

Un signore ben vestito un giorno viene fermato da un vigile.
«Patente e libretto.»
Il signore ben vestito consegna i documenti senza fare proteste.
«Lei sta guidando con un fanale che non funziona. Le devo fare la multa.»
Il signore ben vestito ritira la multa, ringrazia, e riparte. Al vigile, della sua gentilezza e disponibilità a collaborare, non gliene è fregato nulla.

Un racconto deve avere senso? No, chi se ne frega del senso. Un racconto deve iniziare, svilupparsi e finire. Non deve dire niente di più o di meno. Io spesso mentre stiro mi metto lì una foto del cane e la guardo. Cerco di non pensare ai sentimenti che mi procura ma solo alle cose che faceva il cane. Il cane scondinzolava, correva, sbavava, faceva la pipì e la cacca ovunque, aveva sempre fame e mangiava qualsiasi cosa, si rotolava nell’erba e aveva un bisogno stressante e costante di coccole. La cosa più interessante però era che il cane sognava. E in quelle rare preziose occasioni in cui lo beccavi che dormiva, lo potevi vedere agitarsi. Ho sempre pensato che sognasse sua madre. Non la vedeva dal giorno in cui era nato. Non la conosceva nemmeno. Però ne sentiva la mancanza, moltissimo, e se la sognava la notte.

Informazioni su Francesco Rigoni

Web Content Editor, Social Media Manager, Musicista, Insegnante di inglese, Autore. Vive a Torino.
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