Diario: 23 aprile 2016

Stavo guardando questo video su Youtube con Krist Novoselic e David Grohl che parlano di Nirvana e raccontano di quella vita così strana e così semplice e pensavo: com’è difficile partecipare del dispiacere di un evento, come la scoperta della musica e della triste storia dei Nirvana, con il desiderio di dire “sono anche miei, sono stati parte di me” senza incappare in un infinito dibattito un po’ triste e un po’ patetico del fare a gara o del compartecipare, come se il lutto debba essere una cosa che va sempre condivisa parlando e mai ascoltando – in particolare, il lutto di una persona che io non ho mai visto, mai incontrato dal vivo, di cui di fatto non so nulla (perché non credo a nulla di ciò che dicono e non m’interessa crederci); e che pure mi ha toccato con molta intensità, perché lo ha fatto quando avevo un’età giovane, in cui si ha bisogno di essere toccati, stimolati, risvegliati, spronati.

E poi ho pensato che è difficile pensare – e poi ho pensato che è difficile pensare perché è difficile trovare le parole – e poi ho pensato che è difficile trovare le parole in questo mondo che è diventato così densamente complesso che è difficile anche solo assumere un atteggiamento nella quotidianità, prendere una posizione o sapere. In realtà, è diventato difficile parlare – eppure io ho così tanto bisogno di scrivere e così tanto bisogno di esternare e tenere in qualche modo questo blog in vita e fare della mia scrittura qualcosa. Solo che gli anni passano e Jack & Arianna esiste da davvero molto tempo (in tante piattaforme e grafiche diverse, ormai dieci anni li avrà anche compiuti, perché Jack è mancato tanto tempo fa e Arianna non ce l’ho neanche più in casa, per quanto ne so dovrebbe essere in Romania o forse è ancora a Roma, vai a capire) e io nel frattempo ho varcato i trenta e ormai ci sono dentro e vanno avanti. I trenta insegnano e anche Kurt Cobain diventa un innamoramento sciocco e puerile, senonché la scrittura e l’arte e il pensiero sono più o meno nati nel periodo di quell’innamoramento – e il Signore soltanto sa quante cose sbagliate ho scritto e pensato, sbagliate perché imprecise e fragili e deboli e immature e pure sbandierate con vigore e tracotanza.

È in questo modo che ricomincia il viaggio. Un viaggio attraverso percorsi che hanno a che fare con la cultura e con il misticismo, con la filosofia e con l’approfondimento ma tagliando bene i bordi, senza mai varcare in realtà la soglia di nulla – e senza mai poterne parlare apertamente, perché se parli di qualcosa (questa è la fregatura dei tempi in cui vivo) – e soprattutto se ne parli senza crederci abbastanza – a quella cosa viene soffiata via tutto il potere magico, di rappresentazione e di trasformazione, di immedesimazione e di crescita. Uno rimane intrappolato nel ricordo di Kurt Cobain perché lì è rimasto il mito – il mito di un personaggio fuori dal comune, eroico nel suo modo (per certi versi deprecabile) di affrontare la vita e di concluderla – nell’unicità del viaggio dell’eroe. Non è più concesso sentirsi eroi in questi tempi di fredda constatazione – non ci si può permettere di fare un discorso di epica individuale e nemmeno di spersonalizzazione – l’individuo non esiste più ed è la verità sul tempo che salta fuori e che ci dice che siamo gocce di un grande fiume – lo siamo veramente. La memoria e il destino sono nelle mani della casualità, manipolabili solo attraverso alcuni principi molto astuti e vecchi di migliaia d’anni – che hanno a che fare con la qualità, l’intensità, l’intenzione.

Zaino in spalla, attraverso una giungla di sensazioni, di pensieri, di concetti e di notizie: di qua c’è la fredda attualità – uno squarcio tremendo che separa gli uomini che muoiono annegati in mare, gente davvero eroica (nel senso che possiede doti di coraggio e inconsapevole spericolatezza fuori dal comune), quelli che saltano in aria a causa delle bombe e delle guerre e delle rivolte e che perdono la vita per un banale e terrificante tiro di moneta; le bombe stesse che esplodono in ogni angolo del mondo (e le bombe di serie a, le bombe di serie b; i fucili mitragliatori, le bandiere e le rivoluzioni chiassose); li separano dalle classe medie sonnolente, ambito premio di vite che si confrontano con gli stenti, esito finale di lunghi percorsi che iniziano eroici e che un poco alla volta abbandonano questo eroismo (perché l’eroismo è rischioso: ce lo insegnano gli uomini morti in mare, ce lo insegna Kurt Cobain), quella felice combinazione di lavoro e benessere e tempo libero, una vasca di acqua calda in cui entri e poi l’acqua ti entra nelle orecchie e non ti ricordi più di niente – e a causa di ciò dev’esserci sempre una nuova fiumana di persone che te lo ricorda, che il mondo è fatto di dolore e di sofferenza e che bisogna imparare ad accettarlo, bisogna imparare a conviverci ed entrare in relazione con esso (in qualsiasi modo, ma bisogna farlo); e bisogna imparare delle parole in grado di descriverlo questo mondo, di tramandarlo, di saper far capire che la fortuna di alcuni è di fatto (lo è stato, lo sarà fino alla notte dei tempi) il dolore degli altri e che questa condizione è un filo su cui si cammina, con attenzione, con la sana e sacrosanta paura di cadere da un lato e dall’altro, in quei posti dove i santi e gli eroi, e qualche poeta ogni tanto, abitano e si confrontano, s’incontrano e creano e tramandano e succedono tutte le cose che danno un senso e una qualità alle esperienze degli altri. Parlo di Kurt Cobain perché ne parlavano in un video di youtube che stavo guardando; ma si potrebbe parlare d’altri: ce ne sono così tanti…

Di là, c’è il viaggio: mistico, sacro, individuale; in teoria, eroico. Il percorso è il filo, che è anche il filo del discorso. La ricerca della fonte inesauribile dell’ispirazione, circondata da rigogliose foreste di immaginazione, traboccante di vita e di pensiero e di parole sane: poche, dolci e intense, come il silenzio attorno a cui esse sono avvolte. Il silenzio è la chiave per andare alla scoperta di questi simulacri. È un percorso dove il desiderio, il bisogno di delicatezza, di precisione ma anche di distensione è costantemente minacciato dalle forze contrapposte della comunicazione pubblica, attraverso le quali le parole s’ammassano e si schiacciano l’una sull’altra e dove il significato diventa svuotato e i modi di dire si massificano e si assomigliano tutti, come chiavi universali si ripetono e si collocano in ogni contesto, come se ogni parola significasse esattamente la stessa cosa rispetto all’altra. Cosa può importare, in un contesto dominato dalla prepotenza di questa forza che tutto vuole e tutto invade, di poesia e silenzio, di eroismo e mito, di favola e di immedesimazione? Ogni oggetto si trasforma in soggetto, dopo di che, in mezzo a un mare di altri soggetti che scalpitano per esprimersi, esso sparisce. Anche il mio viaggio è un oggetto pronto a soggetivizzarsi. Come risolvere questo circolo vizioso? C’è soltanto il viaggio nel frattempo, un viaggio dove rompere il silenzio è sempre un rischio – su un filo tra attualità ed eternità, tra oggettività e soggettività, tra bisogno di comunicare e l’esigenza di lasciarmi abbracciare dal silenzio. Tutto questo si conclude con la paura della morte: prima di quella fisica, c’è quella di spirito; e prima di quella dello spirito, c’è quella della mente; e trasformarmi infine in una persona dissennata (cioè senza senso), mossa tramite guide e tracciati già solcati, guidata da reticoli di funi e leve – mi spostano di qua, mi spostano di là, io faccio spallucce, accetto di buon grado; e infine, soprattutto, la cosa più grave: dimentico.

La dimenticanza e il rumore sono nemiche del mio viaggio. Il mio viaggio è un’esigenza e anche un sacrificio. Il mio viaggio è universale: coinvolge me ma appartiene a tutti. È un paradosso dentro il quale abitare, costruendo mattone dopo mattone, la serenità di un discorso. Raccontare di commuoversi per due amici che parlano di quando suonavano con Kurt Cobain sembrerebbe uno dei piccoli passi da compiere.

Informazioni su Francesco Rigoni

Web Content Editor, Social Media Manager, Musicista, Insegnante di inglese, Autore. Vive a Torino.
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