Nelle polle a forma di luna

Più che di Radiohead, mi piacerebbe approfittarne per parlare di musica – ma è difficile. Da più o meno una settimana il nome della band di Oxford è tornato sulla bocca di tutti. Hanno sbiancato le loro pagine social, hanno fatto uscire due video nuovi – e poi hanno fatto scoppiare la “bombazza” pubblicando il disco due giorni dopo. Sono uscite cascate di commenti e di articoli. Un sito piuttosto noto, Pitchfork, ha cannibalizzato il disco. Ha pubblicato almeno due articoli per ogni evento che abbia coinvolto i Radiohead negli ultimi dieci giorni. Pitchfork, d’altro canto, deve tutto ai Radiohead. Nasce più o meno con Kid A, quando l’elettronica mescolata al rock fa quel piccolo saltello in avanti nel mercato e crea un vero e proprio movimento di seguaci (tra cui anche il sottoscritto, sicuramente per diversi anni) e pone al centro della sua attenzione editoriale principalmente un certo novero di artisti che hanno a che fare con la sperimentazione pop, quella che si vende borderline a tutti i costi – e che borderline, oggi, sicuramente non lo è più, merito anche di Pitchfork, che può vantare una redazione incallita e preparatissima di autori.

Vorrei parlare di musica ma sono ingarbugliato nelle parole. Ho visto siti vendere le proprie recensioni online nelle quali scrivono inesattezze e dedicano, a mò di lista della spesa, due righe a ogni canzone con un breve commento, grezzo, povero soprattutto di stile. Altri hanno fatto ragionamenti, più o meno interessanti, sui tema e gli umori del disco. C’è molto da dire, è vero; ma forse non così tanto, perché più o meno, tutte le recensioni si assomigliano. Forse perché A moon shaped pool è un disco molto poco chiacchierabile.

Sto pensando alla musica e alle sensazioni e alle parole ingarbugliate. Ascoltando questo disco sono tornato ragazzino. Una sensazione spaventosa. La grande qualità dei Radiohead, per me che sono loro fan di lunga data, è la loro capacità di prendere le mie esperienze emozionali, conferire loro una forma artistica sofisticata ed elegante; e accompagnare il livello di articolazione del linguaggio usato per esprimerle sempre un po’ più in là. Come a dire “con le tue emozioni si può anche fare questo” e poi “anche questo” e poi “e quest’altro” – e alla fine ci sono otto LP, tutti con una loro specifica identità e tutti con un rilancio già pronto a una prossima avventura. Per questo io aspetto, come tanti altri, ogni volta, un nuovo disco dei Radiohead con grande ansia – e patisco quando l’attesa è lunga. Dove mi porteranno stavolta? Cosa riusciranno a farmi capire, di me, del linguaggio della musica, dell’espressione della propria esperienza, che io non avevo ancora visto, che io non sono in grado di considerare, da solo, con quello che so? Alcuni la chiamano rivoluzione – non è sbagliato e non è nemmeno giusto. I detrattori dei Radiohead dicono che i Radiohead non si sono inventati proprio nulla – ed è vero; altri dicono che scrivono solo canzoni tristi – e, nonostante sia un giudizio piuttosto greve, è sostanzialmente vero. D’altro canto, nel loro non inventarsi nulla e nel loro descrivere il mondo in certi termini, hanno avuto il merito di non fermarsi mai ad ammirarsi allo specchio. In sostanza, i Radiohead volevano suonare una musica che piacesse loro; e hanno continuato a studiare, ad arricchirsi, a mangiare musica per fare musica – e il loro amore verso la musica, evidentemente, li ha ripagati. Si alimentano di musica e la musica li alimenta. È il sogno di tutte le persone che passano gran parte del loro tempo con uno strumento in mano.

C’è qualcosa in loro che ho sempre sperato rimanesse conservato. Evidentemente, oltre a un sorprendente talento nel vendersi (i loro gesti non sono eccezionali perché sono radicali, ma sono eccezionali perché, pur essendo radicali, funzionano), c’è anche in loro una irriducibile volontà di fare le cose a modo proprio. Kid A uscì cinque anni dopo Ok Computer; e tutti rimasero di stucco perché la band era all’apice della sua fama e tuttavia s’era completamente rinchiusa in se stessa. In Rainbows uscì quattro anni dopo Hail to the Thief; e The King of Limbs uscì quattro anni dopo In Rainbows. Fra un lavoro e l’altro è passato abbastanza tempo (in termini consumistici) da fare sì che il lavoro precedente fosse già entrato nella memoria e uscito dall’attualità. Non che i Radiohead siano gente che stia con le mani in mano: Thom Yorke è diventato una figura pubblica di tale rilevanza che persino la sua vita personale, così sapientemente protetta negli anni, ci è finita di mezzo; Jonny Greenwood è diventato un compositore di musica colta; Philip Selway è uscito dal guscio e si è trasformato in cantautore; Colin Greenwood è impegnato in attività umanitarie di diverso genere, ogni tanto va in giro a mettere i dischi per locali ed è noto per essere uno dei più apprezzati lettori e gentleman inglesi; di Ed O’Brien invece so poco o niente, se non che suona le chitarre nei Radiohead; e che se non fosse per lui, probabilmente queste sarebbero sparite dai loro dischi già da parecchio tempo. C’è tanta umanità nel loro fare le cose che è sorprendente quanta rarefazione e quanta alienazione sia contenuta nei loro dischi. Quante ore passano suonando, i Radiohead? Quante ore passano scrivendo note sul pentagramma, a provare liriche, a smanettare su pedalini e computer?

C’è una qualità di questo ultimo disco che parla di musica e parla di vita. È un disco dove l’intimità è portata in territori nei quali forse io, come ascoltatore, non avrei voluto essere portato. Se ascolti A moon shaped pool senza avere presente le parole che vengono cantate nel disco, è difficile coglierne a pieno il dolore. In questi quattro anni, i membri dei Radiohead, con l’aiuto del loro staff, hanno lavorato per trasformare questi concetti così densi di umanità e difficoltà e inermità e desiderio di liberazione e di accudimento nella musica più dolce e delicata possibile. È un disco molto duro da ascoltare in una contemporaneità che chiede un’assoluta dedizione alla propria causa, predisposizione alla combattività e alla competitività – una quotidianità dove il tempo non è mai abbastanza e il tempo per il riposo è considerato tempo abusato, prima ancora che sprecato. Ritagliarsi il tempo per immergersi per tre quarti d’ora dentro un mondo dove invece si racconta in modo piuttosto evidente della fragilità e del bisogno d’amore che noi tutti proviamo nel nostro vivere, diventa un’operazione complessa. Per me è quasi controproducente. Devo produrre, devo evolvere, devo lavorare, devo garantirmi il futuro. Se i Radiohead continuano a ricordarmi che in fondo, vorrei soltanto vivere in pace e armonia con le persone che mi stanno attorno, vorrei avere a disposizione il tempo e i mezzi per poter trasmettere il mio amore verso gli altri e avere il coraggio di ricevere quello che gli altri sono disposti a darmi, io come faccio a conservare quella rabbia, quel bisogno aggressivo di prendermi le cose che mi servono e di difendermi da chi vuole togliermi quello che magari mi sono riuscito a conquistare, una piccola fatica alla volta?

C’è qualcosa di bello a essere musicisti a cinquant’anni; e mi chiedo: la musica dei Radiohead è ancora in grado di conquistare un pubblico giovane, di accrescere la sua consapevolezza, di aiutarlo a esplorare universi sconosciuti del Sè? Qual è la percezione di questa band oggi, da parte di chi magari è cresciuto con l’esplosione dei loro epigoni, i Coldplay, gli Editors, i Muse, i National (e aiutatemi a dire)? I Radiohead si sono andati a prendere una nicchia di intangibilità, di assoluta fermezza. Amali o odiali, loro stanno lì, in cima alla loro rupe solitaria, a perfezionare il bilanciamento dei suoni, a trasformare il loro suono nel messaggio più caldo e pulito possibile. Non ci sono più chitarre distorte fuori posto ma batterie elettroniche delicate e bilanciate. Come musicista quando cresci non te ne frega più niente di dire qualcosa in più o in meno rispetto a qualcun altro o alla contemporaneità. Ti interessa soltanto che, con i mezzi musicali a tua disposizione, tu riesca esattamente a dire quello che stai cercando di dire. Esci dai movimenti, comincia la vera e propria contaminazioni dei generi, tant’è che si diventa tutti “Easy Listening”, che è un modo come un altro per dire che non si sta capendo che genere di musica si sta ascoltando, ma di certo si tratta di una musica che si prende cura delle emozioni in maniera più distaccata e più rispettosa. Thom non urla più “maybe not” come un disperato. Il basso non ti martella più nelle orecchie. Non ci sono più assoli distorti, dissonanti e spezzati, nervosi e interrotti. Ci sono arpeggi precisi di chitarre riverberate e linee delicate d’arco, ci sono sincopi docilmente portate avanti con colpi dritti ma leggeri su charleston e rullante. Questo è un mondo musicale complicato. Mi ha sempre colpito, in questo senso, Sticky Fingers dei Rolling Stones, un altro album della maturità: al termine dell’ascolto di questo disco, così precisamente rock, io mi sono sentito più di una volta stanco e infelice. Sticky Fingers è il disco rock più triste che abbia mai ascoltato. Bellissimo. Non sei semplicemente a contatto con delle note, con un genere, con un’attitudine, con una posa, con un desiderio, ma con la complessa interezza di una personalità collettiva.

C’è qualcosa dei Radiohead che ho sempre sperato conservassero: e cioè la loro voglia di scrivere belle canzoni. C’è stato un momento in cui ho pensato che un eventuale nuovo ennesimo album dei Radiohead sarebbe stata una rottura di palle. Quando uscì The King of Limbs fui perplesso. Lo trovavo ridondante, non necessario. Ho pensato: troveranno un altro modo, di dischi non ne faranno uscire più. Perché i Radiohead lavorano tanto sulla musica quanto sulla sua fruizione: non potevano continuare a ricombinare il rock, a lasciare il suo pubblico spiazzato e meravigliato. A un certo punto avrebbero dovuto fare uscire della roba “normale”; e allo stesso tempo, sarebbero usciti dai confini, ancora una volta: quelli del “LP”, del “singolo”, della “canzone”, del “ritornello” e della “strofa”. Ho sempre sperato che, a differenza della maggior parte dei gruppi del mondo, essi avrebbero protetto la qualità del proprio lavoro a tutti i costi. Al costo, appunto, di non fare uscire più dischi. Al costo di sciogliersi. Quando questo disco non sembrava uscire più, ho pensato: “è arrivato il momento: si sono stufati di fare il rock, ciascuno seguirà la propria strada”. Non ci sarebbe stato niente di male. A moon shaped pool, invece, ha cambiato le regole del gioco, affermando che una ex rock band può continuare a produrre dischi, che saranno sempre di meno dischi di musica pop e di canzoni, e saranno sempre di più dischi di “opere cantate”, di “musica colta leggera”; senza inventarsi nulla, ancora una volta, ma sempre più fuori dal tempo, sempre più lontani dal pensiero corrente, come i veri grandi artisti  fanno a un certo punto. Canteranno cose sempre più vere, sempre più palpabili, sempre meno accessibili al grande pubblico, ma solo al pubblico “più paziente”. Un giorno, forse, capiterà anche a me di non avere la giusta predisposizione di ascoltare un disco dei Radiohead, come un disco di Randy Newman, o di Richard Thompson, di Joni Mitchell: qualcosa di troppo personale, troppo maturo, troppo elaborato, troppo difficile per me da cogliere nella mia confusa, dozzinale quotidianità. Succederà.

Forse capiterà proprio con questo disco qui: c’è una bellezza discreta, tenue, delicata, dolce, attenta, costruita con grazia, con devozione che meriterebbe uno spazio diverso d’ascolto. Uno spazio che forse io non posso più dedicare, per questioni di impegni, di persona, di testa, di trasformazione, di gusti, di mezzi interpretativi. D’altro canto, in queste Polle lunari oxfordiane, si rispecchia un’altra faccia di me: quella di un ragazzo fragile, che vuole tempo, attenzione, affetto, che vuole spazio per esprimersi, protezione. Come fare a escluderla? Come fare a non darle attenzione? Quando potremo rincontrarci, io e lei?
Thom, questo, nel disco non lo dice. Dice che ci sono tanti modi di amare. Ma non sembra contento mentre lo dice. Essere noi stessi è difficile. La cosa più difficile di tutte, tuttavia, mi sembra provare a non farlo – lasciarsi perdere, un po’, proseguire il proprio cammino, alla volta di quel posto dove sorgono le note e le parole vere, quelle che raccontano veramente noi stessi, a discapito di ogni genere e di ogni aspettativa. Dove vanno a vivere gli artisti veri quando invecchiano e diventano più saggi e più sinceri.

Informazioni su Francesco Rigoni

Web Content Editor, Social Media Manager, Musicista, Insegnante di inglese, Autore. Vive a Torino.
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Una risposta a Nelle polle a forma di luna

  1. Giuseppe Sciara ha detto:

    Gran bel pezzo, interessante e ben scritto!

    Piace a 1 persona

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