“Il mio gatto mi fissa”: un racconto. Parte 2

Seconda parte di un racconto a puntate. Le altre puntate le potete trovare a questo link

E così, cerco il più possibile di non stare a casa. Lavoro tantissimo; o meglio: passo un sacco di ore in ufficio. Il problema è che odio il mio lavoro e odio il mio ufficio, per cui, quando torno a casa, dove c’è il gatto che mi guarda e che cosa avrà poi da guardare, sono anche piuttosto nervosa. E allora vado in palestra. Sì, perché dal momento che ho un contratto da impiegata che va di sei mesi in sei, gran parte del quale va a finire nell’affitto gonfiato del mio monolocale minuscolo nel mio quartierino degradato, perché non investire del denaro nella mia forma fisica? Sì, peccato che a me della forma fisica non me ne sia mai fregato niente e che odio le palestre, maledette gabbie per aspiranti modelle e fighette di ogni genere col sorriso stampato in bocca; senza calcolare quelle che in palestra ci vanno perché sentono di doverci andare e stanno male con loro stesse a ogni pedalata, a ogni step, a ogni tizio che passa davanti alla vetrina della palestra e le vede correre, pedalare, saltare, sollevare cose, tirare corde, allungare cosce, sforzare muscoli, strabuzzare gli occhi, allargare, piegare, estendere, distendere, rilassare, respirare. E ci vado, anche se lo odio; e visto che pago, mi impegno; e visto che sono stressata, ci do dentro! Col risultato che sono molte, in palestra, a non vedermi di buon occhio. Il livello della competizione si è alzato moltissimo a causa del risentimento verso il mio evidentemente male interpretato desiderio di “sentirmi bene” e “stare in forma” – con la conseguenza che ogni sera pare di entrare in una polisportiva; e tutte si danno da fare come se puntassero a un posto alle olimpiadi. E che facce contente che fanno, quando finalmente “sentono” di avercela fatta, per quel giorno, di aver dato quel qualcosa in più di me. A fine serata se ne escono sulle punte come ballerine del Bolscioi, coi tendini nel frattempo che gridano di dolore, facendo finta di non vedermi, lanciandomi strane, surreali, grottesche e impresentabili “frecciate in incognito”, senza ammiccare e senza sembrare contente di “avermela fatta vedere”; come tanti pavoni che, solo grazie alla preghiera e alla forza di volontà, sono riusciti a farsi crescere una seconda coda sul culo – e ora, finalmente, con quella spettacolare coppia di ventagli, escono di scena sapendo di essere i pavoni più belli: uniche, tostissime e atletiche amazzoni, tornano a casa dai loro compagni, i quali potranno sfogare tutto il loro bisogno più o meno represso di affiancarsi a culi scolpiti e cosce d’acciaio, senza sentirsi in colpa, senza pagare alcun dazio per il loro morboso e infantile desiderio.

Questa imbarazzante, inattesa situazione del mio gatto, che insiste a fissarmi e che ha assunto con me questo strano comportamento mi ha inoltre reso un’improbabile regina della mondanità. Sono lontani i tempi in cui mi si prendeva in giro e mi si appioppavano spiritosissimi appellativi inerenti a una mia ostinata condizione di clausura e segregazione. La mia personalità veniva accostata a quella di uomini affascinanti e socievoli quali Leopardi, Jacopo Ortis e Vincent Van Gogh; facendo costantemente ironia sulla presenza o meno della mia gobba, sulla mia sorprendente ostinazione a vivere e sulla sopravvivenza fortuita dei miei lobi. Insomma, matte risate. Un tempo uscivo di casa poco, quando mi andava; il giusto, dal mio punto di vista, con buona pace di tutti quelli che avevano qualcosa da dire a riguardo. Non che il prendere in giro o il volermi a tutti costi mettere al centro dell’attenzione e della spiritosaggine mi inducesse a farmi più di tanto viva. Anzi, sostanzialmente affatto. Per niente. La vita fuori un po’ mi stancava, un po’ mi annoiava. Adoravo molto le conversazioni, lo stare in compagnia degli amici in un ambiente rilassato. Sopportavo meno e non capivo molto quelle masse di persone rivestite e ripulite di tutto punto, con l’adrenalina a mille, pronte a impazzire o a scatenarsi o ad agitarsi col bisogno frenetico di ballare, di muoversi di stare in giro, di parlare con la gente e di conoscere la gente. La gente, la gente: la gente sempre. Ovunque un gran casino e tutti che si parlano gli uni sopra gli altri e strillano e devono fare i simpatici a tutti costi e bevono, bevono, bevono fino a scoppiare e a farsi male; anzi con l’obbiettivo specifico di farsi male e stare male e trovare anche una scusa nello stare male, nel non tornare a casa ma stare fuori sempre più fuori e battere la città in lungo in largo; e non lasciarsi sfuggire neanche una fetta o una goccia ma berla tutta fino in fondo e consumarla fino a farsi consumare; perché quello sì che è vivere – quello è tutto, è l’importante; e se non è quello l’importante è comunque farsi vedere, far sapere agli altri che si è, presenti, vivi, belli, sani, disponibili, pronti alla conversazione, pronti all’incontro alla sfida alla prova far vedere che si sta bene – che si è come tutti gli altri – che vogliamo anche noi essere nella vita e fare notte tarda; oppure non proprio notte tarda ma tirare fino a una certa, come quando si era ragazzini, anche solo per il gusto di rincasare dopo che mamma e papà siano andati a dormire. Quelle cose lì insomma, quelle che facciamo tutti, chi più chi meno. Anche Io le ho fatte, da ragazza, da molto giovane, quando andavo a scuola. Poi ho continuato a farle ancora per un po’. Poi, però, basta. Ero diventata, grazie al cielo, un Van Gogh: un Van Gogh senza le notti stellate e i campi di grano. Questo prima, quando avevo un gatto mammone che voleva le coccole e gli facevo le fusa e mi distruggeva le gambe del divano per farsi le unghie. Poi il gatto è cresciuto, ha sviluppato, che so io, una coscienza o un senso critico o peggio ancora un senso morale; e così il mio gatto morale e moralista ora ha quest’aria scrutatrice e acutissima, e io non lo sopporto. Non fosse un gatto lo prenderei a schiaffi! Ma è un gatto e non lo riesco a prendere. Non sopportandolo, non potendolo prendere a schiaffi, non sentendomi addosso la bassezza morale di buttarlo fuori di casa… allora esco fuori io. D’altro canto, quando sono a casa non mi sento libera di fare quello che mi va. La prima cosa che è venuta meno è la libertà di girare nuda. Non che passassi intere giornate natiche al vento: ma un breve passaggio, dal bagno alla stanza da letto, dopo una doccia, era una cosa normale, per recuperare velocemente un paio di calze, una mutanda o il nuovo shampoo che dimenticavo di qua o di là. Insomma, una cosa di tutti i giorni. Ora invece l’uso dell’asciugamano e dell’accappatoio è di regola ed è una regola che non si può violare; che, almeno, con quelli addosso, sento meno addosso lo sguardo tagliente del mio caro ex amico felino. Poi è toccato alla televisione, alle letture, un po’ anche al cibo. Non so perché, ogni volta che mi occupavo di qualcosa di mio, la sensazione di nudità si faceva nuovamente opprimente, come se fossi ancora di più al centro di una qualche attenzione, perché di mezzo c’era qualcosa che aveva a che fare con la mia intimità, col segreto che riguarda la mia unicità nel mondo; i miei interessi, i miei segreti, le mie aspirazioni…

Informazioni su Francesco Rigoni

Web Content Editor, Social Media Manager, Musicista, Insegnante di inglese, Autore. Vive a Torino.
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