“Il mio gatto mi fissa”: un racconto. Parte 3

Questa è la terza parte di un racconto a puntate. Le altre puntate le potete trovare a questo link

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A ogni modo, vista la piega che ha preso la relazione col mio compagno animale nel milieu domestico, ho cominciato a uscire. Sempre. Prima ho riallacciato i rapporti con le persone che vedevo da meno tempo – alcuni amici di lunghissima data, altri amici più recenti ma con cui avevo stretto un buon rapporto – poi la mia agenda è diventata un diluvio universale di nomi e contatti, un tripudio impressionistico di soprannomi e di Luca e di Federica e di Francesca e di Marco e di nomi che si moltiplicano e di nomignoli sempre più elaborati e di cognomi dalle provenienze più incredibili fino a bucare i confini nazionale e includere anche difficili e impronunciabili lunghi cognomi arabi e brasiliani, un paio di fichissimi “Smith” americani e qualche polacco, naturalmente attingendo a fondo dalle capacità della tastiera del mio telefono, andando a cercare accenti circonflessi e parole segate a metà, puntini che compaiono sopra, sotto le vocali, a destra a sinistra e in diagonale; e di punto in bianco ho scoperto di essere diventata una specie di ufficio erasmus, un punto di riferimento per la comunità giovanile della città, una “veterana” con anni di movida alle spalle, una che conosce tutti i posti più o meno fighi (posti che, in realtà, sono sempre stati là indifferentemente e nonostante me), una che non molla mai un colpo, che tira tardi al lunedì al martedì al mercoledì e così via. Partecipavo a tutti i vernissage e alle mostre di giovani talenti delle arti pittoriche di cui avrei dimenticato facilmente il nome se non fosse che sarei andata a vedere anche una seconda e una terza mostra; ero diventata intenditrice di tutti i gruppi e gruppetti e side project e collaborazioni estemporanee di rockettari e jazzisti dell’underground urbano. Ero divenuta, mio malgrado, intenditrice di baristi, della loro perizia nel fare i cocktail; e avevo cominciato anche a mostrare qualche preferenza quando mi proponevano di andare a bere un Margarita al Cocorito, beh… io personalmente preferivo il Club Jolie e via così. Trasformata. Le persone mi conoscevano e mi volevano bene e io mi facevo portare e trasportare. Tutto pur di non tornare a casa. Tutto, pur di non vedere lui, di non incontrare il suo sguardo e di non avere a che fare con il suo silenzio e quell’ignobile domanda sospesa tra me e lui, l’interrogativo avvolto nel mistero che non mi lascia dormire e vivere e respirare; e lui, lui che mi guarda e tace, non miagola, non fa niente e sta piazzato lì, nei suoi posti preferiti, con i suoi baffoni immobili e lo sguardo fisso, le palpebre aperte ma non spalancate e nemmeno semi aperte, come quando è assonnato come quando è annoiato dalla vita. È concentrato, lo vedo, pensa a qualcosa e lo pensa di me, lo verifica in ogni secondo che passa e io non so se è un giudizio o una condanna o è un’osservazione o un avvertimento o un ammonimento o un’esortazione. Io pensavo di conoscerlo e invece non so più niente di lui. L’ho preso in casa che era piccino, ricevuto in dono da amici di amici di amici che avevano una gatta che conosceva un gatto che aveva messo in calore una gattina che aveva avuto dei cuccioli e adesso povere creature sole a chi sarebbero andate a finire mai? Volevo tanto un gattino, un micetto, che mi facesse uscire un po’ di testa ma che ricevesse anche un po’ delle mie cure e delle mie attenzioni, quelle che in sostanza un essere umano non si capisce mai se vuole o non vuole, se è disposto ad accettarle per come gliele darei io oppure se ne fa una questione di stile di modi di linguaggio di traumi passati che riverberano in mie azioni inconsapevoli e il segreto lavorio della coscienza e dell’incoscienza e della memoria assieme creano piccoli universi di incomprensione e indesiderate sgradevolezze e alla fine volevo soltanto un mondo affettivo semplice, fatto da me che amo lui, e lui che sta con me, che mi rispetta, che vigila e mostra quel tanto di gratitudine che mi appaga; che non mi stressa, no: e non mi trasforma la casa in un casino senza senso e non mi mette in difficoltà con il resto del palazzo. Lui era piccolo così, e indifeso, e bellissimo, e dolce, e complicato e indipendente e selvaggio e io ero la sua casa, la sua protezione, il suo nutrimento, il suo regno. E ora non so cosa gli ho fatto. Non rientro a casa mai prima dell’una, tranne le volte che vado in palestra (e a volte anche in quelle). Trovo sempre qualcosa da fare. Filmettino con birretta finale e dibattito – manco a dirlo, sono assolutamente al passo con le nuove uscite, e i blockbuster e gli ultimissimi prodotti d’autore ai quattro angoli del mondo; così come la rassegna particolare; la documentaristica; dei vernissage e dei concerti vi ho già parlato; ma delle inaugurazioni e delle retrospettive? Io ci vado. Mi piace, mi interessa. Ci vado. Ormai i vecchi amici sono superati. C’è sempre qualcuno con cui fare cambio. Basta stare attenti a non beccare quello che cerca qualcos’altro dalla tua persona. Tanto in casa non lo potrei portare; e io a casa sua col cacchio che ci vado. Mi sono procurata un vero e proprio esercito, un inespugnabile battaglione di amiche, donne e ragazze, vogliose di emanciparsi e di conoscere e di confrontarsi. Se non c’è Laura, pazienza: chiamo Chiara. Concerto di musica afrobeat? Non è roba per Isabella, mando veloce un Whatsapp a Jasmine che quando arrivo è già lì che mi tiene il posto. Tutto sommato, questa vita folle, a qualcosa è servito. All’inizio pensavo di lasciarci lo stipendio. In realtà così è stato, le prime volte. Ma poi, col moltiplicarsi degli amici e amichetti, guarda caso i soldi e i biglietti e i posti e i bicchieri saltavano sempre fuori. Ho visto delle cose di cui non me n’è fregato nulla e ho mentito, dicendo che erano bellissime; e ho ascoltato musiche noiose e vecchie; e ho visitato mostre fatte male; e locali squallidi e altri ipercurati, ipertruccati, esagerati nella loro esasperazione nel mostrare il loro “saper vivere”. Ho visitato appartamenti lugubri, alcuni misteriosi e stupendi, in angoli ricchissimi della città, dove una persona come me non può neanche immaginare cosa si nasconde. Ho parlato con gente stupida e noiosa. Molti dei miei presunti amici hanno un nome ma non una storia; e forse neanche una personalità. Mi sono lavata le mani di fidanzati che si lasciavano con fidanzate, di lutti piccoli e grandi, di problemi economici, esistenziali ed emozionali. Io non uscivo per solidarizzare. Io uscivo per scappare. Alla fin fine, fuori si sta bene. Ho visto una fetta di mondo. Dovessi dire che lo rifarei, risponderei prontamente: no. Sono stanca, e ho fame, e ho sonno, e per tanto tempo ho avuto voglia e bisogno di un posto tranquillo dove stare. La strada è stata bella, non mi ha fatto per forza male e non mi ha fatto per forza bene. Ma una casa ci vuole. Una casa è quello che ti mantiene sano, dopo tutto.

Informazioni su Francesco Rigoni

Web Content Editor, Social Media Manager, Musicista, Insegnante di inglese, Autore. Vive a Torino.
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