“Il mio gatto mi fissa”: un racconto. Parte 4

Questa è la quarta parte di un racconto a puntate. Le altre puntate le potete trovare a questo link

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Le madri vivono la vita a un ritmo che è tutto loro. Che sia lentissimo o molto veloce non ha importanza. Il ritmo è quello lì. Non so bene la ragione; credo abbia a che fare con un miscuglio di compromesso ed esperienza. Per riuscire, a fine giornata, a strappare il risultato migliore. Casa in ordine, figli e marito sotto controllo, al lavoro tutto ok? Perfetto, allora posso dare dieci, cento, mille. Dipende da come sono fatte, da che marito e da che figli hanno, se la casa è piccola o grande, se prende polvere in fretta, se i ragni tendono ad invaderla oppure no, se c’è una lavastoviglie in casa, se in media è abitata da persone capellone o da pelati, se il lavoro è uno duro, di quelli con i turni anche di notte; se il quartiere è uno di quelli selvaggi, con tanto traffico e tanta gente pericolosa; oppure se è un quartiere sonnolento di ricchi anziani impigriti; e poi c’è tutto quello che ha lasciato la madre precedente: quello che si deve e non si deve, come si deve e come non si deve, le cose di cui vergognarsi, le cose per cui lottare e per essere orgogliosa, le cose che nessuno dovrebbe azzardarsi a dire sul tuo conto: un sottobosco, un universo di precetti che passano di ramo in ramo e che cambiano e mutano impercettibilmente, e tu intanto non lo sai ma guardi il mondo con gli occhi della tua bis bis nonna – chissà chi era, che lavoro faceva, probabilmente era una persona che parlava meno e lavorava di più di quanto faccia io. Insomma, tutto questo per dire che quando mia madre entra in casa mia fa un po’ quello che cazzo le pare. E siccome non voglio sentirla al telefono, per evitare che cominci a sentire nelle nervature della mia voce la verità della situazione che vivo e che mi sta condizionando così tanto, preferisco mi venga a trovare. Quando mi viene a trovare, mia madre è tutta un’osservazione su come dev’essere la casa e su come e dove andrebbero stipate le cose in armadi e credenze: e infatti, per una settimana almeno io non riesco più a trovare niente, in ogni genere e categoria merceologica – le calze lo zucchero i libri i caricabatteria del cellulare il phon i trucchi le scarpe le canottiere i cereali i cucchiaini. Mia madre, nel suo vorticare irrefrenabile, sposta e nasconde. La sua iperattività la rende distratta, plagiabile. Se viene in casa, non si accorge di me, del gatto, del problema. Anche perché il gatto (figlio di puttana!) fa il finto tonto con lei, è dolce, le fa coccole, le sta dietro, come ha sempre fatto. Fa finta di niente, come se fossimo una famiglia normale, felice, unita. Quando mia madre è in casa si creano gli unici momenti in cui mi permetto di non uscire la sera. Il gatto si accoccola sulle sue gambe, guardiamo dei brutti programmi in televisione, io leggo i miei libri meno impegnativi, il gatto sta buono, mia madre parla e lo accarezza, lamentandosi col televisore, col film, con la partita, con il politico di turno, col popolo italiano, con il presidente, poi tutti i presidenti, poi tutti i governi mondiali, poi i potenti, il papa, la chiesa cattolica, il Signore Iddio in persona; e io sono felice e appacificata. Voglio bene a mia madre perché incasina la mia vita e allo stesso tempo la inquadra. Ma non la voglio troppo attorno perché rompe le palle, sempre; e io non ho sempre voglia di parlare, non ho sempre voglia di rispondere. Il micio, d’altro canto, si esalta con lei. Strano perché lei non è che lo vizi, anzi brontola – ma gli vuole bene. Certo nel suo andare su e giù, nel traslocare asciugamani, sgrassare pentole e stoviglie, spolverare libri, spostare oggetti di peso indefinibile mossa dalla pura volontà di andare a scovare la polvere e sbattermela in faccia, mentre mi mostra come la fa sparire per sempre il male dalla faccia della terra, c’è lui che gioca con lei, le salta attorno, s’aggroviglia ai fili dell’aspirapolvere (che lei si porta da casa perché il mio non è buono e non le piace – il suo Folletto del 22, invece, è una bomba ed è una macchina con cui pare abbia sconfitto nell’ordine prima le dittature nazifasciste e poi interi regimi di colonnelli e generali sudamericani); intanto il gatto si è andato a cacciare proprio in quell’angolo di quella libreria che mia madre, con la forza del più muscoloso degli x men è riuscita a trascinare fino a girarlo, senza muovere un singolo volume; soltanto che, essendosi il micio cacciato lì, nel tentativo di fare la pelle a un grillo o a una formica o a un moscerino o chissà quale nemico invisibile, adesso non si toglie più, e mia madre gli manda dietro tutte le educatissime e assolutamente riverenti madonne che le vengono in mente. La strana coppia, insomma. Mentre io, che mi godo questo curioso ma caldo trambusto familiare sorseggio un caffelatte senza alcuna fretta. Guardando da lontano, analizzando, cercando di capire. Il gatto esce dall’angolino della libreria – e mi lancia lì per lì un’espressione: un po’ è di nuovo cucciolo, innocente, ingenuo pasticcione; un po’ è l’adulto scaltro che finge e mi guarda e mi dice “io e te non abbiamo finito. Aspettiamo che se ne vada. E ringraziami”. Per cui, per evitare che il micio si compra definitivamente mia madre col suo dannatissimo essere tenero e coccolone e irresistibile devo anche portare mia madre in giro fuori.

Informazioni su Francesco Rigoni

Web Content Editor, Social Media Manager, Musicista, Insegnante di inglese, Autore. Vive a Torino.
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