“Il mio gatto mi fissa”: un racconto. Parte 5

Questa è la quinta parte di un racconto a puntate. Le altre puntate le potete trovare a questo link

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Ora, non so che lavoro facesse mia madre. Li ha fatti tutti, e nessuno. Da figlia, non ho mai visto una sua busta paga. Non so quanto prenda di pensione perché non me lo vuole dire – non è vecchia, non si sente vecchia e non vuole farmi sapere certe informazioni perché non sente il bisogno che io le sappia per il bene della sua sopravvivenza – però è un dato di fatto che la spesa, quando andiamo a farla insieme, la paghi lei. Dice che lei non ha spese – forse si nutre di aria e di amore, però a casa mia le lasagne che prepara se le mangia anche lei. Forse tiene solo la tv accesa e per il resta si accontenta di acqua fredda e di lume di candela. Non mi è dato saperlo. Non lo so, non m’interessa, è mia madre: comanda lei. È un regno piccolo ma è il suo regno. Quando andiamo a fare la spesa, naturalmente, si tratta di una spesa degna di una regina. Probabilmente non sarebbe sufficiente se, per esempio, organizzassi tutte le settimane dei rinfreschi per tutta l’alta società locale – facciamo, un paio di centinaia di persone. Ma siccome sono single, palestrata; e non passo molto tempo a casa, la verità è che quello che compriamo vale come un mese di provviste. E naturalmente, perché non prendere anche un paio di vestiti? E così, quella volta al mese che mia madre – che non abita più in città e che con suo marito, quell’uomo che un tempo era mio padre e che ora non c’è più, si è comprata una serena casetta in campagna – si fa la sua tranquilla mezz’ora abbondante di macchina per venirmi a trovare, è sempre primavera: rinnovamento, rinascita, pulizia, ristrutturazione. Il gatto è felice, perché non deve avere a che fare con me – io sono felice, perché mia madre tiene il gatto impegnato – e tutta la famiglia è di nuovo riunita; e ha senso; ed è serena; ed è bellissima; ma non è quella che voglio io. Quindi non può durare. Quindi, quando mia madre mi ha spostato tutto, pulito tutto, sterilizzato, ritoccato e perfezionato, mi ha ficcato in armadio una camicetta e un maglioncino nuovo (che, sotto la sua accurata gestione, stanno dentro l’armadio; e in sua assenza invece, non entrano più, ma devono occupare altri spazi della casa, in maniera più invasiva ed esteticamente meno gradevole), nonché un paio di collant e di slip nuovi, nonché una canottierina e magari un gonnino lungo perché già che ci sei, facciamo le cose per bene… ecco, quando arriva quella domenica pomeriggio, o quel lunedì mattina, quando esco per il lavoro e so che al mio ritorno non la troverò… ecco, mi sale un po’ di tristezza, un senso di solitudine, di inadeguatezza: sono sola, ho trent’anni abbondanti e il mio gatto non mi vuole bene. Mamma, non andare via. Anzi, vattene. Anzi: non lo so, però è bello sapere che ci sei.

Informazioni su Francesco Rigoni

Web Content Editor, Social Media Manager, Musicista, Insegnante di inglese, Autore. Vive a Torino.
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