“Il mio gatto mi fissa”: un racconto. Parte 6.

Questa è la quinta parte di un racconto a puntate. Le altre puntate le potete trovare a questo link

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Poi, però, arriva lei: la telefonata. L’idea è quella di evitarne il numero maggiore, ma non è sempre possibile, non è sempre fattibile: conosce i miei orari, le mie abitudini. Mia madre è il mio predatore più infallibile. Difendersi con lei è dura e spesso vano. In un mese, quante telefonate di mia madre posso sfuggire? C’è sempre quell’una, che è rituale, e che mi serve a ricordarmi che sono mortale, che la vita è sofferenza e che ci sarà sempre una domanda alla quale non avrò risposta. «Stella, ma come mai non ti sei ancora trovata un fidanzato?» «Ma un fidanzato, ancora niente?» «Allora, hai conosciuto qualcuno di recente?». Una volta, queste erano domande perfette per creare silenzi o balbetti, imbarazzi, indisponenza e anche un piccolo risentimento. Non lo so, ancora no, non è il momento, non ho voglia di nessuno, mamma, là fuori è un inferno, non so cosa dirti. Poi c’è il piccolo ritornello del «Ma c’era quello, come si chiamava?» oppure del «Però quando stavi con … sembravi più contenta» …e insomma, c’è una liturgia. Non è piacevole, per niente. È una cosa che ha indubbiamente rotto le palle, almeno a me. Mamma: avrò un fidanzato quando ne trovo uno, se mi piace, quando me ne piacerà uno, se avrà senso averlo, se non è un rompicoglioni, se non cerca un surrogato di mamma, se sarà interessante, bello, divertente, emozionante, che non sia un coglione, o un incapace, che non abbia bisogno di essere mantenuto, o peggio ancora tenuto in vita, che non abbia bisogno di una donna che lo faccia sentire importante e intelligente, che non la butti sempre in competizione, che non sia lagnoso o precisino, che sia ben vestito, pulito, sensato nella cura di sé, non sia un maledetto mitomane dello sport, o un fanatico delle opinioni quadrate, che sia un minimo interessato al mondo, che sappia condividere senza prevaricare, che sappia vedere il bello in me, che abbia piacere a prendersene cura, a tutelare queste cose belle che mi contraddistinguono, ma che sappia innamorarsi anche dei miei difetti, del fatto che se parlo tanto non smetto più, o che per lunghe parti della giornata potrei non fare troppo caso a lui, e anche tutto il resto; che sia una persona che sappia lavorare senza farne il primo e unico motivo di esistenza, che non sia incattivito con l’umanità, che non sia ossessionato dalle tasse, che sappia trovare l’equilibrio nei momenti difficili, che ami la musica, l’arte, che non abbia paura della sua sensibilità, e ancora ne avrei. Insomma, mamma, ci vuole un di miracolo! Capisci? Non è una macelleria questa, cosa cavolo devo dirti, di che cosa stiamo parlando? E niente, è sempre quella musica lì, la conosciamo bene: non vogliamo che suoni alla radio, ma è una grande hit e prima o poi tua madre, il dj, la manderà in onda.

Certo, quando mi è arrivata quell’altra domanda, ecco, allora sì che non sapevo cosa dire: «Stella, ma il gatto sta bene? È… strano»

Santo Dio, è successo. Se n’è accorta. Dio, che faccio?

Invitala a casa!

Non posso cambiare discorso così, di colpo. Se ne accorgerebbe

Questo è il suo dannato fiuto per le balle, come facciamo a raggirarlo?

Non lo so. Lasciami… lasciami rispondere, lasciami pensare. Una volta sapevamo come fare.

Bisogna raggirare la vecchia!

Sì ma stai buona un secondo, fammi pensare, se rimugino troppo se ne accorgerà.

Aspetta, quanto tempo è passato da quanto ci pensi su?

Non lo so, ma di solito queste cose accadono in fr..

Rispondi! Rispondile subito! Dì qualcosa! Annuserà la balla, s’insospettirà! Inizierà a farci caso…

Non mettermi ansia anche tu! Per favore, lasciami in pace.

«Cara, sei ancora lì?»

Ecco, se n’è accorta !Rispondi, presto, dille qualcosa, tienila buona!

Sì, sì, mamma, scusa, mi sono distratta un attimo con la tv accesa.

«Ah, hai la tv accesa? Da qui non si sente…»

No, infatti, ho tolto il volume perché così potevamo parlarci meglio, solo che adesso stanno facendo vedere una cosa che…

«Ma sei anche tu sul secondo?»

Cambia discorso subito, si è incuriosita, ti smaschererà in un secondo!

Non lo so, stavo girando senza farci caso, ho anche già cambiato… era una specie di televendita, c’era una signorina mezza nuda…

Brava! Piazzale una trappola! Falla lamentare, funziona sempre!

«Ah guarda, tanto vale che le facciano stare nude direttamente, per quanto poco sono vestite… E le ragazzine che il sabato in centro si vestono uguale. Che sconcezze…»

Allarme rientrato, scampato pericolo. C’è mancato un pelo.

Insomma, le domande arrivavano. La mamma chiedeva, ha chiesto. Ma poi dimenticava. Poi, in sostanza, era tutto un parlare di nonne e di zie e di mariti e di fidanzati che non arrivano, e di nipotini che si aspettano; e insomma siamo la generazione di quelli che si rifiutano di dare continuità e soddisfazione ai nostri predecessori. Almeno così pare. Mia madre, al telefono, si distrae facilmente. E poi non ricorda – o almeno, sembra non ricordare. Mia madre registra molto più di quanto mi sia dato di sapere. Chissà se nasce dalla capacità di osservare che ha sviluppato quando ero così piccina che ogni spostamento ed esperimento che facevo era un potenziale pericolo. Chissà, forse allora ha imparato a leggere tra le mie righe. Un genitore, in questo, non è mai del tutto interpretabile. Quanto sa? Quanto non sa? Pare nulla. Li riempiamo di bugie a partire dagli otto, dieci anni. Poi le bugie diventano più o meno grosse. Più o meno gravi. Loro a volte ci cascano, a volte no. Forse i buoni genitori si riconoscono dalla loro capacità di individuare le menzogne, e intervenire solo per quelle davvero grosse, e perdonare quelle piccine. Non so a che punto sia mia madre, sulla faccenda del gatto, non ha più fatto menzione, non ha più detto niente. Secondo me sapeva, guardava, valutata, ma non s’impicciava. Forse aveva deciso di non possedere le competenze per dare un contributo alla situazione, e quindi aveva deciso che non era il caso di impicciarsi. Vai a capire. La faccenda è rimasta tra me e lui. Forse anche lui voleva così. Forse perché sapeva che se mia madre fosse intervenuta, lui avrebbe condiviso il destino dei collant, dei cucchiaini, dei libri, dei cereali, degli asciugamani: spostato, traslocato, rilocato, ribaltato, spostato con forza, cambiato. Vai a sapere. Quando la mamma comincia, non sai mai quando e come andrà a finire.

Informazioni su Francesco Rigoni

Web Content Editor, Social Media Manager, Musicista, Insegnante di inglese, Autore. Vive a Torino.
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3 risposte a “Il mio gatto mi fissa”: un racconto. Parte 6.

  1. wwayne ha detto:

    A proposito di racconti, tempo fa ho letto quest’antologia molto carina e divertente: https://wwayne.wordpress.com/2014/07/28/suspense-e-ironia/. Che ne pensi?

    Mi piace

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