“Il mio gatto mi fissa”: un racconto. Parte 7

Questa è la quinta parte di un racconto a puntate. Le altre puntate le potete trovare a questo link

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Ne ho parlato con Riccardo. Chi è Riccardo? Per descriverlo, torniamo alla telefonate della mamma. Avete presente quando, nel mezzo dell’ennesimo interrogatorio sulla ragione per cui una ragazza non ha trovato ancora un partner, comincia l’irrinunciabile e improbabile lista dei papabili? Quelli scelti da una rosa di persone che includono lontani cugini, persone inventate di sana pianta, vecchi compagni delle elementari e alcuni riferimenti a volti e personaggi magari scorti per caso, ogni tanto, di cui magari parliamo spesso ma che non vengono mai del tutto considerati (e che solitamente corrispondono alla definizione di “amici”)? E c’è sempre il momento in cui lei dice «ma invece quel bel ragazzone con la faccia simpatica con cui ti accompagni sempre?» «Ma chi?». Ecco appunto: Riccardo. Lui è lui: è palindromo. Da dove lo guardi non importa, si legge sempre alla stessa maniera. D’altro canto, è anche il palindromo più sereno che abbia conosciuto. Pare non scomporsi per niente. Certo, se fuori ci sono meno venti gradi kelvin e il più proverbiale dei venti forza nove. Se viene giù grandine grossa come uova di pasqua, se c’è un gigante mostro alieno che terrorizza la città – io posso chiamarlo, chiedergli di uscire, e lui c’è. Sempre uguale, stessa faccia, stessi vestiti, stessa pulita e discreta cavalleria, stessa dolcezza, disponibilità, dialogo. Ogni tanto vorrei dargli un pizzicotto. Forse Riccardo non esiste. Forse è una mia proiezione. Forse spesso esco da sola, convinta di essere in compagnia. Forse quella sera stavo parlando da sola, quando abbiamo parlato dell’ennesima volta del gatto. Lui sa. È l’unico a saperlo. So che se venisse incarcerato e torturato, non ne farebbe mai menzione. È una persona di cui mi fido ciecamente – e di cui allo stesso tempo di cui mi fido pochissimo. Ma è perfetto per poter parlare delle cose più strane che mi capitano nella mia vita. Proprio perché lui è lui, un palindromo, lui non mi giudicherà. Infatti, non lo ha fatto. Avrebbe voluto, ma ormai è troppo coinvolto nella faccenda della cavalleria. Avrebbe voluto dirmi che sono pazza, ma non ce l’ha fatta. invece, ha esordito dicendo:

«Certo che è una buffa situazione». Politico, essenziale. Perfetto.

Parlammo. D’altro canto, con lui è facile. È la persona a cui ho conferito la possibilità di confrontarsi con me. Non lo faccio con chiunque, non lo faccio volentieri. Lo faccio perché so che lui ha deciso altrettanto spontaneamente di stare al mio gioco, di rispettarlo. Di rispettarmi. Non è una cosa da poco. C’è sempre una dose di schermaglia verbale quando affronto l’altro sesso, spesso tediosa; il più delle volte necessaria, per conoscersi e smascherarsi. Con lui non c’è. Probabilmente, senza saperlo davvero fino in fondo, abbiamo deciso di tenere su le nostre maschere, di usare la delicatezza di non strapparcele via dal volto a forza, ma di costruire un poco alla volta un gesto, comune, di scoprire l’uno il volto dell’altro tramite la parola. Impresa apprezzabile, profonda sentimentalmente; ma, per certi versi, che io non posso che trovare un po’ vuota, un po’ fatua. Insomma, Riccardo, che vuoi che ti dica. Prendimi. Certe volte vorrei fargli questo discorso; tutte le volte, però, lascio perdere. Non vorrei cje davvero lo facesse. Vorrei spiegargli che però con le donne non funziona così. E poi, di che cosa dobbiamo parlare. Lui è quel tipo di Lui: non ha mai fatto nulla che potesse far intendere; e tutto, allo stesso tempo. Così parliamo, parliamo sempre, tantissimo, fin quando ci si secca la gola; e poi, eventualmente (almeno, una volta, quando si aveva più voglia), si andava a sgambettare in qualche postaccio, a ballare male, a bere male, a dormire male, ciascuno a casa propria. Abbiamo coltivato questa conoscenza con questa grazia e questa pazienza, con questa educazione così futile e preziosa, così sana e rinfrescante. Parliamo, parliamo sempre e io so che lui non si lascerà scappare mai nulla di detto. E poi lui è l’unico a cui lascio il privilegio di colpirmi. Colpirmi nel vivo. Parlare delle cose che mi danno fastidio. Proprio perché so – e mi spiace, perché lui in fondo non penso ne sarebbe troppo contento – che i suoi sono colpetti. Dei pizzicottini. Nemmeno: delle piccole ditate sulla pelle. Quando parla dei fatti miei, lui, non mi fa mai male. Per questa ragione, mi spiace sempre un po’ di non sapere come ringraziarlo, se non essere quella che sono, sempre. E chissà se a lui va bene.

R.- Certo, mi sembra sempre di battere sempre lo stesso chiodo, però…

Però?

R.- E promettimi di non arrabbiarti se te lo dico. Però…

Però?

R.- Da quando non c’è più lui…

No, ti prego, non ricominciare, non è serata. Non è il caso, non stiamo parlando di que…

R.- Sì, sì, lo so. Però, capisci, la coincidenza è piuttosto evidente.

Ma io ti garantisco che non è per lui. Non è per lui. Davvero. Che cosa c’entra adesso? È il mio gatto che è uscito matto, mica ho ricevuto telefonate o mail o messaggini. È soltanto il mio gatto.

R.- Forse al tuo gatto gli manca. Mi pareva gli volesse bene, no?

Sì ma adesso che c’entra, che cosa c’entra? Perché deve sempre finirci di mezzo questo qui? Perché dobbiamo sempre finire a parlare di questa cosa? Sono passati mesi.

R.- Anni.

Si va bene, anni, però che c’entra? Sto facendo la mia vita, insomma. Non ci penso più, non ne parlo più. Non ci voglio pensare, non ne voglio parlare. Non voglio sentirlo nominare, non do più fastidio a nessuno. Mangio, esco, parlo con la gente. Parlo con altri maschi! Mi vedo con mia madre! Lei non me ne parla più! Perché me ne devi parlare tu? Non è che per caso non sei un po’ ossessionato tu?

R.- No, io? Che c’entro… Mica ce l’ho avuto io, il trauma. Io dico soltanto, insomma…

Lo sapevo: l’ho messo in imbarazzo. Poteva accadere, è andato a cacciarsi in un guaio troppo più grande. Ma lo vedo che smania, vuole che io tiri fuori questa cosa. Non mi è chiaro perché. Forse è la sua insicurezza che parla. Forse vuole garanzie: garanzie che io sia libera del mio incubo personale, dell’immagine irresistibile dell’Innominabile, colui che si è portato via i miei cinque sensi ufficiali e gli altri due o tre spiriturali. Colui che mi ha fatto conoscere il mondo. Colui che tutto ha cominciato e tutto ha finito, con uno schiocco di dita. Vai a capire perché. Io non voglio parlare di questa persona. Ce l’hanno avuta tutti, una persona così. Una persona per il quale provi una forma di bisogno, di affezione, di affinità. Senti nelle sue vibrazioni la trasformazione. Una persona per il quale sei disposta a cambiare, una persona per la quale sei cambiata – hai fatto cose che ti saresti risparmiata, hai indossato vestiti che non avresti mai messo, hai ascoltato musiche che non avresti mai ascoltato, hai visitato posti che non avresti mai visitato, hai parlato con persone con cui non avresti mai parlato, hai incontrato famiglie che ti saresti ben risparmiata dall’incontrare, hai preso treni, aerei, autobus, taxi, risciò per i quali non avresti speso neanche un centesimo… e invece hai speso parecchio: di tempo, di energie, di emozioni. Poi, quando finisce, è l’apocalisse. Il tempo si ferma – no, in realtà il tempo corre, corre follemente, ma sei tu che vivi in una dimensione di tempo fermo, stagnante, puzzolente, marcio, stanco, triste, pesante. Ti trascini a fatica. Non vedi l’ora che i giorni finiscano, ma i giorni non finiscono mai. L’hanno avuto tutti un momento così; anche Riccardo, adesso ben sbarbato con i capelli a posto e la camicia nei pantaloni e il tabagismo sotto controllo. Ora fa il bello e il giusto perché pensa di ricordarseli, quei giorni. I suoi giorni, in cui la barba e i capelli gli erano scoppiati sulla faccia e sulla testa, indossava per una settimana la stessa t-shirt e non si cambiava mai i pantaloni, fumava come Corto Maltese e non dormiva più di quattro ore a notte: e tutto questo per quattro mesi consecutivi. Pensa di ricordare e pensa di non commettere gli stessi errori. Ma io lo so che quegli stessi errori possono essere replicati in un qualsiasi momento. Basta distrarsi, basta lasciarsi andare un attimo. Basta crederci, credere che è veramente la nostra pancia che abbia il potere di decidere a chi poter mettere in mano il proprio cuore, il proprio tempo, il proprio pensiero, il proprio portafogli e un lato del letto – e non è così. La pancia spinge, la pancia vuole, la pancia chiede. Chiede sempre. Chiede sempre quando ce ne sarà un altro, quand’è che il vento girerà per me, e mi prende in giro, mi raggira; si mette in combutta con la mia mente per inventarsi trucchi strani, pretesti e discorsi sconclusionati, solo perché io mi butti nelle braccia di qualcun altro. Mai! Nessuno mi aveva mai umiliato così – e nessuno aveva ferito la mia intimità, la mia integrità in quel modo. Nessuno mi aveva portato a imbruttirmi così, a non credere più in niente; a ritrovare davanti allo specchio, in quelle mattine senza riposo, il volto impalpabile di uno spirito che mi osservava, attraverso il quale mi era possibile fissare il muro dall’altra parte, l’imbiancatura del bagno, i ganci per appendere gli asciugamani, l’accappatoio rosa; e ogni altro oggetto parlante che mi raccontava di storie su come un tempo formavo con un’altra persona una interezza malata, una disfunzione ambulante e autoalimentata: un crogiuolo di pensieri e aspirazioni senza peso, senza prospettive, senza accordo ma soltanto costruita sui rimandi. Ne discuteremo, ne verremo fuori, lo faremo, cambieremo, agiremo, cresceremo, ci eleveremo al di sopra, di tutto questo. Dei litigi, delle bugie, dei fraintendimenti, delle evidenti incompatibilità, dei vizi – del bere, del fumare, del dormire male, del pensare male, del infastidirsi, dell’alienarsi, del compromettersi. Questo non può più capitare, mai più, non per me, non per i miei trent’anni scoccati, per le mie aspirazioni sempre più in ballo, per la consapevolezza che la vita è ora e non domani. Le forze migliori sono adesso, nelle mie mani, hanno un peso, un valore, e domani non saranno più – non saranno più. Cambieranno le condizioni, contrattuali, esistenziali, fisiche, mentali, politiche, economiche, famigliari; il folto gomitolo delle trame si asciugherà, fino restringersi, fino a diventare una strada, una strada con meno bivi di quanti avrei pensato. Dove la parola data conta, dove l’impegno deve arrivare fino alla sua scadenza – per quanto tu non sappia quanto lungo, per quanto vorresti subito, vorresti fosse già domani, adesso. Per avere i soldi per fare i tuoi investimenti, i tuoi trasferimenti, i tuoi abbellimenti, i tuoi viaggi da sogno, i tuoi fanatismi consumistici – e la mamma che invecchia, la solitudine che pesa, il silenzio che diventa un compagno ormai irrinunciabile, in mezzo a parole, parole, parole. Dei colleghi, dei giovani viveurs, dei quelli della palestra, degli amici confidenti, della televisione, della radio, dei testi delle canzoni, delle didascalie sotto i quadri, delle placchette sui palazzi storici. Nella lunga lista dei libri mai letti. Una densità molecolare impenetrabile, un’accozzaglie di impegni e burocrazia e aspirazioni che risucchia ogni secondo che passa. Non c’è nessuno, che non sia accuratamente valutato e approvato, per cui vale la pena rinunciare alla concentrazione delle energie, all’applicazione. Troppe cose, troppe cose. In testa.

Informazioni su Francesco Rigoni

Web Content Editor, Social Media Manager, Musicista, Insegnante di inglese, Autore. Vive a Torino.
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