“Il mio gatto mi fissa”: un racconto. Parte 8

Questa è l’ottava parte di un racconto a puntate. Le altre puntate le potete trovare a questo link

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Riccardo mi guarda, ammutolito. Le ultime cose le ho dette o le ho pensate? Quante ne ho dette? Quante ne ho pensate? Lui gira la cannuccia dentro il suo cocktail, facendo tintinnare il ghiaccio mezzo squagliato, e tace. C’è una qualità intensa del suo sguardo, quando si concentra in chissà quali pensieri, quali fantasie paranoiche, aspirazioni silenziose, moti d’animo conturbati, che gli conferisce un certo magnetismo, una certa sostanza, di uomo. Certe volte vorrei stesse fermo, in posa, come un quadro romantico. Ne fanno ancora molti di uomini così, sorprendentemente. Quando li incontri, vorresti sempre qualcosa di speciale per loro. Ma sono troppi; e a volte non mi sembrano ci siano abbastanza cose speciali per accontentare tutti quanti.

R Non so… a volte ho l’impressione che se ti lasciassi andare, un pochettino, non tanto, forse alcune cose della tua vita si aggiusterebbero, tutto qui.

E beve. Restiamo in silenzio, io e il mio amico. Mi dispiace di averlo ferito – mi dispiace aver detto quello che ho detto, qualunque cose io abbia detto. Eppure sento che non è colpa mia. È colpa del gatto.

Tornai a casa quella sera esausta dei miei stessi pensieri. I ricordi s’erano fatti pesanti e ingombranti; e mi mettevano addosso una grande tristezza.

Entrai a casa con il gesto automatico della mano che fruga nella borsa e trova le chiavi e le infila nella toppa come in un unico movimento, tipico di chi ha la testa completamente da un’altra parte. Con lo stesso consapevole automatismo, chiusi la porta alle mie spalle e fissai il chiavistello. Continuando a non pensare – ma anzi supplicando di non pensare, mi tolsi i vestiti e mi infilai il pigiama e mi infilai a letto. Curiosamente, non sentii la presenza ingombrante del gatto, né mi pare di vederlo nella sua abituale posizione acciambellata nel suo cestino. Forse s’era parcheggiato sul divano, di là, in soggiorno – forse su un davanzale, chi lo sa. Chiusi gli occhi e finalmente mi lasciai andare.

Erano passati nove anni da quel giorno in cui mi presi carico di quella bestiola, figlio di una cucciolata che il gatto di un’amica di un amico di una collega aveva partorito e di cui, come spesso capita, stava cercando di sbarazzarsi distribuendone gratuitamente ad amici di amici e conoscenti di conoscenti. La notizia mi giunse perché nell’ufficio in cui allora lavoravo come stagista era cosa arcinota che stavo per trasferirmi in una casetta tutta mia, frutto delle fatiche di chi studia e lavora contemporaneamente, regalo che mi facevo per la mia imminente laurea; e che il primo elemento che in una mia casa ideale non poteva mancare assolutamente fosse un gatto. E gatto fu, infatti. La notizia mi giunse spedita come se fosse stata prodotta specificamente per me. Quando lo presi tra le mani, me ne innamorai perdutamente. Per quel gatto, negli anni, avrei litigato con chiunque, in particolare con mia madre. Come un figlio, come un fidanzato, come un amico vero, e più di tutte queste cose insieme: il gatto era il mio correlativo, la creatura arcana a cui avevo dato in custodia la mia anima; e io, in cambio, mi prendevo cura di lui. Lo avevo fatto diventare un adulto sfamandolo e proteggendolo da qualunque pericolo o minaccia. Allora, però, era solo un batuffolino bianco, con una macchia scura sulla testa e un’altra più grande sulla schiena. Lo portai via che era praticamente ancora attaccato alla pancia della mamma. Fui semplicemente avida di possederlo quanto prima; e chissà quanto fu il mio istinto a volerlo strappare alle cure materne per facilitare e velocizzare il passaggio di consegne. La prima notte, adagiato sulla scatola di un mio vecchio vestito, accomodata con una coperta morbida di lana, il cucciolino pianse tutta la notte quel verso amorfo simile a un acuto vagito lamentoso. Ancora mezzo cieco, si trovava in un mondo piatto, buio e senza confini, una grande terra che spaventava per i suoi confini mostruosi: il primo giorno della sua vita sarebbe stato anche l’ultimo in cui avrebbe provato una simile inermità nei confronti del creato. Sin dal giorno successivo, infatti, cominciò il suo lento percorso di esplorazione. Esplorazione innanzitutto del suo corpo, una zampina dopo l’altra, rotolandosi e incespicando, con quella sua pelosa tenerezza che mi aveva resa completamente succube del suo irresistibile fascino; e poi, una volta che le piccole zampe erano finalmente sicure dei suoi appoggi, i suoi primi camminamenti – via, alla scoperta delle unghie! Tornando dal lavoro scoprivo che ogni giorno il micio s’era avventurato un po’ più in là nell’esplorazione della casa; e che, man mano che il suo viaggio lo portava a varcare nuovi confini, i segni del suo passaggio s’erano fatti più tangibili e distruttivi: muri graffiati, il divano squarciato, un calzino dilaniato. Il micino prendeva le misure con il suo talento distruttivo, e un poco alla volta scopriva anche il suo potenziale atletico. Prima con dei piccoli saltelli in avanti, gli agguati ai miei alluci, i salti sulle mie gambe – alle quali poi cercava di aggrapparsi goffamente e senza successo, lasciando in compenso dei piccoli e dolcissimi segni rossi sulla mia pelle. Poi imparò a raggiungere le superfici più alte: la sedia, il divano, il tavolo… cercando anche di superare se stesso, raggiungendo con un sol balzo il davanzale della finestra, e provando anche a raggiungere gli scaffali della libreria – con il risultato iniziale soltanto di rovesciare libri per terra, nel tentativo di usarli come appigli a mò di alpinista. Con la caparbia di chi è dotato di infallibili istinti e un sacco di tempo a cui dedicarsi, infine fu in grado di superare entrambe le prove; per accedere finalmente al momento finale del suo percorso formativo: e cioè di saltare di superficie in superficie, dal davanzale al divano, dalla libreria al davanzale, dal tavolo al bancone della cucina. Era diventato un gatto fatto e finito, non ancora adulto, ma ormai una creatura in tutto e per tutto, con la sua routine e le sue piccole idiosincrasie, i suoi gusti (ovviamente, costosissimi) in fatto di cibo e di compagnie.

Fui fortunata. Conosco persone che si sono messe in casa gatti completamente pazzi e sociopatici. Alcuni troppo aggressivi, altri troppo timidi; alcuni completamente terrorizzati dalla vita umana, altri troppo curiosi per riuscire a controllarsi; gatti che per curiosità provavano a buttarsi giù dalle finestre, gatti che non riescono mai a liberarsi del peso della gravità, gatti che scappano, gatti che ingrassano a dismisura, gatti che di notte impazziscono, e corrono e saltano senza sosta; gatti che graffiano, gatti che invadono i tuoi spazi continuamente, gatti che perdono troppi peli, gatti che ci mettono una vita a capire l’uso della lettiera, gatti che rompono perché vogliono uscire, gatti che si perdono, gatti che vogliono fare rissa con altri gatti… ecco, il mio gatto non è mai stato nulla di tutto questo. Magari tutte queste cose assieme, ma ciascuna presa un poco alla volta. Il mio gatto non ha mai cercato di scappare, non ha mai preteso qualcuno che gli aprisse e gli chiudesse la porta a comando (a parte quella del balconcino), ha sempre miagolato quando aveva fame ma il suo appetito lo ha sempre protetto dall’obesità, pur essendo castrato. Non ha mai fatto casino miagolando, anche se quando stava male, naturalmente si faceva sentire. È sempre stato guardingo dagli sconosciuti, ma mai spaventato: gli sconosciuti li guardava da una certa distanza, si avvicinava, gli annusava, non si concedeva subito. Pur essendo un maschio, forse perché l’ho castrato presto e la voglia non gli è mai del tutto venuta, non ha mai preteso di esplorare un mondo che non fosse il suo. Tutto sommato in casa ci stava bene: non è mai stato uno di cui quei gatti che deve saltare da una parete all’altra in continuazione. Una volta imparate le sue acrobazie, magari si divertiva un po’ di giorno e di notte, ma non era una furia scalmanata; non ho mai dovuto portarlo dal veterinario per arti rotti per gli effetti di chissà quali peripezie. La casa me l’ha distrutta, sì, come tutti i gatti: coperte lacerate, maglioni belli da buttare, il divano più e più volte rifoderato; forse l’unico vizio che si è concesso nella sua vita gattesca. Un gatto equilibrato, moderato, pulito, affettuoso ed espansivo senza diventare morboso e appiccicoso. Un gatto che, dal mio punto di vista, aveva trovato un suo equilibrio e un suo piacere nel vivere in casa con me: sapeva cosa prendere e sapeva a cosa rinunciare. Mi sarei potuta lamentare di lui? Lui era il custode della mia anima, o forse lui era il suo stesso completamento. Negli anni in cui scoprivo me stessa e scoprivo di essere una persona meno solida e meno sicura di quello che m’ero illusa; anni in cui avevo scoperto di poter alzare la voce con grande facilità, anni in cui avrei allontanato persone e avrei cercato di scappare da problemi che puntualmente sono riusciti a scovarmi, ovunque io fossi andata. Anni in cui scoprivo il mio disordine, esteriore e interiore, anni in cui mi trasformavo in una persona fondamentalmente sola, arrabbiata e forse un po’ troppo confusa; in quegli anni avevo il privilegio di un compagno speciale, che aveva sempre conservato una sua integrità, un suo equilibrio, una sua innata capacità di stare al mondo senza rinunciare a nulla e senza abusare di nulla. Il mio gatto era un amico prezioso; e volte forse un ospite migliore di me con le persone che mi venivano a trovare. Di molte persone e situazioni avevo smesso di fidarmi. Ma del gatto mai. Mi aveva messo nella condizione di sapere che non mi dovevo preoccupare, che lui sarebbe stato bene, che le sue grane erano poche, piccole e gestibili. Il mio gatto, quello stesso che oggi mi odia, e mi guarda, e io non capisco che vuole. Quel sogno appena iniziato, quella discesa nel passato, mi aveva accompagnato dolcemente nella terra del sonno. Avevo chiuso gli occhi e la mia giornata era volta al termine.

Informazioni su Francesco Rigoni

Web Content Editor, Social Media Manager, Musicista, Insegnante di inglese, Autore. Vive a Torino.
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