“Il mio gatto mi fissa”: un racconto. Parte 9

Questa è la nona parte di un racconto a puntate. Le altre puntate le potete trovare a questo link

Il giorno dopo… il giorno dopo era sabato. Mi svegliai con calma, tardi, per le nove e trenta (nove e trenta nella mia vita è più che tardi… è praticamente il pomeriggio). Andai in bagno tranquilla. Guardandomi allo specchio, mi ricordai che la notte precedente m’ero buttata a letto senza struccarmi. Così, ne approfittai per farlo piano piano, con il piacere di fare i gesti con calma, con lentezza, senza sentire il fiato delle altre cose da fare sul collo. Buttandomi l’acqua in faccia per sciacquarmi, sentii sulla pelle un effetto rigenerante, gradevole e profondo; come se, assieme all’acqua sporca, stessi lasciando scivolare, giù nello scarico, una maschera che m’ero dipinta sul viso tanto tempo fa e che non era più venuta via. Respirai profondamente. Mi misi dei vestiti morbidi e comodi per stare in casa, e decisi di farmi una colazione a modo. Aprii con cura gli scuri, per lasciare la luce in casa, e misi sullo stereo una bella musica rilassante. Andai in cucina, presi una scodellina; e dalla dispensa tirai fuori quei cereali che mi ero comprata in quella fase fitness ipocrita” della mia vita, nella quale avevo comprato un sacco di roba inspida da mangiare nella convinzione che avrebbe contribuito a fermare il mio allora apparentemente inarrestabile processo di ingrassamento. Scaldai un po’ di latte, mi sedetti a tavola e mi misi con calma a raccogliere i piccoli fiocchi d’avena col cucchiaino. Senza pensare a nulla, se non che la vita al sabato mattina fosse meravigliosa – e che c’era tutto il tempo del mondo per rendersi conto che fuori, in realtà, era una giornata parecchio triste, grigia e umida, e che probabilmente l’avrei trascorsa per la gran parte chiusa in casa a poltrire. Gatto permettendo.

Appena mi sovvenne il pensiero, capii. In quel momento, in quello spazio unico che era la mia cucina abitabile, col suo piccolo fornello a gas, il suo lavabo, la vecchia dispensa e il tavolo; e il soggiorno con il divanetto, il mobiletto con la tv e lo stereo e le due librerie svedesi appesantite e pendenti, non si respirava alcun disagio: completamente sparita, l’aria pesante che aveva gonfiato la casa sembrava essere stata fuggita via da qualche forellino nel muro, come un pallone nel quale è finita una spina e che, nottetempo, si accascia su se stesso. La casa era ancora tutta in piedi, naturalmente, ma era… bella. Si stava bene, era sabato e io non avevo voglia di fare niente, se non riposare la stanchezza e lasciarmi i brutti pensieri andare via. E questa sarebbe stata una cosa normale, ma non nel mio appartamento negli ultimi mesi. Mi alzai circospetta dal tavolo, lasciando lì la ciotola piena a metà. Dimenticando di infilarmi le ciabatte, percorrevo lentissima la casa in punta di piedi, scalza. Fuori, nel cielo, un potente tuono detonò – e il cielo si fece più nero. Con la stessa lentezza con cui stavo camminando, muovevo anche la testa a destra, a sinistra, in alto e in basso, scrutando. Con grande lentezza, circumnavigai il divano, ficcai la testa dietro al televisore; arrivai fino in bagno, aprii con estrema delicatezza la porta. Lo stesso feci con la stanza da letto, girandoci attorno, sollevando piano le coperte e guardandoci sotto; cercando sotto la vecchia cassettiera e i comodini, aprendo una a una le ante dell’armadio (hai visto mai…). Sporsi il capo verso la porta a vetri del balconcino; e poi, come un ladro d’altri tempi che gira con estrema cura la sensibilissima manopola di una cassaforte, girai la maniglia – fui investita da un’aria sottile, gelida e carica d’umidità. Cercando di proteggermi il più possibile dietro i vetri, allungai il collo per guardare a destra e a sinistra. Poi, troppo presa dalla preoccupazione, mi buttai fuori con un gesto solo, poggiando i piedi nudi sulla pietra fredda e bagnata del balcone, aggrappandomi alla ringhiera e gettando lo sguardo oltre, verso la strada sottostante.

Ovunque avessi guardato, non v’era più traccia di lui. Il gatto era sparito. Rincasai con un pesante senso di sbigottimento e confusione. Traballai verso il centro della stanza e mi guardai attorno. Il gatto non si trovava più. Cosa diavolo era accaduto. In quella posizione, volgendomi verso destra, lo sguardo mi cadde sulla porta del frigorifero. Lì, in mezzo alla mia foresta colorata di foto, post-it e calamite, c’era un buco rettangolare, uno spazio bianco rimasto scoperto dopo tanto tempo. Mi risvegliai dal mio stordimento e guardai meglio: c’era rimasta soltanto una pallina verde magnetica, senza nulla di appeso.

Lì c’era una foto. L’avevamo scattata in vacanza, fuori città. L’avevamo scattata “all’antica”, chiedendo a un passante di farla per noi. Non sapendo bene lo spagnolo, c’eravamo un po’ arrangiati a gesti. Avevamo le facce sconvolte e bruciacchiate da sole. Eravamo stanchi per il tanto girare ma eravamo contenti. Sfoggiavamo ciascuno un grande sorriso che partiva da un orecchio e dopo una grande curva raggiungeva quello dall’altro lato. La giornata era soleggiata e indossavamo calzoncini e sandali da turisti vagabondi. Alle spalle avevamo degli zainetti dove ci avevamo messo le guide, le cartine, dei cambi di calzini, dell’acqua, delle giacche a vento, delle mele. Avevamo delle t-shirt colorate. Non era passato molto tempo, cronologicamente. Eppure, era una foto di una vita e mezza fa. Al gatto lui piaceva parecchio. Avevano popolato e illuminato questa casa con la loro vivacità. Giocavano assieme, si coccolavano e si prendevano cura di me. Prima se n’è andato via lui. l’avevo buttato fuori di casa. Mi aveva mentito e non glielo avevo saputo perdonare. Non volevo perdonarglielo. Mi aveva mentito e mi aveva mancato di rispetto. Qualcosa di cui non parlo volentieri; e di cui ho preteso gli altri non parlassero, almeno non in mia presenza. Quella foto era rimasta lì, per tutti quei mesi, perché io l’avevo guardata, e poi avevo guardato il frigo intero e avevo pensato che quello fosse il suo posto; che era un mio diritto conservare almeno un ricordo, piccolo. Il mio cuore non ce l’aveva fatta a farla sparire, come tutto il resto. Era utile e non lo guardavo nemmeno io. Un talismano omeopatico: un ricordo del passato che mi proteggeva dal passato.

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Informazioni su Francesco Rigoni

Web Content Editor, Social Media Manager, Musicista, Insegnante di inglese, Autore. Vive a Torino.
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