Trump: degli specchi e del saper vincere

Per caso mi capita di avere del tempo per scrivere che avrei potuto invece sprecare giocando a Nba 2k17: presto! Alla tastiera! Raramente mi capita di aver voglia di buttare giù due righe con tanto entusiasmo e disponibilità. D’altro canto, è difficile trovare il tempo per pensare veramente; e può darsi che quello che ho a disposizione questa volta non sia abbastanza – non per scrivere, ma per pensare.

Sento molte storie attorno a Trump mentre cerco di raccogliere le cime dei fili che si sono ingarbugliati quando siamo stati a chiamati a votare per il referendum costituzionale; forse la cosa peggiore che mi sia stato chiesto di fare negli ultimi tre o quattro anni. Sento che ricontano i voti, sento che parlano di russi che avrebbero avuto una forta influenza sull’esito delle votazioni. Mi viene in mente dell’orgoglio che c’è nel sostenere che in America, una volta deciso chi ha vinto le elezioni, ci si mette tutti al servizio del Presidente senza dire né “a”, né “ba”. Questa volta però ho la sensazione che si sia arrivati a dire “co”: “Abaco”, quello con cui ricontano i voti di Trump, disperatamente, per dimostrare che ha imbrogliato, che non è vero, che gli Stati Uniti non sono così. Invece, i racconti che mi sono arrivati, dalle persone che sono andate là; e quello che vedo raccontato nei loro prodotti di massa, le famose “serie tv” e i film ultracostosi, mi sembra che si tratti proprio di una popolo arrabbiato, consumista e superficiale, che vota Trump perché, senza dirlo e forse nemmeno senza saperlo, rivede sé stesso, rivede la propria storia, sin dai tempi del Far West, di uomini crudeli e soli al mondo, che devono difendersi dalla natura selvaggia e dagli altri uomini, tutti con il bisogno irrefrenabile di conquistare un pezzo di terra e difenderlo; altri, come Trump, con la fame insaziabile di mangiarsi anche la roba degli altri. Per questo, quando Ted Cruz è caduto, di cui sentivo parlare un gran bene attraverso la carta stampata e la radio, ho sentito un brivido come una scossa farsi tutta la colonna vertebrale avanti e indietro: questo (Trump) è forte. Man mano che i giorni passano in seguito all’esito del voto americano, mi convinco sempre di più che sia giusto così. Trump è il popolo americano – non c’è altro uomo, oggi, che possa rappresentarlo. Così come non c’è stato un altro come Obama, prima. Due persone così diverse che è impossibile metterle a confronto. Non ci sono opposti o paralleli: solo due diverse variazioni sul tema dell’essere americani. Solo che il tempo di Obama è finito. Il tempo che non finisce mai pare essere quello del cattivo gusto.

Sia ben chiaro che sono opinioni personali, senza hard data a sostenerli. Sono riflessioni, sciocchezze, cose da dimenticare presto. Cose che io ho bisogno di fissare nero su bianco e poi andare avanti; dei picchetti che, se piantati opportunamente, forse un giorno terranno su una tenda se non un grande gazebo, dal quale proteggermi – da cosa? Forse dal tempo.

Il cattivo gusto di chi sbeffeggia sé stesso, come capita nel mio paese. Lo specchio e il saper vincere: lo specchio è l’esito delle votazioni, quali che siano. Il saper vincere è quello a cui non assisto mai. Forse la mia idea è sbagliata. Forse c’era chi se lo meritava. Ma sentire ridere D’Alema, così, di gusto, mi ha aperto una voragine nera nel cuore. Cosa c’entra ridere? Cosa c’entra che sia una bella o una brutta giornata? Cosa c’entra essere o non essere politici? Chi sono loro e chi siamo noi? Non vedo alcuna differenza.

Esistono degli animali che riconoscono la propria immagine allo specchio. È il risultato di un vecchio esperimento che mi ha sempre affascinato. Sono pochi gli animali che sanno di vedersi. Gli altri credono di vedere qualcun altro. Per le fazioni dei cani e quelli dei gatti, interesserà loro sapere che nessuno dei loro amici animali possiede la facoltà di capire che sta guardando se stesso. Mi viene il sospetto che questa facoltà, che appartiene a tutte le “scimmie antropodi”, sia stato revocato agli italiani. Odio me stesso mentre lo scrivo: mi sento così retorico, così qualunquista, così gratuito! Eppure.

Eppure ci sono italiani che gioiscono della sconfitta di altri italiani. Tutti i giorni, ovunque. Lo fanno pubblicamente. Lo fanno nel modo più sguaiato e maleducato che gli viene in mente in quel momento. Si sta parlando, detto in modo grezzo, del mio culo. Del culo della mia famiglia, dei miei amici, degli amici dei miei familiari e degli amici dei miei amici. Una catena lunghissima che ci unisce tutti quanti. In mezzo a tutte queste persone, ci sono anche membri della “Casta”: politici, imprenditori, avventurieri, mafiosi. Siamo tutti vicini gli uni agli altri. Essendo italiani, poi, siamo vicinissimi – anche fisicamente, ma soprattutto culturalmente, anche se non lo riconosciamo mai. Eppure continuiamo a parlare dei nostri culi, detta male: della nostra possibilità di campare, di prosperare, di riprodurci, di tramandarci, di raccontarci, di sfamarci, di creare, di costruire, di preservare, difendere, amare, tutelare, offrire (sì, anche offrire)… Quella risatina e quel dire che bella giornata sia stata annulla tutto, se lo risucchia nel desiderio di una persona, che poi ogni persona ha i propri desideri risucchianti. Giù, giù, nella pancia di cinquanta milioni di balene, ciascuno fa Stato a sé, ciascuno vittima designata del volere di qualcun altro; nessuno è mai assieme all’altro. Nessuno si rivede mai nella vita altrui: come tanti bambini inermi, abbiamo tutti bisogno dell’accudimento di una volontà più alta, che non è la nostra, né quella dei nostri cari, ma di qualcun altro – forse un essere soprannaturale o forse un uomo politico potente e imbattiibile. Qualcuno che ci dia il pretesto di essere ancora piccoli e indifesi fino alla fine dei nostri giorni.

E io che sono ossessionato dall’idea che ci vuole una comunità – io che ne ho bisogno, di questa comunità, della capacità di includere, di integrare, di stare assieme, di aiutare, di supportare (anche in forma passiva: essere inclusi, essere integrati, essere in compagnia degli altri, essere aiutati, essere supportati) eccetera, non vedo via d’uscita da questo desiderio di far vedere quanto si aveva ragione. Abbiamo vinto! Alla faccia vostra!

Questo va benissimo, c’è qualcuno che ha vinto. Ha vinto la possibilità di prendersi cura di me – e di tutti gli altri, nessuno escluso. Possiamo occuparci di questo adesso?

Possiamo tornare assieme?

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Informazioni su Francesco Rigoni

Web Content Editor, Social Media Manager, Musicista, Insegnante di inglese, Autore. Vive a Torino.
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