Scrittura e Libertà contro i Venditori di Successo.

Scrittura e Libertà contro i Venditori di Successo.

Foto: Lance Neilson

Stiamo cercando venditori di successo nella tua zona.

È tutto quello che si cerca nella mia area del mondo: gente che si in grado di vendere cose che nessuno è più in grado di consumare. Ho letto un articolo e interessante e di recente ho anche avuto modo di ascoltare delle testimonianze diretta in radio sul consumo di libri. Perché si cerca di pompare un mercato che produce troppo per un pubblico che non ne vuole? E tutti che si chiedono perché le persone non acquistano libri. A volte le risposte si trovano allo specchio. Gli specchi fanno parte del mio immaginario semiotico da sempre, anche se non ho un nessun tipo di rapporto reale e concreto con loro. Tuttavia, restano oggetti che incarnano bene un’idea che mi martella in testa: quella del guardare se stessi. Osservarsi, conoscersi, valutarsi, volersi bene. Mi chiedo se le persone leggano poco perché troppe persone gli hanno detto che se non leggono non va bene. È abbastanza ovvio che non sarà l’unica motivazione, tuttavia ricordo che non ho mai letto Cent’anni di solitudine perché troppe persone me l’hanno consigliato; e io nei libri non ho mai cercato l’omologazione, tutt’altro: nei libri ho sempre trovato la libertà di essere me stesso senza condizioni.

Sono rimasto chiuso dentro a una scatola per parecchio tempo. Forse ci sono ancora chiuso dentro. Nel mio desiderio di non avere limiti creativi mi sono rifugiato dentro confini molto sicuri e già noti. Per esempio: quelli della scrittura. La gioia di scrivere, la prosa saltuaria, è anche la gioia di poter dedicare mille parole a niente. Dentro ci sarà una storia, una riflessione, un ricordo, una richiesta, una promessa e chissà quant’altro. Lo stesso vale per i gesti che si possono rivolgere agli altri; e alle decisioni che si possono prendere sulla propria vita – e alle trasformazioni.

“Trasformazione” è un concetto chiave che aleggia nei miei pensieri e che riaffiorerà ancora, settimana dopo settimana. Nella mia letterina immaginaria a Babbo Natale, ho chiesto di trovare sotto l’albero il potere di trasformare gli eventi: di essere in grado di afferrarli per gli spigoli più duri e di osservarli con calma e attenzione, ed essere in grado di studiarne gli aspetti virtuosi, scremarli e trasformarli in soluzioni pratiche ed efficaci. La scrittura vorrei fosse anche questo, in tutte le sue forme: vorrei allontanarmi dall’idea che ci si debba fare qualcosa di utile. La scrittura, in realtà, utile non lo è – e chi vi dice il contrario sta mentendo o, peggio ancora, si sta illudendo; e guai a esserlo. L’inutilità della scrittura è qualcosa di sacro e da proteggere ed è quello che rende i prodotti dell’attività di scrivere così preziosi: l’atto di volontà dello scrittore è un’azione completamente gratuita e priva di senso. A voler fare del bene agli altri oppure a se stessi, è noto, ci sono tante altre cose che si possono fare con un grado assai maggiore di concretezza e di efficacia sul breve tempo.

Chi però ha il tempo e il privilegio di potersi sedere ed esercitare l’inutile atto della scrittura, potrà trarre vantaggio dallo straordinariamente utile potere di trasformazione sul lungo periodo che la scrittura possiede. Non so dire, oggi, se questa trasformazione è sempre “positiva” – non sono neanche sicuro che una trasformazione abbia per forza un valore così radicalmente polarizzato. Non so se scrivendo si diventa persone “migliori” – non sono sicuro si diventi persone per forza diverse. Nell’esperienza personale, posso dire che scrivere costringe all’esercizio di mettere dei pensieri in fila. Scrivere con un obbiettivo, poi, è un’attività (sebbene inutile) decisamente faticosa: i pensieri possono essere anche arbitrariamente messi in fila, come in questi brevi esercizi; ma quando hai in mano il progetto di un saggio o un romanzo o una qualsiasi forma di scrittura che abbia un inizio, uno svolgimento o un fine, è richiesta una dura disciplina mentale e un impegno concreto e continuato che non si può sottovalutare. Per questo io provo una grande ammirazione e rispetto per chiunque riesca in questa impresa di sedersi, immaginare l’idea e portarla a termine in un periodo di tempo relativamente compresso. È segno di grande determinazione, voglia e impegno. (Mi chiedo: e quelle opere che invece richiedono decine d’anni? Forse il valore della determinazione e dell’impegno aumenta ancora, in quei casi.)

Ciò detto, sono dell’idea, condivisa da alcuni, che al momento i libri siano troppi e che la richiesta di leggere di più sia troppo interessata per essere esaudita. Il male che si fanno le persone che sfoggiano con vanto il proprio personale record di non aver mai aperto un libro è un male il più delle volte autoinflitto; e il potere della maggioranza non si rovescia mettendosi le mani nei capelli: la verità è che i libri sono oggetti prodotti dagli uomini dotati di un potere che gli uomini non colgono a pieno. Uno dei loro poteri è di affascinare e dominare chi li incontra. Non bisogna avere paura che le persone non leggano o non amino leggere; ma solo aspettare il momento in cui le persone incontreranno, anche solo accidentalmente, un testo scritto, una pagina: sarà quello il momento in cui la scrittura opererà il suo magico incantesimo.

D’altro canto, il rischio è un altro: che la scrittura, costretta dentro scatole troppo strette, di “utilità”, di “scopo”, di “prodotto”, di “forma”, un poco alla volta cominci a scolorire, e le scritture (proprio come sta capitando alle voci, soprattutto nel linguaggio televisivo e giornalistico) comincino ad assomigliarsi tutte le une alle altre; tutte agganciate all’esigenza di “dire qualcosa” o di “raccontare qualcosa” o di “essere un qualcosa”. Con mio sommo dispiacere, ho scoperto negli anni che la scrittura intesa come produzione di oggetti editoriali vendibili sul mercato non esercita alcun potere trasformativo su di me e non la percepisco come un’esigenza esistenziale urgente e da soddisfare. La scrittura, intesa nella sua forma più libera e sì veicolata a un esito, cioè alla trasformazione, quella sì: è un bisogno quasi corporale. Ho passato davvero tanto, tanto tempo a chiedermi se mai sarei riuscito a venirne a capo. Oggi qualche idea la sto avendo e sto provando a metterle in fila per vedere se alla fine produrranno, tutte insieme, un disegno oppure no: si comincia con lo scrivere per amore, come gesto di altruismo. Cosa voglia dire questa affermazione, è un altro viaggio affascinante e interno alla mia scrittura – che non vedo l’ora di intraprendere.

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Informazioni su Francesco Rigoni

Web Content Editor, Social Media Manager, Musicista, Insegnante di inglese, Autore. Vive a Torino.
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