Lifegate: ascolto musica che non mi basta più

Lifegate: ascolto musica che non mi basta più

Da anni ho un problema (serio): faccio fatica ad ascoltare musica. Il che è paradossale perché, di fatto, sono anche un autore di canzoni. Proprio qui sopra, c’è il bannerino che vi porta direttamente alla pagina del blog relativa al mio disco, composto di canzoni scritte da me.

Le canzoni non nascono dal nulla. Difatti, non ne scrivo più molte. Un po’ perché ho bisogno di avere prima qualcosa da dire; e un po’ perché, non ascoltando più musica, sento di aver perso i riferimenti. Non ho smesso di suonare (quello mai): passo la giornata a fare esercizi per sciogliere le dita. Ascoltare musica, però, è la cosa che faccio meno. In assoluto.

Ci sono due ragioni, due racconti interessanti, che mi piacerebbe esporre e che sono legati a questo tema. Il primo è il racconto del passato. Ho trascorso molto tempo con le cuffie nelle orecchie. Più tempo di quanto io ricordi. In gita non avevo mai un dispositivo portatile abbastanza potente da permettermi di ascoltare musica senza essere disturbato dagli altri. Peggio ancora, non ne avevo uno col doppio ingresso – e non potevo ascoltare musica con i miei amichetti. Tuttavia, nei miei anni felici delle medie, ero solito ficcare una cassettina al venerdì notte o al sabato mattina per registrare le prime puntate di “Cordialmente” su Radio Deejay (solo per dire quanto sia stata longeva quella trasmissione, si parla di 21 anni fa); e assieme alla puntata (che peraltro riuscivo a registrare solo a metà) beccavo un sacco di musica. All’epoca Deejay era il vero tramite del pop mondiale, con un occhio particolare verso la musica britannica, che tirava tantissimo in quegli anni, complice il Brit-Pop. Mangiavo tanta di quella musica che non sarei in grado di raccontare; e il mio cervello super spugnoso se la ricorda tutta – a volte torno a cercarla, perché quelle note e quelle melodie devono evidentemente avere un effetto benefico sull’emissione di un certo tipo di enzimi della serenità. Facendo fast forward sul walkman dei ricordi si passa agli anni in cui mettevo alcuni superdischi degli anni ’90 a volume bassissimo, per costringermi a stare quieto per ascoltarli, e riuscire finalmente a dormire (da piccolo ero discretamente insonne) per arrivare agli anni in cui nel mio mangiacassette c’erano i dischi dei Nirvana e alcuni capolavori a cavallo tra metal e crossover (come Roots Bloody Roots dei Sepultura) sparati a tutto volume, mentre passeggiavo da solo, diciassettenne, per le strade del mio paesino molisano, completamente dissociato, fumatore incallito molto più di ora. La mia fame di musica mi ha portato avanti fino quasi ai trent’anni. Da giovane grungettaro un po’ tamarro sono partito dalla fulminea conversione ai Radiohead e mi sono fatto il giro del rock alternativo prima e poi di tutti i classici del rock, i Beatles, gli Stones, Dylan; e poi sono passato al blues acustico, a Nick Drake, al fingerpicking, al progressive. Ho inseguito il mio amore per la musica nera con fortune alterne, provando ad ascoltare più blues di quanto riuscissi, più jazz di quanto fossi in grado, cercando di impallinarmi nel funk, inseguendo il senso e l’origine del soul, riscoprendo la mia passiona smodata e molto istintiva per il rap – sempre nel tentativo di isolare e di valorizzare quell’unico tratto genetico nel mio corredo che s’attiva con la musica africana e afroamericana; senza mai riuscirci del tutto e senza mai arrendermi veramente. Per non parlare delle miriadi di concerti a cui ho assistito. Una fame che non m’ha lasciato pace per anni – e poi s’è placata; e quando s’è placata, ho scritto “Continuo a mangiare troppo” – perché la mia fame per la musica mi aveva reso praticamente bulimico, incapace di darmi un’identità, una passione, ma solo mangiare, mangiare, mangiare.

In mezzo c’è stata la psicanalisi. Nell’esercizio psicanalitico ho dovuto bocciare la cuffietta come un’abitudine nociva, un esercizio di isolamento dal mondo di cui mi dovevo liberare per provare a integrarmi nella realtà, per sconfiggere i pensieri autodistruttivi, la rabbia, il senso di lontananza, lo smarrimento. Non ascolto più tanto musica con le cuffie. Il più delle volte, la terapia è servita: ho bisogno di passeggiare in mezzo alle cose. La musica così esperita era una forma di autoesilio in mondi sempre diversi ma sopratttutto sempre lontani: un modo per stare in mezzo agli altri senza starci veramente, il pretesto perfetto per non cercare mai di capirli, per scappare in modo “artistico” dalle relazioni.

Poi c’è stato il lavoro. Quando penso, quando scrivo, quando mi concentro, la musica mi disturba – infatti, scusate un attimo, devo spegnere la musica adesso.

I due strumenti che utilizzo più spesso e volentieri per ascoltare musica che non sia sempre la stessa, per evitare di diventare una sorta di isolato musicale, rinchiuso tra le quattro mura dei suoi artisti di riferimento e i suoi ricordi migliori, sono Spotify e LifeGate, con una leggera preferenza per la seconda. Spotify purtroppo ha il limite che la musica spesso devo sceglierla io e quella che mi consiglia spesso e volentieri non mi appassiona e richiede un mio grado di attenzione nella selezione che troppo spesso m’interrompe nelle altre attività in cui sono impegnato. LifeGate invece è una radio che ho imparato a conoscere e ad apprezzare molti anni fa. Per il tipo di atmosfera che voglio creare attorno alla mia quotidianità e alle mie attività mi propone dei brani perfetti. Tuttavia, mi sono accorto di una cosa: molte delle canzoni che passa non mi piacciono. Oltre a sopportare poco il fatto che una notevole percentuale della sua selezione musicale consiste in brani con una forte post produzione della voce, con molti echi, raddoppiamenti, rimbombi che alla lunga mi annoiano, molte delle canzoni che sento su LifeGate mi danno l’idea di seguire una “direzione artistica” molto specifica, a volte troppo, con l’effetto di produrre nel mio ascolto disattento una certa ridondanza.

Mi si chiederà: ma allora perché l’ascolti? Ecco, proprio questo è il punto: in un periodo della mia vita caratterizzato dalla noia e dalla difficoltà di trovare nuovi tracciati di ricerca, nuove dimensioni estetiche da approfondire, rincorrere, affinare, LifeGate ha il grande merito di lanciarmi, di tanto in tanto, in mezzo a una selezione per lo più anonima, una perla – una canzone spesso non indimenticabile, ma speciale. Un suono, una chitarra, una voce, un ritornello, una melodia, un piccolo capolavoro semisconosciuto che, nel minuto in cui è terminato, è subito dimenticato; ma che per quei due minuti e mezzo di passaggio, è stato in grado di riportarmi in quella dimensione magica, persino formativa, nella quale ho trascorso gran parte della mia preadolescenza, adolescenza e post adolescenza.

Una dimensione che non si ricrea più semplicemente nell’atto spontaneo di pigiare il tasto play, quale che sia. Una dimensione che è diventata difficile da ricreare proprio come un sommeiller che sente di aver bevuto troppo vino – probabilmente non tutto il vino che c’era da bere; ma che a un certo punto decide di alzare bandiera bianca. Il suo obbiettivo non era assaggiare tutto quello che c’era da assaggiare ma vivere la magia della rappresentazione: quell’assaggio invocava territori da esplorare, campi verdi e filari verdi e rigogliosi, una terra umida e piena di fragranze, una giornata di sole, un dolce declivio, la sensazione di passeggiare in quell’ambiente silenzioso e pacifico, come sognava Russell Crowe in quel bel film borghesotto che era “Un’ottima annata”. Non più fame, ma semplice, onesto, schietto, rilassato, gradevole e appagante desiderio del bello.

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Informazioni su Francesco Rigoni

Web Content Editor, Social Media Manager, Musicista, Insegnante di inglese, Autore. Vive a Torino.
Questa voce è stata pubblicata in Diario, prosa saltuaria. Contrassegna il permalink.

5 risposte a Lifegate: ascolto musica che non mi basta più

  1. Cigarafterten ha detto:

    A mio modestissimo modo di vedere i tuoi post sono troppo lunghi e graficamente difficili da leggere. Poi vedi te.

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    • Francesco Rigoni ha detto:

      Me ne rendo conto, hai ragione.
      Da un lato ci devo lavorare su – dall’altro, in realtà, questo blog esiste non perché sia facile da leggere. Forse addirittura il contrario.
      È uno spazio assolutamente libero. Credimi quando ti dico che esulto quelle volte che riesco a stare sotto le 1000-1200 parole.
      Immagino che tu abbia frequentato questo blog perché gli argomenti ti interessavano – oppure, visto che è quello in cui spendo maggior parte dell’energia, quando la spendo, perché ti piaceva lo stile di scrittura. In tal caso tuttavia non avrebbe senso il tuo commento, perché la qualità della scrittura dovrebbe facilitare, o quanto meno rendere gradevole, l’esperienza di lettura.
      Sono curioso, fammi sapere come mai sei arrivato qui e cosa ti ha invogliato a esplorare il sito e leggere gli articoli.
      Soprattutto, spero tu abbia modo di ascoltare la musica (ti piazzo un link qua: http://bit.ly/1t8jzcC) e di apprezzarla.
      A ogni modo, ti ringrazio per avermi scritto. La tua critica in un’ottica di scrittura per il web è sensata e ragionevole; tuttavia, non sono sicuro che riuscirò a stare sotto le 1000 parole e a usare i grassetti o a mettere altre foto. Non è questo il posto per queste cose.
      Questo, nella mia ottica, è lo spazio per la mia “arte”: ed è quindi la promozione della mia musica, del mio lavoro compositivo e della mia grafomania – come puoi notare anche da questo commento “monstre”.
      Spero di poter avere ancora occasione di parlare con te. A presto.
      Francesco

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  2. wwayne ha detto:

    Rieccomi! Ma non lo aggiorni più il tuo blog?

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