Carcere, recitazione, rappresentazione: che ti sia di lezione

Ma quanto mi piace la radio? Tantissimo.

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Ho avuto la fortuna di avere un maestro, un grande maestro. Si chiama Alberto Gozzi  e tiene un blog che si chiama Radiospazio Teatro. Mi ha insegnato il gusto di creare scene sonore e di capire i cambi di ritmo. Non so quale sia la sua opinione sui miei progressi – ma so di stare mettendo quello che penso di avere imparato da lui nell’attività di montaggio delle puntate che compongono il radiofumetto “Antigone: 25 anni di storia italiana visto da dietro le sbarre” realizzato dal blog Dentro e fuori in collaborazione con gli studenti del Polo Universitario della Casa Circondariale “Lorusso Cotugno” Torino.

Quanto mi piace la radio? Da impazzire. Non sto a spiegarne le ragioni perché non le conosco. L’ho sempre ascoltata, m’è sempre piaciuta, ha sempre fatto parte della mia vita, in maniera concreta, pratica e quotidiana. E so che se mai un giorno ci sarà davvero un’apocalisse nucleare o chi sa quale altro disastro che raserà a zero le nostre risorse tecnologiche, so che ci saranno una manciata di matti che rimetteranno assieme due transistor pur di poter trasmettere e dire e farsi conoscere e farsi raggiungere (dall’ascolto degli altri).

Vi invito a seguire i link e ascoltare le puntate. Quanto sono bravi questi carcerati? Questi carcerati recitano. Alcuni incontrano enormi barriere linguistiche. Quasi tutti non possiedono alcun tipo di preparazione. Io non so questi cosa facessero prima di divenire detenuti – a volte m’incuriosisce, il più delle volte no. La cosa che mi colpisce è come la recitazione, la rappresentazione di una realtà diversa da quella sensibile sospenda il tempo collettivo, sempre e imprescindibilmente da quanto possa o non possa interessare l’attività alle persone che vi fanno parte. Alcuni li ho visti gasati, altri distaccati – altri lo hanno fatto perché lo dovevano fare. Però lo hanno fatto tutti bene. E le puntate reggono, la storia tiene, l’ascoltatore sospende volentieri la sua incredulità – di fronte all’italiano recitato dai rumeni, di fronte alle forti cadenze dialettali, alle difficoltà di lettura – perché la storia e i personaggi ci sono, a prescindere.

Per me questa esperienza è fantastica. Mi riporta indietro a quando non avevo stabilito di mettere certi problemi in cima alla lista di priorità che forse hanno un po’ ingrigito la mia esistenza. A quando pensavo che il racconto e la messinscena fosse innanzitutto gioco – e che l’esistenza reale e concreta fosse un po’ subalterna a quella immaginata. Quando tutto sommato le bollette erano solo soldi da portare a uno sportello – il lavoro una sfida con me stesso – lo stipendio un premio per i miei sforzi – e tanta altra vuota e infantile retorica. La cosa straordinaria è che la possibilità di immaginare e creare mondi nuovi e realtà alternative, intermittenti, misteriosi e sempre mutevoli si annida in ogni luogo in cui ci sia una persona. Che sia un anziano signore, un detenuto, una casalinga o un gruppo di bambini, l’uomo avrà sempre il potenziale e il desiderio segreto e mai completamente represso di vivere la sua vita per immaginarne un’altra.

Per nessuna ragione in particolare – solo per il proprio divertimento.

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Informazioni su Francesco Rigoni

Web Content Editor, Social Media Manager, Musicista, Insegnante di inglese, Autore. Vive a Torino.
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