“Il mio gatto mi fissa”: un racconto. Parte 7

Questa è la quinta parte di un racconto a puntate. Le altre puntate le potete trovare a questo link

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Ne ho parlato con Riccardo. Chi è Riccardo? Per descriverlo, torniamo alla telefonate della mamma. Avete presente quando, nel mezzo dell’ennesimo interrogatorio sulla ragione per cui una ragazza non ha trovato ancora un partner, comincia l’irrinunciabile e improbabile lista dei papabili? Quelli scelti da una rosa di persone che includono lontani cugini, persone inventate di sana pianta, vecchi compagni delle elementari e alcuni riferimenti a volti e personaggi magari scorti per caso, ogni tanto, di cui magari parliamo spesso ma che non vengono mai del tutto considerati (e che solitamente corrispondono alla definizione di “amici”)? E c’è sempre il momento in cui lei dice «ma invece quel bel ragazzone con la faccia simpatica con cui ti accompagni sempre?» «Ma chi?». Ecco appunto: Riccardo. Lui è lui: è palindromo. Da dove lo guardi non importa, si legge sempre alla stessa maniera. D’altro canto, è anche il palindromo più sereno che abbia conosciuto. Pare non scomporsi per niente. Certo, se fuori ci sono meno venti gradi kelvin e il più proverbiale dei venti forza nove. Se viene giù grandine grossa come uova di pasqua, se c’è un gigante mostro alieno che terrorizza la città – io posso chiamarlo, chiedergli di uscire, e lui c’è. Sempre uguale, stessa faccia, stessi vestiti, stessa pulita e discreta cavalleria, stessa dolcezza, disponibilità, dialogo. Ogni tanto vorrei dargli un pizzicotto. Forse Riccardo non esiste. Forse è una mia proiezione. Forse spesso esco da sola, convinta di essere in compagnia. Forse quella sera stavo parlando da sola, quando abbiamo parlato dell’ennesima volta del gatto. Lui sa. È l’unico a saperlo. So che se venisse incarcerato e torturato, non ne farebbe mai menzione. È una persona di cui mi fido ciecamente – e di cui allo stesso tempo di cui mi fido pochissimo. Ma è perfetto per poter parlare delle cose più strane che mi capitano nella mia vita. Proprio perché lui è lui, un palindromo, lui non mi giudicherà. Infatti, non lo ha fatto. Avrebbe voluto, ma ormai è troppo coinvolto nella faccenda della cavalleria. Avrebbe voluto dirmi che sono pazza, ma non ce l’ha fatta. invece, ha esordito dicendo:

«Certo che è una buffa situazione». Politico, essenziale. Perfetto.

Parlammo. D’altro canto, con lui è facile. È la persona a cui ho conferito la possibilità di confrontarsi con me. Non lo faccio con chiunque, non lo faccio volentieri. Lo faccio perché so che lui ha deciso altrettanto spontaneamente di stare al mio gioco, di rispettarlo. Di rispettarmi. Non è una cosa da poco. C’è sempre una dose di schermaglia verbale quando affronto l’altro sesso, spesso tediosa; il più delle volte necessaria, per conoscersi e smascherarsi. Con lui non c’è. Probabilmente, senza saperlo davvero fino in fondo, abbiamo deciso di tenere su le nostre maschere, di usare la delicatezza di non strapparcele via dal volto a forza, ma di costruire un poco alla volta un gesto, comune, di scoprire l’uno il volto dell’altro tramite la parola. Impresa apprezzabile, profonda sentimentalmente; ma, per certi versi, che io non posso che trovare un po’ vuota, un po’ fatua. Insomma, Riccardo, che vuoi che ti dica. Prendimi. Certe volte vorrei fargli questo discorso; tutte le volte, però, lascio perdere. Non vorrei cje davvero lo facesse. Vorrei spiegargli che però con le donne non funziona così. E poi, di che cosa dobbiamo parlare. Lui è quel tipo di Lui: non ha mai fatto nulla che potesse far intendere; e tutto, allo stesso tempo. Così parliamo, parliamo sempre, tantissimo, fin quando ci si secca la gola; e poi, eventualmente (almeno, una volta, quando si aveva più voglia), si andava a sgambettare in qualche postaccio, a ballare male, a bere male, a dormire male, ciascuno a casa propria. Abbiamo coltivato questa conoscenza con questa grazia e questa pazienza, con questa educazione così futile e preziosa, così sana e rinfrescante. Parliamo, parliamo sempre e io so che lui non si lascerà scappare mai nulla di detto. E poi lui è l’unico a cui lascio il privilegio di colpirmi. Colpirmi nel vivo. Parlare delle cose che mi danno fastidio. Proprio perché so – e mi spiace, perché lui in fondo non penso ne sarebbe troppo contento – che i suoi sono colpetti. Dei pizzicottini. Nemmeno: delle piccole ditate sulla pelle. Quando parla dei fatti miei, lui, non mi fa mai male. Per questa ragione, mi spiace sempre un po’ di non sapere come ringraziarlo, se non essere quella che sono, sempre. E chissà se a lui va bene.

R.- Certo, mi sembra sempre di battere sempre lo stesso chiodo, però…

Però?

R.- E promettimi di non arrabbiarti se te lo dico. Però…

Però?

R.- Da quando non c’è più lui…

No, ti prego, non ricominciare, non è serata. Non è il caso, non stiamo parlando di que…

R.- Sì, sì, lo so. Però, capisci, la coincidenza è piuttosto evidente.

Ma io ti garantisco che non è per lui. Non è per lui. Davvero. Che cosa c’entra adesso? È il mio gatto che è uscito matto, mica ho ricevuto telefonate o mail o messaggini. È soltanto il mio gatto.

R.- Forse al tuo gatto gli manca. Mi pareva gli volesse bene, no?

Sì ma adesso che c’entra, che cosa c’entra? Perché deve sempre finirci di mezzo questo qui? Perché dobbiamo sempre finire a parlare di questa cosa? Sono passati mesi.

R.- Anni.

Si va bene, anni, però che c’entra? Sto facendo la mia vita, insomma. Non ci penso più, non ne parlo più. Non ci voglio pensare, non ne voglio parlare. Non voglio sentirlo nominare, non do più fastidio a nessuno. Mangio, esco, parlo con la gente. Parlo con altri maschi! Mi vedo con mia madre! Lei non me ne parla più! Perché me ne devi parlare tu? Non è che per caso non sei un po’ ossessionato tu?

R.- No, io? Che c’entro… Mica ce l’ho avuto io, il trauma. Io dico soltanto, insomma…

Lo sapevo: l’ho messo in imbarazzo. Poteva accadere, è andato a cacciarsi in un guaio troppo più grande. Ma lo vedo che smania, vuole che io tiri fuori questa cosa. Non mi è chiaro perché. Forse è la sua insicurezza che parla. Forse vuole garanzie: garanzie che io sia libera del mio incubo personale, dell’immagine irresistibile dell’Innominabile, colui che si è portato via i miei cinque sensi ufficiali e gli altri due o tre spiriturali. Colui che mi ha fatto conoscere il mondo. Colui che tutto ha cominciato e tutto ha finito, con uno schiocco di dita. Vai a capire perché. Io non voglio parlare di questa persona. Ce l’hanno avuta tutti, una persona così. Una persona per il quale provi una forma di bisogno, di affezione, di affinità. Senti nelle sue vibrazioni la trasformazione. Una persona per il quale sei disposta a cambiare, una persona per la quale sei cambiata – hai fatto cose che ti saresti risparmiata, hai indossato vestiti che non avresti mai messo, hai ascoltato musiche che non avresti mai ascoltato, hai visitato posti che non avresti mai visitato, hai parlato con persone con cui non avresti mai parlato, hai incontrato famiglie che ti saresti ben risparmiata dall’incontrare, hai preso treni, aerei, autobus, taxi, risciò per i quali non avresti speso neanche un centesimo… e invece hai speso parecchio: di tempo, di energie, di emozioni. Poi, quando finisce, è l’apocalisse. Il tempo si ferma – no, in realtà il tempo corre, corre follemente, ma sei tu che vivi in una dimensione di tempo fermo, stagnante, puzzolente, marcio, stanco, triste, pesante. Ti trascini a fatica. Non vedi l’ora che i giorni finiscano, ma i giorni non finiscono mai. L’hanno avuto tutti un momento così; anche Riccardo, adesso ben sbarbato con i capelli a posto e la camicia nei pantaloni e il tabagismo sotto controllo. Ora fa il bello e il giusto perché pensa di ricordarseli, quei giorni. I suoi giorni, in cui la barba e i capelli gli erano scoppiati sulla faccia e sulla testa, indossava per una settimana la stessa t-shirt e non si cambiava mai i pantaloni, fumava come Corto Maltese e non dormiva più di quattro ore a notte: e tutto questo per quattro mesi consecutivi. Pensa di ricordare e pensa di non commettere gli stessi errori. Ma io lo so che quegli stessi errori possono essere replicati in un qualsiasi momento. Basta distrarsi, basta lasciarsi andare un attimo. Basta crederci, credere che è veramente la nostra pancia che abbia il potere di decidere a chi poter mettere in mano il proprio cuore, il proprio tempo, il proprio pensiero, il proprio portafogli e un lato del letto – e non è così. La pancia spinge, la pancia vuole, la pancia chiede. Chiede sempre. Chiede sempre quando ce ne sarà un altro, quand’è che il vento girerà per me, e mi prende in giro, mi raggira; si mette in combutta con la mia mente per inventarsi trucchi strani, pretesti e discorsi sconclusionati, solo perché io mi butti nelle braccia di qualcun altro. Mai! Nessuno mi aveva mai umiliato così – e nessuno aveva ferito la mia intimità, la mia integrità in quel modo. Nessuno mi aveva portato a imbruttirmi così, a non credere più in niente; a ritrovare davanti allo specchio, in quelle mattine senza riposo, il volto impalpabile di uno spirito che mi osservava, attraverso il quale mi era possibile fissare il muro dall’altra parte, l’imbiancatura del bagno, i ganci per appendere gli asciugamani, l’accappatoio rosa; e ogni altro oggetto parlante che mi raccontava di storie su come un tempo formavo con un’altra persona una interezza malata, una disfunzione ambulante e autoalimentata: un crogiuolo di pensieri e aspirazioni senza peso, senza prospettive, senza accordo ma soltanto costruita sui rimandi. Ne discuteremo, ne verremo fuori, lo faremo, cambieremo, agiremo, cresceremo, ci eleveremo al di sopra, di tutto questo. Dei litigi, delle bugie, dei fraintendimenti, delle evidenti incompatibilità, dei vizi – del bere, del fumare, del dormire male, del pensare male, del infastidirsi, dell’alienarsi, del compromettersi. Questo non può più capitare, mai più, non per me, non per i miei trent’anni scoccati, per le mie aspirazioni sempre più in ballo, per la consapevolezza che la vita è ora e non domani. Le forze migliori sono adesso, nelle mie mani, hanno un peso, un valore, e domani non saranno più – non saranno più. Cambieranno le condizioni, contrattuali, esistenziali, fisiche, mentali, politiche, economiche, famigliari; il folto gomitolo delle trame si asciugherà, fino restringersi, fino a diventare una strada, una strada con meno bivi di quanti avrei pensato. Dove la parola data conta, dove l’impegno deve arrivare fino alla sua scadenza – per quanto tu non sappia quanto lungo, per quanto vorresti subito, vorresti fosse già domani, adesso. Per avere i soldi per fare i tuoi investimenti, i tuoi trasferimenti, i tuoi abbellimenti, i tuoi viaggi da sogno, i tuoi fanatismi consumistici – e la mamma che invecchia, la solitudine che pesa, il silenzio che diventa un compagno ormai irrinunciabile, in mezzo a parole, parole, parole. Dei colleghi, dei giovani viveurs, dei quelli della palestra, degli amici confidenti, della televisione, della radio, dei testi delle canzoni, delle didascalie sotto i quadri, delle placchette sui palazzi storici. Nella lunga lista dei libri mai letti. Una densità molecolare impenetrabile, un’accozzaglie di impegni e burocrazia e aspirazioni che risucchia ogni secondo che passa. Non c’è nessuno, che non sia accuratamente valutato e approvato, per cui vale la pena rinunciare alla concentrazione delle energie, all’applicazione. Troppe cose, troppe cose. In testa.

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“Il mio gatto mi fissa”: un racconto. Parte 6.

Questa è la quinta parte di un racconto a puntate. Le altre puntate le potete trovare a questo link

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Poi, però, arriva lei: la telefonata. L’idea è quella di evitarne il numero maggiore, ma non è sempre possibile, non è sempre fattibile: conosce i miei orari, le mie abitudini. Mia madre è il mio predatore più infallibile. Difendersi con lei è dura e spesso vano. In un mese, quante telefonate di mia madre posso sfuggire? C’è sempre quell’una, che è rituale, e che mi serve a ricordarmi che sono mortale, che la vita è sofferenza e che ci sarà sempre una domanda alla quale non avrò risposta. «Stella, ma come mai non ti sei ancora trovata un fidanzato?» «Ma un fidanzato, ancora niente?» «Allora, hai conosciuto qualcuno di recente?». Una volta, queste erano domande perfette per creare silenzi o balbetti, imbarazzi, indisponenza e anche un piccolo risentimento. Non lo so, ancora no, non è il momento, non ho voglia di nessuno, mamma, là fuori è un inferno, non so cosa dirti. Poi c’è il piccolo ritornello del «Ma c’era quello, come si chiamava?» oppure del «Però quando stavi con … sembravi più contenta» …e insomma, c’è una liturgia. Non è piacevole, per niente. È una cosa che ha indubbiamente rotto le palle, almeno a me. Mamma: avrò un fidanzato quando ne trovo uno, se mi piace, quando me ne piacerà uno, se avrà senso averlo, se non è un rompicoglioni, se non cerca un surrogato di mamma, se sarà interessante, bello, divertente, emozionante, che non sia un coglione, o un incapace, che non abbia bisogno di essere mantenuto, o peggio ancora tenuto in vita, che non abbia bisogno di una donna che lo faccia sentire importante e intelligente, che non la butti sempre in competizione, che non sia lagnoso o precisino, che sia ben vestito, pulito, sensato nella cura di sé, non sia un maledetto mitomane dello sport, o un fanatico delle opinioni quadrate, che sia un minimo interessato al mondo, che sappia condividere senza prevaricare, che sappia vedere il bello in me, che abbia piacere a prendersene cura, a tutelare queste cose belle che mi contraddistinguono, ma che sappia innamorarsi anche dei miei difetti, del fatto che se parlo tanto non smetto più, o che per lunghe parti della giornata potrei non fare troppo caso a lui, e anche tutto il resto; che sia una persona che sappia lavorare senza farne il primo e unico motivo di esistenza, che non sia incattivito con l’umanità, che non sia ossessionato dalle tasse, che sappia trovare l’equilibrio nei momenti difficili, che ami la musica, l’arte, che non abbia paura della sua sensibilità, e ancora ne avrei. Insomma, mamma, ci vuole un di miracolo! Capisci? Non è una macelleria questa, cosa cavolo devo dirti, di che cosa stiamo parlando? E niente, è sempre quella musica lì, la conosciamo bene: non vogliamo che suoni alla radio, ma è una grande hit e prima o poi tua madre, il dj, la manderà in onda.

Certo, quando mi è arrivata quell’altra domanda, ecco, allora sì che non sapevo cosa dire: «Stella, ma il gatto sta bene? È… strano»

Santo Dio, è successo. Se n’è accorta. Dio, che faccio?

Invitala a casa!

Non posso cambiare discorso così, di colpo. Se ne accorgerebbe

Questo è il suo dannato fiuto per le balle, come facciamo a raggirarlo?

Non lo so. Lasciami… lasciami rispondere, lasciami pensare. Una volta sapevamo come fare.

Bisogna raggirare la vecchia!

Sì ma stai buona un secondo, fammi pensare, se rimugino troppo se ne accorgerà.

Aspetta, quanto tempo è passato da quanto ci pensi su?

Non lo so, ma di solito queste cose accadono in fr..

Rispondi! Rispondile subito! Dì qualcosa! Annuserà la balla, s’insospettirà! Inizierà a farci caso…

Non mettermi ansia anche tu! Per favore, lasciami in pace.

«Cara, sei ancora lì?»

Ecco, se n’è accorta !Rispondi, presto, dille qualcosa, tienila buona!

Sì, sì, mamma, scusa, mi sono distratta un attimo con la tv accesa.

«Ah, hai la tv accesa? Da qui non si sente…»

No, infatti, ho tolto il volume perché così potevamo parlarci meglio, solo che adesso stanno facendo vedere una cosa che…

«Ma sei anche tu sul secondo?»

Cambia discorso subito, si è incuriosita, ti smaschererà in un secondo!

Non lo so, stavo girando senza farci caso, ho anche già cambiato… era una specie di televendita, c’era una signorina mezza nuda…

Brava! Piazzale una trappola! Falla lamentare, funziona sempre!

«Ah guarda, tanto vale che le facciano stare nude direttamente, per quanto poco sono vestite… E le ragazzine che il sabato in centro si vestono uguale. Che sconcezze…»

Allarme rientrato, scampato pericolo. C’è mancato un pelo.

Insomma, le domande arrivavano. La mamma chiedeva, ha chiesto. Ma poi dimenticava. Poi, in sostanza, era tutto un parlare di nonne e di zie e di mariti e di fidanzati che non arrivano, e di nipotini che si aspettano; e insomma siamo la generazione di quelli che si rifiutano di dare continuità e soddisfazione ai nostri predecessori. Almeno così pare. Mia madre, al telefono, si distrae facilmente. E poi non ricorda – o almeno, sembra non ricordare. Mia madre registra molto più di quanto mi sia dato di sapere. Chissà se nasce dalla capacità di osservare che ha sviluppato quando ero così piccina che ogni spostamento ed esperimento che facevo era un potenziale pericolo. Chissà, forse allora ha imparato a leggere tra le mie righe. Un genitore, in questo, non è mai del tutto interpretabile. Quanto sa? Quanto non sa? Pare nulla. Li riempiamo di bugie a partire dagli otto, dieci anni. Poi le bugie diventano più o meno grosse. Più o meno gravi. Loro a volte ci cascano, a volte no. Forse i buoni genitori si riconoscono dalla loro capacità di individuare le menzogne, e intervenire solo per quelle davvero grosse, e perdonare quelle piccine. Non so a che punto sia mia madre, sulla faccenda del gatto, non ha più fatto menzione, non ha più detto niente. Secondo me sapeva, guardava, valutata, ma non s’impicciava. Forse aveva deciso di non possedere le competenze per dare un contributo alla situazione, e quindi aveva deciso che non era il caso di impicciarsi. Vai a capire. La faccenda è rimasta tra me e lui. Forse anche lui voleva così. Forse perché sapeva che se mia madre fosse intervenuta, lui avrebbe condiviso il destino dei collant, dei cucchiaini, dei libri, dei cereali, degli asciugamani: spostato, traslocato, rilocato, ribaltato, spostato con forza, cambiato. Vai a sapere. Quando la mamma comincia, non sai mai quando e come andrà a finire.

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“Il mio gatto mi fissa”: un racconto. Parte 5

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Ora, non so che lavoro facesse mia madre. Li ha fatti tutti, e nessuno. Da figlia, non ho mai visto una sua busta paga. Non so quanto prenda di pensione perché non me lo vuole dire – non è vecchia, non si sente vecchia e non vuole farmi sapere certe informazioni perché non sente il bisogno che io le sappia per il bene della sua sopravvivenza – però è un dato di fatto che la spesa, quando andiamo a farla insieme, la paghi lei. Dice che lei non ha spese – forse si nutre di aria e di amore, però a casa mia le lasagne che prepara se le mangia anche lei. Forse tiene solo la tv accesa e per il resta si accontenta di acqua fredda e di lume di candela. Non mi è dato saperlo. Non lo so, non m’interessa, è mia madre: comanda lei. È un regno piccolo ma è il suo regno. Quando andiamo a fare la spesa, naturalmente, si tratta di una spesa degna di una regina. Probabilmente non sarebbe sufficiente se, per esempio, organizzassi tutte le settimane dei rinfreschi per tutta l’alta società locale – facciamo, un paio di centinaia di persone. Ma siccome sono single, palestrata; e non passo molto tempo a casa, la verità è che quello che compriamo vale come un mese di provviste. E naturalmente, perché non prendere anche un paio di vestiti? E così, quella volta al mese che mia madre – che non abita più in città e che con suo marito, quell’uomo che un tempo era mio padre e che ora non c’è più, si è comprata una serena casetta in campagna – si fa la sua tranquilla mezz’ora abbondante di macchina per venirmi a trovare, è sempre primavera: rinnovamento, rinascita, pulizia, ristrutturazione. Il gatto è felice, perché non deve avere a che fare con me – io sono felice, perché mia madre tiene il gatto impegnato – e tutta la famiglia è di nuovo riunita; e ha senso; ed è serena; ed è bellissima; ma non è quella che voglio io. Quindi non può durare. Quindi, quando mia madre mi ha spostato tutto, pulito tutto, sterilizzato, ritoccato e perfezionato, mi ha ficcato in armadio una camicetta e un maglioncino nuovo (che, sotto la sua accurata gestione, stanno dentro l’armadio; e in sua assenza invece, non entrano più, ma devono occupare altri spazi della casa, in maniera più invasiva ed esteticamente meno gradevole), nonché un paio di collant e di slip nuovi, nonché una canottierina e magari un gonnino lungo perché già che ci sei, facciamo le cose per bene… ecco, quando arriva quella domenica pomeriggio, o quel lunedì mattina, quando esco per il lavoro e so che al mio ritorno non la troverò… ecco, mi sale un po’ di tristezza, un senso di solitudine, di inadeguatezza: sono sola, ho trent’anni abbondanti e il mio gatto non mi vuole bene. Mamma, non andare via. Anzi, vattene. Anzi: non lo so, però è bello sapere che ci sei.

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“Il mio gatto mi fissa”: un racconto. Parte 4

Questa è la quarta parte di un racconto a puntate. Le altre puntate le potete trovare a questo link

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Le madri vivono la vita a un ritmo che è tutto loro. Che sia lentissimo o molto veloce non ha importanza. Il ritmo è quello lì. Non so bene la ragione; credo abbia a che fare con un miscuglio di compromesso ed esperienza. Per riuscire, a fine giornata, a strappare il risultato migliore. Casa in ordine, figli e marito sotto controllo, al lavoro tutto ok? Perfetto, allora posso dare dieci, cento, mille. Dipende da come sono fatte, da che marito e da che figli hanno, se la casa è piccola o grande, se prende polvere in fretta, se i ragni tendono ad invaderla oppure no, se c’è una lavastoviglie in casa, se in media è abitata da persone capellone o da pelati, se il lavoro è uno duro, di quelli con i turni anche di notte; se il quartiere è uno di quelli selvaggi, con tanto traffico e tanta gente pericolosa; oppure se è un quartiere sonnolento di ricchi anziani impigriti; e poi c’è tutto quello che ha lasciato la madre precedente: quello che si deve e non si deve, come si deve e come non si deve, le cose di cui vergognarsi, le cose per cui lottare e per essere orgogliosa, le cose che nessuno dovrebbe azzardarsi a dire sul tuo conto: un sottobosco, un universo di precetti che passano di ramo in ramo e che cambiano e mutano impercettibilmente, e tu intanto non lo sai ma guardi il mondo con gli occhi della tua bis bis nonna – chissà chi era, che lavoro faceva, probabilmente era una persona che parlava meno e lavorava di più di quanto faccia io. Insomma, tutto questo per dire che quando mia madre entra in casa mia fa un po’ quello che cazzo le pare. E siccome non voglio sentirla al telefono, per evitare che cominci a sentire nelle nervature della mia voce la verità della situazione che vivo e che mi sta condizionando così tanto, preferisco mi venga a trovare. Quando mi viene a trovare, mia madre è tutta un’osservazione su come dev’essere la casa e su come e dove andrebbero stipate le cose in armadi e credenze: e infatti, per una settimana almeno io non riesco più a trovare niente, in ogni genere e categoria merceologica – le calze lo zucchero i libri i caricabatteria del cellulare il phon i trucchi le scarpe le canottiere i cereali i cucchiaini. Mia madre, nel suo vorticare irrefrenabile, sposta e nasconde. La sua iperattività la rende distratta, plagiabile. Se viene in casa, non si accorge di me, del gatto, del problema. Anche perché il gatto (figlio di puttana!) fa il finto tonto con lei, è dolce, le fa coccole, le sta dietro, come ha sempre fatto. Fa finta di niente, come se fossimo una famiglia normale, felice, unita. Quando mia madre è in casa si creano gli unici momenti in cui mi permetto di non uscire la sera. Il gatto si accoccola sulle sue gambe, guardiamo dei brutti programmi in televisione, io leggo i miei libri meno impegnativi, il gatto sta buono, mia madre parla e lo accarezza, lamentandosi col televisore, col film, con la partita, con il politico di turno, col popolo italiano, con il presidente, poi tutti i presidenti, poi tutti i governi mondiali, poi i potenti, il papa, la chiesa cattolica, il Signore Iddio in persona; e io sono felice e appacificata. Voglio bene a mia madre perché incasina la mia vita e allo stesso tempo la inquadra. Ma non la voglio troppo attorno perché rompe le palle, sempre; e io non ho sempre voglia di parlare, non ho sempre voglia di rispondere. Il micio, d’altro canto, si esalta con lei. Strano perché lei non è che lo vizi, anzi brontola – ma gli vuole bene. Certo nel suo andare su e giù, nel traslocare asciugamani, sgrassare pentole e stoviglie, spolverare libri, spostare oggetti di peso indefinibile mossa dalla pura volontà di andare a scovare la polvere e sbattermela in faccia, mentre mi mostra come la fa sparire per sempre il male dalla faccia della terra, c’è lui che gioca con lei, le salta attorno, s’aggroviglia ai fili dell’aspirapolvere (che lei si porta da casa perché il mio non è buono e non le piace – il suo Folletto del 22, invece, è una bomba ed è una macchina con cui pare abbia sconfitto nell’ordine prima le dittature nazifasciste e poi interi regimi di colonnelli e generali sudamericani); intanto il gatto si è andato a cacciare proprio in quell’angolo di quella libreria che mia madre, con la forza del più muscoloso degli x men è riuscita a trascinare fino a girarlo, senza muovere un singolo volume; soltanto che, essendosi il micio cacciato lì, nel tentativo di fare la pelle a un grillo o a una formica o a un moscerino o chissà quale nemico invisibile, adesso non si toglie più, e mia madre gli manda dietro tutte le educatissime e assolutamente riverenti madonne che le vengono in mente. La strana coppia, insomma. Mentre io, che mi godo questo curioso ma caldo trambusto familiare sorseggio un caffelatte senza alcuna fretta. Guardando da lontano, analizzando, cercando di capire. Il gatto esce dall’angolino della libreria – e mi lancia lì per lì un’espressione: un po’ è di nuovo cucciolo, innocente, ingenuo pasticcione; un po’ è l’adulto scaltro che finge e mi guarda e mi dice “io e te non abbiamo finito. Aspettiamo che se ne vada. E ringraziami”. Per cui, per evitare che il micio si compra definitivamente mia madre col suo dannatissimo essere tenero e coccolone e irresistibile devo anche portare mia madre in giro fuori.

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“Il mio gatto mi fissa”: un racconto. Parte 3

Questa è la terza parte di un racconto a puntate. Le altre puntate le potete trovare a questo link

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A ogni modo, vista la piega che ha preso la relazione col mio compagno animale nel milieu domestico, ho cominciato a uscire. Sempre. Prima ho riallacciato i rapporti con le persone che vedevo da meno tempo – alcuni amici di lunghissima data, altri amici più recenti ma con cui avevo stretto un buon rapporto – poi la mia agenda è diventata un diluvio universale di nomi e contatti, un tripudio impressionistico di soprannomi e di Luca e di Federica e di Francesca e di Marco e di nomi che si moltiplicano e di nomignoli sempre più elaborati e di cognomi dalle provenienze più incredibili fino a bucare i confini nazionale e includere anche difficili e impronunciabili lunghi cognomi arabi e brasiliani, un paio di fichissimi “Smith” americani e qualche polacco, naturalmente attingendo a fondo dalle capacità della tastiera del mio telefono, andando a cercare accenti circonflessi e parole segate a metà, puntini che compaiono sopra, sotto le vocali, a destra a sinistra e in diagonale; e di punto in bianco ho scoperto di essere diventata una specie di ufficio erasmus, un punto di riferimento per la comunità giovanile della città, una “veterana” con anni di movida alle spalle, una che conosce tutti i posti più o meno fighi (posti che, in realtà, sono sempre stati là indifferentemente e nonostante me), una che non molla mai un colpo, che tira tardi al lunedì al martedì al mercoledì e così via. Partecipavo a tutti i vernissage e alle mostre di giovani talenti delle arti pittoriche di cui avrei dimenticato facilmente il nome se non fosse che sarei andata a vedere anche una seconda e una terza mostra; ero diventata intenditrice di tutti i gruppi e gruppetti e side project e collaborazioni estemporanee di rockettari e jazzisti dell’underground urbano. Ero divenuta, mio malgrado, intenditrice di baristi, della loro perizia nel fare i cocktail; e avevo cominciato anche a mostrare qualche preferenza quando mi proponevano di andare a bere un Margarita al Cocorito, beh… io personalmente preferivo il Club Jolie e via così. Trasformata. Le persone mi conoscevano e mi volevano bene e io mi facevo portare e trasportare. Tutto pur di non tornare a casa. Tutto, pur di non vedere lui, di non incontrare il suo sguardo e di non avere a che fare con il suo silenzio e quell’ignobile domanda sospesa tra me e lui, l’interrogativo avvolto nel mistero che non mi lascia dormire e vivere e respirare; e lui, lui che mi guarda e tace, non miagola, non fa niente e sta piazzato lì, nei suoi posti preferiti, con i suoi baffoni immobili e lo sguardo fisso, le palpebre aperte ma non spalancate e nemmeno semi aperte, come quando è assonnato come quando è annoiato dalla vita. È concentrato, lo vedo, pensa a qualcosa e lo pensa di me, lo verifica in ogni secondo che passa e io non so se è un giudizio o una condanna o è un’osservazione o un avvertimento o un ammonimento o un’esortazione. Io pensavo di conoscerlo e invece non so più niente di lui. L’ho preso in casa che era piccino, ricevuto in dono da amici di amici di amici che avevano una gatta che conosceva un gatto che aveva messo in calore una gattina che aveva avuto dei cuccioli e adesso povere creature sole a chi sarebbero andate a finire mai? Volevo tanto un gattino, un micetto, che mi facesse uscire un po’ di testa ma che ricevesse anche un po’ delle mie cure e delle mie attenzioni, quelle che in sostanza un essere umano non si capisce mai se vuole o non vuole, se è disposto ad accettarle per come gliele darei io oppure se ne fa una questione di stile di modi di linguaggio di traumi passati che riverberano in mie azioni inconsapevoli e il segreto lavorio della coscienza e dell’incoscienza e della memoria assieme creano piccoli universi di incomprensione e indesiderate sgradevolezze e alla fine volevo soltanto un mondo affettivo semplice, fatto da me che amo lui, e lui che sta con me, che mi rispetta, che vigila e mostra quel tanto di gratitudine che mi appaga; che non mi stressa, no: e non mi trasforma la casa in un casino senza senso e non mi mette in difficoltà con il resto del palazzo. Lui era piccolo così, e indifeso, e bellissimo, e dolce, e complicato e indipendente e selvaggio e io ero la sua casa, la sua protezione, il suo nutrimento, il suo regno. E ora non so cosa gli ho fatto. Non rientro a casa mai prima dell’una, tranne le volte che vado in palestra (e a volte anche in quelle). Trovo sempre qualcosa da fare. Filmettino con birretta finale e dibattito – manco a dirlo, sono assolutamente al passo con le nuove uscite, e i blockbuster e gli ultimissimi prodotti d’autore ai quattro angoli del mondo; così come la rassegna particolare; la documentaristica; dei vernissage e dei concerti vi ho già parlato; ma delle inaugurazioni e delle retrospettive? Io ci vado. Mi piace, mi interessa. Ci vado. Ormai i vecchi amici sono superati. C’è sempre qualcuno con cui fare cambio. Basta stare attenti a non beccare quello che cerca qualcos’altro dalla tua persona. Tanto in casa non lo potrei portare; e io a casa sua col cacchio che ci vado. Mi sono procurata un vero e proprio esercito, un inespugnabile battaglione di amiche, donne e ragazze, vogliose di emanciparsi e di conoscere e di confrontarsi. Se non c’è Laura, pazienza: chiamo Chiara. Concerto di musica afrobeat? Non è roba per Isabella, mando veloce un Whatsapp a Jasmine che quando arrivo è già lì che mi tiene il posto. Tutto sommato, questa vita folle, a qualcosa è servito. All’inizio pensavo di lasciarci lo stipendio. In realtà così è stato, le prime volte. Ma poi, col moltiplicarsi degli amici e amichetti, guarda caso i soldi e i biglietti e i posti e i bicchieri saltavano sempre fuori. Ho visto delle cose di cui non me n’è fregato nulla e ho mentito, dicendo che erano bellissime; e ho ascoltato musiche noiose e vecchie; e ho visitato mostre fatte male; e locali squallidi e altri ipercurati, ipertruccati, esagerati nella loro esasperazione nel mostrare il loro “saper vivere”. Ho visitato appartamenti lugubri, alcuni misteriosi e stupendi, in angoli ricchissimi della città, dove una persona come me non può neanche immaginare cosa si nasconde. Ho parlato con gente stupida e noiosa. Molti dei miei presunti amici hanno un nome ma non una storia; e forse neanche una personalità. Mi sono lavata le mani di fidanzati che si lasciavano con fidanzate, di lutti piccoli e grandi, di problemi economici, esistenziali ed emozionali. Io non uscivo per solidarizzare. Io uscivo per scappare. Alla fin fine, fuori si sta bene. Ho visto una fetta di mondo. Dovessi dire che lo rifarei, risponderei prontamente: no. Sono stanca, e ho fame, e ho sonno, e per tanto tempo ho avuto voglia e bisogno di un posto tranquillo dove stare. La strada è stata bella, non mi ha fatto per forza male e non mi ha fatto per forza bene. Ma una casa ci vuole. Una casa è quello che ti mantiene sano, dopo tutto.

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“Il mio gatto mi fissa”: un racconto. Parte 2

Seconda parte di un racconto a puntate. Le altre puntate le potete trovare a questo link

E così, cerco il più possibile di non stare a casa. Lavoro tantissimo; o meglio: passo un sacco di ore in ufficio. Il problema è che odio il mio lavoro e odio il mio ufficio, per cui, quando torno a casa, dove c’è il gatto che mi guarda e che cosa avrà poi da guardare, sono anche piuttosto nervosa. E allora vado in palestra. Sì, perché dal momento che ho un contratto da impiegata che va di sei mesi in sei, gran parte del quale va a finire nell’affitto gonfiato del mio monolocale minuscolo nel mio quartierino degradato, perché non investire del denaro nella mia forma fisica? Sì, peccato che a me della forma fisica non me ne sia mai fregato niente e che odio le palestre, maledette gabbie per aspiranti modelle e fighette di ogni genere col sorriso stampato in bocca; senza calcolare quelle che in palestra ci vanno perché sentono di doverci andare e stanno male con loro stesse a ogni pedalata, a ogni step, a ogni tizio che passa davanti alla vetrina della palestra e le vede correre, pedalare, saltare, sollevare cose, tirare corde, allungare cosce, sforzare muscoli, strabuzzare gli occhi, allargare, piegare, estendere, distendere, rilassare, respirare. E ci vado, anche se lo odio; e visto che pago, mi impegno; e visto che sono stressata, ci do dentro! Col risultato che sono molte, in palestra, a non vedermi di buon occhio. Il livello della competizione si è alzato moltissimo a causa del risentimento verso il mio evidentemente male interpretato desiderio di “sentirmi bene” e “stare in forma” – con la conseguenza che ogni sera pare di entrare in una polisportiva; e tutte si danno da fare come se puntassero a un posto alle olimpiadi. E che facce contente che fanno, quando finalmente “sentono” di avercela fatta, per quel giorno, di aver dato quel qualcosa in più di me. A fine serata se ne escono sulle punte come ballerine del Bolscioi, coi tendini nel frattempo che gridano di dolore, facendo finta di non vedermi, lanciandomi strane, surreali, grottesche e impresentabili “frecciate in incognito”, senza ammiccare e senza sembrare contente di “avermela fatta vedere”; come tanti pavoni che, solo grazie alla preghiera e alla forza di volontà, sono riusciti a farsi crescere una seconda coda sul culo – e ora, finalmente, con quella spettacolare coppia di ventagli, escono di scena sapendo di essere i pavoni più belli: uniche, tostissime e atletiche amazzoni, tornano a casa dai loro compagni, i quali potranno sfogare tutto il loro bisogno più o meno represso di affiancarsi a culi scolpiti e cosce d’acciaio, senza sentirsi in colpa, senza pagare alcun dazio per il loro morboso e infantile desiderio.

Questa imbarazzante, inattesa situazione del mio gatto, che insiste a fissarmi e che ha assunto con me questo strano comportamento mi ha inoltre reso un’improbabile regina della mondanità. Sono lontani i tempi in cui mi si prendeva in giro e mi si appioppavano spiritosissimi appellativi inerenti a una mia ostinata condizione di clausura e segregazione. La mia personalità veniva accostata a quella di uomini affascinanti e socievoli quali Leopardi, Jacopo Ortis e Vincent Van Gogh; facendo costantemente ironia sulla presenza o meno della mia gobba, sulla mia sorprendente ostinazione a vivere e sulla sopravvivenza fortuita dei miei lobi. Insomma, matte risate. Un tempo uscivo di casa poco, quando mi andava; il giusto, dal mio punto di vista, con buona pace di tutti quelli che avevano qualcosa da dire a riguardo. Non che il prendere in giro o il volermi a tutti costi mettere al centro dell’attenzione e della spiritosaggine mi inducesse a farmi più di tanto viva. Anzi, sostanzialmente affatto. Per niente. La vita fuori un po’ mi stancava, un po’ mi annoiava. Adoravo molto le conversazioni, lo stare in compagnia degli amici in un ambiente rilassato. Sopportavo meno e non capivo molto quelle masse di persone rivestite e ripulite di tutto punto, con l’adrenalina a mille, pronte a impazzire o a scatenarsi o ad agitarsi col bisogno frenetico di ballare, di muoversi di stare in giro, di parlare con la gente e di conoscere la gente. La gente, la gente: la gente sempre. Ovunque un gran casino e tutti che si parlano gli uni sopra gli altri e strillano e devono fare i simpatici a tutti costi e bevono, bevono, bevono fino a scoppiare e a farsi male; anzi con l’obbiettivo specifico di farsi male e stare male e trovare anche una scusa nello stare male, nel non tornare a casa ma stare fuori sempre più fuori e battere la città in lungo in largo; e non lasciarsi sfuggire neanche una fetta o una goccia ma berla tutta fino in fondo e consumarla fino a farsi consumare; perché quello sì che è vivere – quello è tutto, è l’importante; e se non è quello l’importante è comunque farsi vedere, far sapere agli altri che si è, presenti, vivi, belli, sani, disponibili, pronti alla conversazione, pronti all’incontro alla sfida alla prova far vedere che si sta bene – che si è come tutti gli altri – che vogliamo anche noi essere nella vita e fare notte tarda; oppure non proprio notte tarda ma tirare fino a una certa, come quando si era ragazzini, anche solo per il gusto di rincasare dopo che mamma e papà siano andati a dormire. Quelle cose lì insomma, quelle che facciamo tutti, chi più chi meno. Anche Io le ho fatte, da ragazza, da molto giovane, quando andavo a scuola. Poi ho continuato a farle ancora per un po’. Poi, però, basta. Ero diventata, grazie al cielo, un Van Gogh: un Van Gogh senza le notti stellate e i campi di grano. Questo prima, quando avevo un gatto mammone che voleva le coccole e gli facevo le fusa e mi distruggeva le gambe del divano per farsi le unghie. Poi il gatto è cresciuto, ha sviluppato, che so io, una coscienza o un senso critico o peggio ancora un senso morale; e così il mio gatto morale e moralista ora ha quest’aria scrutatrice e acutissima, e io non lo sopporto. Non fosse un gatto lo prenderei a schiaffi! Ma è un gatto e non lo riesco a prendere. Non sopportandolo, non potendolo prendere a schiaffi, non sentendomi addosso la bassezza morale di buttarlo fuori di casa… allora esco fuori io. D’altro canto, quando sono a casa non mi sento libera di fare quello che mi va. La prima cosa che è venuta meno è la libertà di girare nuda. Non che passassi intere giornate natiche al vento: ma un breve passaggio, dal bagno alla stanza da letto, dopo una doccia, era una cosa normale, per recuperare velocemente un paio di calze, una mutanda o il nuovo shampoo che dimenticavo di qua o di là. Insomma, una cosa di tutti i giorni. Ora invece l’uso dell’asciugamano e dell’accappatoio è di regola ed è una regola che non si può violare; che, almeno, con quelli addosso, sento meno addosso lo sguardo tagliente del mio caro ex amico felino. Poi è toccato alla televisione, alle letture, un po’ anche al cibo. Non so perché, ogni volta che mi occupavo di qualcosa di mio, la sensazione di nudità si faceva nuovamente opprimente, come se fossi ancora di più al centro di una qualche attenzione, perché di mezzo c’era qualcosa che aveva a che fare con la mia intimità, col segreto che riguarda la mia unicità nel mondo; i miei interessi, i miei segreti, le mie aspirazioni…

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“Il mio gatto di fissa”: un racconto. Parte 1

Con questo primo articolo comincio la pubblicazione a puntate di un racconto che ho scritto di recente e che ho piacere di far circolare per essere letto. Francesco.


Il mio gatto mi fissa – 1° parte

Ci sono momenti in cui l’essere fissata è davvero insostenibile. Mi riferisco in particolare alle prime ore del mattino e a quelle immediatamente successive al mio ritorno da lavoro; durante le quali sono capitate cose anche piuttosto spiacevoli tra me e lui che non ho piacere a revocare. Il nostro rapporto, tra gatto e padrone, che io vivevo con sincera e intensa amicizia, ha lasciato posto a qualcos’altro, qualcosa di nuovo che non capisco. Sono terrorizzata. Non voglio che mi senta, non voglio che lo sappia; e invece lo sa, lo sa benissimo e non molla, insiste. Mi fissa insistentemente, qualunque cosa io faccia, passivo, mi guarda. Cosa vuole da me, io proprio non capisco. Non sembra godersela, però. Non sembra fare questa cosa volentieri.

Il mio gatto mi fissa e io lo odio: è diventata una creatura scomoda e inquietante, un nemico che rende impossibili le mie giornate, che ha portato il disagio e il malessere nella mia casa col suo sguardo silenzioso e innaturale, trasformandomi in una persona diversa da quella che conoscevo, da quella che speravo. Pensavo di essere migliore di così, e invece il mio gatto non smette di fissarmi, non si degna di smettere di tenere I suoi occhi brillanti incollati addosso ai miei. Non so se lo faccia anche di notte. A volte il pensiero non lascia dormire; e altre in cui la domanda è troppo insistente e io non posso farci niente: il nemico è ovunque! Il nemico ti può osservare e ascoltare in ogni momento della giornata, quando sei meno preparata; e può anche colpirti, pugnalarti alle spalle quando meno te lo aspetti. Perché, diciamoci la verità, tu non te lo aspetteresti mai. Che vita sarebbe quella della persona che in ogni momento aspetta un attacco, un’aggressione? Anche se fosse concretamente plausibile che il mio gatto stia pianificando di aggredirmi, io non potrei farci niente: devo continuare a vivere la mia vita. Ma la mia vita non è più. La mia vita è la vita del suo sguardo, scandita in ogni secondo che passo a casa; quella casa che non è più la mia casa e che odio; e farei bruciare con lui dentro, lui e tutte le mie cose maledette, ce ne fosse una che potesse aiutarmi a liberarmi da quest’incubo.

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Caro Giacomo

Caro Giacomo,

la Turchia perde tre a zero con la Spagna.

Caro Giacomo,

ascolto la musica del nostro gruppo preferito, ti penso. Saresti rimasto senza parole.

Caro Giacomo,

non dobbiamo avere paura di trasformare il nostro linguaggio. Dobbiamo asciugarlo di ogni frase fatta, di ogni luogo comune. Dobbiamo lasciare che sia la sostanza vera di quello che diciamo a riempirla di tutte le sfumature e i colori e i significati misteriosi che sfuggono alla nostro bisogno di controllo.

Caro Giacomo,

dai il nome al mio blog. Sei la mia luce, il mio riferimento. Caro Giacomo, ci sono persone che hanno dato il tuo nome ai loro figli. Caro Giacomo, sono anni che penso e ripenso a cosa scriverti, a come scriverti, a farlo meglio.

Caro Giacomo,

mi hanno ricordato che sono passati dieci anni e mi sono vergognato di non essermene accorto. Caro Giacomo, mi piacerebbe pensare che tu non te ne sia andato mai. Invece spero che un giorno tu riemerga, come da un sogno; e mi venga a stringere la mano. Che tu mi venga a dire che va tutto bene, e non c’è pericolo, che le cose non siano mai state belle come adesso.

Caro Giacomo,

non avresti dovuto avere paura di cambiare. Cambiare è bello. Ogni tanto intravedo la bellezza nelle cose che mi succedono e immagino quanto sarebbe bello potertele raccontare e confrontarmi con te e compiacerci di tutte le cose meravigliose in cui ci si può imbattere nella vita.

Caro Giacomo,

per oggi è tutto quello che volevo dirti. Sei uno strano silenzio: a volte mi spaventi, certe volte sei accogliente. Sei la scheggia impazzita della vita che la mia mente non riesce a cogliere; quello che è successo realmente, per davvero; e che cerco di non ricordare. Quello che il tempo sta levigando per rivelarne la sua natura più preziosa. Caro Giacomo, non ti mento: avrei voluto che questo non ti fosse mai accaduto. Non c’è niente che io possa fare per cambiarlo; ma non posso smettere di pensare che sia stato profondamente ingiusto e doloroso. Ti arriveranno i miei pensieri, le mie notizie? Quanto vorrei che fosse così.

Caro Giacomo,

sei ancora una creatura straordinaria, non smetterai mai di esserlo. Questo tu proprio non lo puoi impedire.

Ti abbraccio con tutto me stesso; e anche per oggi, ti lascio andare.

A presto.

Francesco

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“Continua a mangiare troppo”: un LP di Francesco Rigoni

Tempo fa, un po’ per caso, sicuramente per fortuna, ho avuto l’occasione di entrare in studio per registrare un disco tutto mio. Quel disco adesso esiste ed è a disposizione di tutti sia per l’ascolto che per l’acquisto. Le informazioni le trovate qui sotto e nella profilo Facebook ufficiale Francesco Rigoni.

Buon ascolto a tutti.



“Continua a mangiare troppo” è il primo LP di Francesco Rigoni, prodotto da Manuele Miceli presso il Gramarossa Studio Recording di Rivoli (TO), con la partecipazione di Annalisa Bove e Marco Natale. La copertina è un disegno del signor Delamarne.

“Continua a mangiare troppo” è disponibile per l’ascolto e l’acquisto:

su Spotify –> http://bit.ly/1t8jzcC
su Bandcamp –> http://bit.ly/24oLYGz
su iTunes –> http://apple.co/1t8j7v6
su Google Play –> http://bit.ly/1UooyLV
su Amazon –> http://amzn.to/1r6Yi18
su Soundcloud –> http://bit.ly/1XrwdA4

Credits:
Testi e musica di Francesco Rigoni
La musica di “Ingravallo” è ispirata al brano “When the man comes around” di Johnny Cash.
Produzione di Manuele Miceli
@ Gramarossa Studio, Rivoli (TO)

Francesco Rigoni: chitarre, voci, tastiere
Manuele Miceli: tastiere
Annalisa Bove: cori
Marco Natale: chitarre addizionali

Ringraziamenti:
Alessio, Lucia, la famiglia, i Crankies, Manu&Anna, Ignazio&Laura, Andrea Delamarne, i termolesi, i torinesi, gli alariani, i kenyani – e tutti quelli che più di una volta mi hanno ascoltato e incoraggiato.

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Nelle polle a forma di luna

Più che di Radiohead, mi piacerebbe approfittarne per parlare di musica – ma è difficile. Da più o meno una settimana il nome della band di Oxford è tornato sulla bocca di tutti. Hanno sbiancato le loro pagine social, hanno fatto uscire due video nuovi – e poi hanno fatto scoppiare la “bombazza” pubblicando il disco due giorni dopo. Sono uscite cascate di commenti e di articoli. Un sito piuttosto noto, Pitchfork, ha cannibalizzato il disco. Ha pubblicato almeno due articoli per ogni evento che abbia coinvolto i Radiohead negli ultimi dieci giorni. Pitchfork, d’altro canto, deve tutto ai Radiohead. Nasce più o meno con Kid A, quando l’elettronica mescolata al rock fa quel piccolo saltello in avanti nel mercato e crea un vero e proprio movimento di seguaci (tra cui anche il sottoscritto, sicuramente per diversi anni) e pone al centro della sua attenzione editoriale principalmente un certo novero di artisti che hanno a che fare con la sperimentazione pop, quella che si vende borderline a tutti i costi – e che borderline, oggi, sicuramente non lo è più, merito anche di Pitchfork, che può vantare una redazione incallita e preparatissima di autori.

Vorrei parlare di musica ma sono ingarbugliato nelle parole. Ho visto siti vendere le proprie recensioni online nelle quali scrivono inesattezze e dedicano, a mò di lista della spesa, due righe a ogni canzone con un breve commento, grezzo, povero soprattutto di stile. Altri hanno fatto ragionamenti, più o meno interessanti, sui tema e gli umori del disco. C’è molto da dire, è vero; ma forse non così tanto, perché più o meno, tutte le recensioni si assomigliano. Forse perché A moon shaped pool è un disco molto poco chiacchierabile.

Sto pensando alla musica e alle sensazioni e alle parole ingarbugliate. Ascoltando questo disco sono tornato ragazzino. Una sensazione spaventosa. La grande qualità dei Radiohead, per me che sono loro fan di lunga data, è la loro capacità di prendere le mie esperienze emozionali, conferire loro una forma artistica sofisticata ed elegante; e accompagnare il livello di articolazione del linguaggio usato per esprimerle sempre un po’ più in là. Come a dire “con le tue emozioni si può anche fare questo” e poi “anche questo” e poi “e quest’altro” – e alla fine ci sono otto LP, tutti con una loro specifica identità e tutti con un rilancio già pronto a una prossima avventura. Per questo io aspetto, come tanti altri, ogni volta, un nuovo disco dei Radiohead con grande ansia – e patisco quando l’attesa è lunga. Dove mi porteranno stavolta? Cosa riusciranno a farmi capire, di me, del linguaggio della musica, dell’espressione della propria esperienza, che io non avevo ancora visto, che io non sono in grado di considerare, da solo, con quello che so? Alcuni la chiamano rivoluzione – non è sbagliato e non è nemmeno giusto. I detrattori dei Radiohead dicono che i Radiohead non si sono inventati proprio nulla – ed è vero; altri dicono che scrivono solo canzoni tristi – e, nonostante sia un giudizio piuttosto greve, è sostanzialmente vero. D’altro canto, nel loro non inventarsi nulla e nel loro descrivere il mondo in certi termini, hanno avuto il merito di non fermarsi mai ad ammirarsi allo specchio. In sostanza, i Radiohead volevano suonare una musica che piacesse loro; e hanno continuato a studiare, ad arricchirsi, a mangiare musica per fare musica – e il loro amore verso la musica, evidentemente, li ha ripagati. Si alimentano di musica e la musica li alimenta. È il sogno di tutte le persone che passano gran parte del loro tempo con uno strumento in mano.

C’è qualcosa in loro che ho sempre sperato rimanesse conservato. Evidentemente, oltre a un sorprendente talento nel vendersi (i loro gesti non sono eccezionali perché sono radicali, ma sono eccezionali perché, pur essendo radicali, funzionano), c’è anche in loro una irriducibile volontà di fare le cose a modo proprio. Kid A uscì cinque anni dopo Ok Computer; e tutti rimasero di stucco perché la band era all’apice della sua fama e tuttavia s’era completamente rinchiusa in se stessa. In Rainbows uscì quattro anni dopo Hail to the Thief; e The King of Limbs uscì quattro anni dopo In Rainbows. Fra un lavoro e l’altro è passato abbastanza tempo (in termini consumistici) da fare sì che il lavoro precedente fosse già entrato nella memoria e uscito dall’attualità. Non che i Radiohead siano gente che stia con le mani in mano: Thom Yorke è diventato una figura pubblica di tale rilevanza che persino la sua vita personale, così sapientemente protetta negli anni, ci è finita di mezzo; Jonny Greenwood è diventato un compositore di musica colta; Philip Selway è uscito dal guscio e si è trasformato in cantautore; Colin Greenwood è impegnato in attività umanitarie di diverso genere, ogni tanto va in giro a mettere i dischi per locali ed è noto per essere uno dei più apprezzati lettori e gentleman inglesi; di Ed O’Brien invece so poco o niente, se non che suona le chitarre nei Radiohead; e che se non fosse per lui, probabilmente queste sarebbero sparite dai loro dischi già da parecchio tempo. C’è tanta umanità nel loro fare le cose che è sorprendente quanta rarefazione e quanta alienazione sia contenuta nei loro dischi. Quante ore passano suonando, i Radiohead? Quante ore passano scrivendo note sul pentagramma, a provare liriche, a smanettare su pedalini e computer?

C’è una qualità di questo ultimo disco che parla di musica e parla di vita. È un disco dove l’intimità è portata in territori nei quali forse io, come ascoltatore, non avrei voluto essere portato. Se ascolti A moon shaped pool senza avere presente le parole che vengono cantate nel disco, è difficile coglierne a pieno il dolore. In questi quattro anni, i membri dei Radiohead, con l’aiuto del loro staff, hanno lavorato per trasformare questi concetti così densi di umanità e difficoltà e inermità e desiderio di liberazione e di accudimento nella musica più dolce e delicata possibile. È un disco molto duro da ascoltare in una contemporaneità che chiede un’assoluta dedizione alla propria causa, predisposizione alla combattività e alla competitività – una quotidianità dove il tempo non è mai abbastanza e il tempo per il riposo è considerato tempo abusato, prima ancora che sprecato. Ritagliarsi il tempo per immergersi per tre quarti d’ora dentro un mondo dove invece si racconta in modo piuttosto evidente della fragilità e del bisogno d’amore che noi tutti proviamo nel nostro vivere, diventa un’operazione complessa. Per me è quasi controproducente. Devo produrre, devo evolvere, devo lavorare, devo garantirmi il futuro. Se i Radiohead continuano a ricordarmi che in fondo, vorrei soltanto vivere in pace e armonia con le persone che mi stanno attorno, vorrei avere a disposizione il tempo e i mezzi per poter trasmettere il mio amore verso gli altri e avere il coraggio di ricevere quello che gli altri sono disposti a darmi, io come faccio a conservare quella rabbia, quel bisogno aggressivo di prendermi le cose che mi servono e di difendermi da chi vuole togliermi quello che magari mi sono riuscito a conquistare, una piccola fatica alla volta?

C’è qualcosa di bello a essere musicisti a cinquant’anni; e mi chiedo: la musica dei Radiohead è ancora in grado di conquistare un pubblico giovane, di accrescere la sua consapevolezza, di aiutarlo a esplorare universi sconosciuti del Sè? Qual è la percezione di questa band oggi, da parte di chi magari è cresciuto con l’esplosione dei loro epigoni, i Coldplay, gli Editors, i Muse, i National (e aiutatemi a dire)? I Radiohead si sono andati a prendere una nicchia di intangibilità, di assoluta fermezza. Amali o odiali, loro stanno lì, in cima alla loro rupe solitaria, a perfezionare il bilanciamento dei suoni, a trasformare il loro suono nel messaggio più caldo e pulito possibile. Non ci sono più chitarre distorte fuori posto ma batterie elettroniche delicate e bilanciate. Come musicista quando cresci non te ne frega più niente di dire qualcosa in più o in meno rispetto a qualcun altro o alla contemporaneità. Ti interessa soltanto che, con i mezzi musicali a tua disposizione, tu riesca esattamente a dire quello che stai cercando di dire. Esci dai movimenti, comincia la vera e propria contaminazioni dei generi, tant’è che si diventa tutti “Easy Listening”, che è un modo come un altro per dire che non si sta capendo che genere di musica si sta ascoltando, ma di certo si tratta di una musica che si prende cura delle emozioni in maniera più distaccata e più rispettosa. Thom non urla più “maybe not” come un disperato. Il basso non ti martella più nelle orecchie. Non ci sono più assoli distorti, dissonanti e spezzati, nervosi e interrotti. Ci sono arpeggi precisi di chitarre riverberate e linee delicate d’arco, ci sono sincopi docilmente portate avanti con colpi dritti ma leggeri su charleston e rullante. Questo è un mondo musicale complicato. Mi ha sempre colpito, in questo senso, Sticky Fingers dei Rolling Stones, un altro album della maturità: al termine dell’ascolto di questo disco, così precisamente rock, io mi sono sentito più di una volta stanco e infelice. Sticky Fingers è il disco rock più triste che abbia mai ascoltato. Bellissimo. Non sei semplicemente a contatto con delle note, con un genere, con un’attitudine, con una posa, con un desiderio, ma con la complessa interezza di una personalità collettiva.

C’è qualcosa dei Radiohead che ho sempre sperato conservassero: e cioè la loro voglia di scrivere belle canzoni. C’è stato un momento in cui ho pensato che un eventuale nuovo ennesimo album dei Radiohead sarebbe stata una rottura di palle. Quando uscì The King of Limbs fui perplesso. Lo trovavo ridondante, non necessario. Ho pensato: troveranno un altro modo, di dischi non ne faranno uscire più. Perché i Radiohead lavorano tanto sulla musica quanto sulla sua fruizione: non potevano continuare a ricombinare il rock, a lasciare il suo pubblico spiazzato e meravigliato. A un certo punto avrebbero dovuto fare uscire della roba “normale”; e allo stesso tempo, sarebbero usciti dai confini, ancora una volta: quelli del “LP”, del “singolo”, della “canzone”, del “ritornello” e della “strofa”. Ho sempre sperato che, a differenza della maggior parte dei gruppi del mondo, essi avrebbero protetto la qualità del proprio lavoro a tutti i costi. Al costo, appunto, di non fare uscire più dischi. Al costo di sciogliersi. Quando questo disco non sembrava uscire più, ho pensato: “è arrivato il momento: si sono stufati di fare il rock, ciascuno seguirà la propria strada”. Non ci sarebbe stato niente di male. A moon shaped pool, invece, ha cambiato le regole del gioco, affermando che una ex rock band può continuare a produrre dischi, che saranno sempre di meno dischi di musica pop e di canzoni, e saranno sempre di più dischi di “opere cantate”, di “musica colta leggera”; senza inventarsi nulla, ancora una volta, ma sempre più fuori dal tempo, sempre più lontani dal pensiero corrente, come i veri grandi artisti  fanno a un certo punto. Canteranno cose sempre più vere, sempre più palpabili, sempre meno accessibili al grande pubblico, ma solo al pubblico “più paziente”. Un giorno, forse, capiterà anche a me di non avere la giusta predisposizione di ascoltare un disco dei Radiohead, come un disco di Randy Newman, o di Richard Thompson, di Joni Mitchell: qualcosa di troppo personale, troppo maturo, troppo elaborato, troppo difficile per me da cogliere nella mia confusa, dozzinale quotidianità. Succederà.

Forse capiterà proprio con questo disco qui: c’è una bellezza discreta, tenue, delicata, dolce, attenta, costruita con grazia, con devozione che meriterebbe uno spazio diverso d’ascolto. Uno spazio che forse io non posso più dedicare, per questioni di impegni, di persona, di testa, di trasformazione, di gusti, di mezzi interpretativi. D’altro canto, in queste Polle lunari oxfordiane, si rispecchia un’altra faccia di me: quella di un ragazzo fragile, che vuole tempo, attenzione, affetto, che vuole spazio per esprimersi, protezione. Come fare a escluderla? Come fare a non darle attenzione? Quando potremo rincontrarci, io e lei?
Thom, questo, nel disco non lo dice. Dice che ci sono tanti modi di amare. Ma non sembra contento mentre lo dice. Essere noi stessi è difficile. La cosa più difficile di tutte, tuttavia, mi sembra provare a non farlo – lasciarsi perdere, un po’, proseguire il proprio cammino, alla volta di quel posto dove sorgono le note e le parole vere, quelle che raccontano veramente noi stessi, a discapito di ogni genere e di ogni aspettativa. Dove vanno a vivere gli artisti veri quando invecchiano e diventano più saggi e più sinceri.

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